IL MIO 8 MARZO E’ TUTTI I GIORNI

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Ne “I Viceré” di De Roberto la zia Chiara dopo anni di matrimonio senza figli e tanti aborti spontanei come ultima risorsa ricorre alla maternità surrogata obbligando il marito, contrario, e una delle sue cameriere, pena il licenziamento, a giacere insieme per produrre un erede al casato del marito che era marchese di Villardita e poter sfogare la sua brama di maternità. La copula avviene con successo e nasce un maschio cresciuto con tutti gli onori e ricchezze del caso, salvo la vicinanza della madre naturale da cui, per insopportabile gelosia, la madre adottiva, donna Chiara di Francalanza, lo allontana.

Questa premessa per dire che la maternità surrogata è una pratica vecchia, tanto quanto vecchia, e per convenienza messa in atto all’occorrenza, la pratica secondo cui i figli illegittimi venivano legittimati o, in caso contrario, si gridava allo scandalo e le adultere o svergognate debitamente punite. Oggi, nel 2016, come secoli fa, il corpo delle donne è ancora proprietà della società che pretende di sapere ciò che è meglio e giusto per tutelare bambini e morale pubblica, per difendere la sacralità della famiglia tradizionale e, soprattutto, come i più agguerriti strillano a destra e manca al pari di aquile, per decidere che si tratta di pratica abominevole che mercifica il corpo delle donne e quindi alle donne, dirette e uniche interessate, si impedisce molto democraticamente di scegliere. E non per evitare la mercificazione del corpo delle donne o per rendere la genitorialità alla portata di tutti e non solo dei ricchi.

L’ipocrisia dei benpensanti focalizza tutto il dibattito sulla presunta tutela del bene dei minori, dei bambini, paradossalmente costoro sono gli stessi che sulla questione dei migranti, con cinico opportunismo, tacciono sulla sorte ignominiosa e, questa sì, aberrante dei tantissimi minori che approdono sulle coste europee sperando, molto, troppo spesso in vano, di trovare salvezza e invece vengono venduti per i più turpi commerci di una società opulenta quanto profondamente marcia.

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La realtà che si cela dietro questa sterile polemica di fatto è ben altra. La difesa della famiglia tradizionale lungi dall’essere contrassegnata da nobili principi è di fatto motivata da questioni molto prosaiche e materialistiche. La famiglia tradizionale, specie in Italia – paese familistico per eccellenza – rappresenta il più efficiente ammortizzatore sociale a costo zero per lo Stato e quindi per la politica.

Proviamo ad immaginare cosa accadrebbe se per assurdo venissero equiparate tutte le unioni civili al matrimonio, proviamo a pensare cosa vorrebbe dire l’adozione della prole del partner in una coppia gay o lesbica. In entrambe queste famiglie i permessi parentali – e in aziende private e nel pubblico impiego – per accudire i bimbi verrebbero fruiti da entrambi i genitori senza che si possa esercitare alcuna pressione su uno dei due perché come individuare la madre? Viceversa in una coppia eterosessuale è ancora in atto la pressione esercitata sulle donne sia da parte della società che impone ancora ruoli rigidi tra uomo e donna pur dichiarando, a parole, il contrario, sia da parte del partner di sesso maschile che tutto’oggi può facilmente sottrarsi ai suoi doveri genitoriali senza grandi conseguenze, mentre se a farlo sono le donne, le madri, la conseguenza forse meno grave è lo stigma sociale che si abbatte sul loro capo.

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Tra le conquiste più importanti ottenute dopo secoli di lotte per l’emancipazione femminile ci sono indubbiamente il controllo delle nascite grazie ai contraccettivi – la pillola anticoncezionale su tutti, e la possibilità di rinunciare alla maternità grazie all’indipendenza economica derivante dal lavoro che ha liberato le donne dal bisogno di sposarsi per avere mezzi di sostentamento e conseguentemente dall’obbligo di fare figli. Eppure, oggi, come raramente accadeva in un passato storico lontano e non, la maternità è vissuta da molte donne come un traguardo irrinunciabile, una sorta di imprescindibile realizzazione femminile, come se l’essere donna possa sublimarsi solo attraverso l’essere madre. Questo sentimento è diventato così preponderante che tante, se la natura non le aiuta, sono disposte ad affrontare trattamenti medici, bombardamenti ormonali e spese non indifferenti pur di portare avanti una gravidanza e partorire. Encomiabile tale impegno e sforzo. Ma non tutte le donne sono interessate alla maternità e invece preoccupa e non poco questa rinata centralità della maternità nel dibattito pubblico soprattutto quando si nega alle donne per legge di scegliere liberamente cosa fare del proprio corpo, sia che si tratti di fare un figlio per conto terzi, sia che si tratti di non volerne alcuno – ricordo qui che il rispetto della L. 194 è spesso disatteso in molte strutture pubbliche per un eccesso di medici obiettori.

La battaglia sui diritti civili per gli omosessuali si è dunque spostata, su un altro terreno e incredibilmente si tenta, ancora una volta, di limitare la libertà di scelta delle donne a cui si nega molto semplicemente di disporre di se stessa e del proprio corpo come meglio crede perché la questione non è se si è d’accordo o contrari alla maternità surrogata, la questione è ben altra e verte sulla mera libertà della persona.

È questo il punto centrale, ossia la donna innanzitutto come persona con i medesimi diritti e doveri di tutte le persone. Ma sono le donne che per prime devono acquisire coscienza di essere persone e percepirsi come tali prima ancora che come donne, come se la donna fosse altro rispetto all’essere umano. Non può esserci parità o uguaglianza senza la percezione di sé come uguale all’altro da sé. È chiaro che tale uguaglianza si differenzia da individuo a individuo ma si tratta appunto di differenze personali e individuali che rendono ogni persona unica a prescindere dall’appartenenza di genere, dall’orientamento sessuale, dal proprio credo religioso o dalla nazionalità, principio, questo, sancito nella Costituzione italiana, nella carta dei diritti umani e che nessuno oggigiorno si sognerebbe di mettere in discussione.

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Tuttavia nonostante i passi avanti, i traguardi e le conquiste si continua ancora a dibattere sulla parità di genere, a disquisire sui fattori culturali che generano ancora violenza sul corpo delle donne e sulla tenuta psicologica delle donne; si guarda attoniti agli stupri collettivi o a quelli di guerra perché è sul corpo delle donne che il nemico si scaglia sempre con furore cieco; si assiste sbigottiti alla lapidazione di donne adultere perché ancora una volta il corpo delle donne appartiene a tutti fuorché alle donne stesse esattamente come avviene per certe pratiche indifendibili, inaccettabili quali l’infibulazione.

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Trovarsi ogni anno a commemorare l’8 marzo significa che la parità di genere è ancora lontana, significa dover sottolineare che le donne ancora oggi non sono cittadine con pari diritti così come attestano senza ombra di dubbio le statistiche che parlano di divario salariale tra donne e uomini, nonché di divario tra i due generi in posizioni apicali nei vari settori produttivi ed economici. In merito a queste statistiche ciò che mi colpisce di più è che tra i campioni di riferimento si prendono donne con uno o più figli mentre lo stesso non si fa per gli uomini a conferma del fatto che la cura dei figli fa capo solo ed esclusivamente alle donne e a tutte le latitudini del globo. A conferma del fatto che a penalizzare le donne è, paradossalmente, la maternità.

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Di fatto però non è la maternità in senso stretto il fattore penalizzante, anzi c’è di più e in questo senso diventa sempre più imperativo far emergere una volta per tutte l’enorme quantità di lavoro sommerso svolto dalle donne tra le mura domestiche che, in termini di tempo, impegno ed energie, rappresenta a tutti gli effetti un doppio lavoro a tempo pieno. Per inciso questo aspetto particolare dell’organizzazione socio-economica del mondo occidentale riguarda in modo molto più evidente degli altri settori quello dell’istruzione. Non a caso questo settore è ad altissima incidenza femminile e parallelamente gode di scarsissimo riconoscimento sociale e con un compenso economico tra i più bassi in assoluto. La contiguità di queste due realtà non è affatto casuale né meramente speculativa. Al contrario si tratta di una verità incontestabile dati alla mano facilissimi da reperire in rete. D’altra parte l’istruzione è sempre più spesso equiparata, al termine di derivazione anglosassone, e cioè educazione che se, in passato, era competenza esclusiva della famiglia, oggi, usando il termine come sinonimo di istruzione ne ha trasferito i compiti alla scuola perché questa confusione lessicale è funzionale allo scopo di trasferire quelle cure domestiche di un tempo al campo professionale più femminile che esista.  Ne consegue che è per volontà politica e per opportunità socio-economiche mantenere questo status quo, e qui si ritorna al concetto di famiglia come efficiente ammortizzatore sociale a costo zero per la spesa pubblica.

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Eppure un modo ci sarebbe per suddividere in parti uguali l’onore e l’onere della gestione famigliare tra i due componenti adulti – maschio e femmina – chiedere a gran voce che i congedi parentali siano obbligatori per legge anche per gli uomini/padri, in questo modo i datori di lavoro la smetterebbero di chiedere soltanto alle candidate durante i colloqui se sono sposate, se hanno figli o se hanno intenzione di averne; si dovrebbe pretendere che gli asili nido siano accessibili e gratuiti per tutti coloro che sulla base del reddito non possono farne a meno; si dovrebbe pretendere che le neo-mamme abbiano la possibilità di mantenersi in contatto attivo con il mondo del lavoro e che non vengano costrette a rinunciare per stanchezza, frustrazione, demansionamento. Inoltre, la riduzione dell’orario di lavoro per tutti porterebbe benefici trasversali riducendo il tasso di disoccupazione e offrendo maggiori opportunità occupazionali su larga scala.

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© L. R. Capuana

 

 

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