La cronaca
I fatti di cronaca più recenti ci raccontano di una gioventù violenta e in preda ad un disagio che si fatica a comprendere.
Dall’aggressione di uno studente con fendenti fatali, avvenuto a La Spezia a gennaio per mano di un compagno di scuola, all’accoltellamento di una docente delle scuole medie nel bergamasco a marzo, per giungere ai due fatti ancora più recenti; il primo a Parma, dove un gruppo di studenti minorenni delle superiori, aggrediscono tre docenti e il secondo avvenuto in provincia di Trapani, dove un ragazzino di undici anni aggredisce a coltellate senza conseguenze per fortuna, un docente e, come da repertorio, filma e pubblica tutto su Internet.
Ma la violenza non si consuma solo tra le mura scolastiche o poco fuori da esse. C’è da segnalare anche il caso di Massa Carrara dove, sempre un gruppo di adolescenti, si ribella ad un rimprovero ricevuto ammazzando letteralmente di botte, il malcapitato; poi l’uccisione a Taranto di un uomo che andava al lavoro alle cinque del mattino, per futili motivi, si legge, sempre minorenni che si aggirano per le strade della città da tutta la notte. Infine, il più recente riguarda un ventiduenne ucciso a Milano da un’altra banda di giovani.
Delinquenza giovanile, oggi come ieri

La delinquenza giovanile non è un fatto inedito che contraddistingue solo i nostri tempi, basti pensare a film come, Gioventù bruciata (1955), Arancia Meccanica (1971), o I ragazzi della 56a strada (1983), per evidenziare che c’è sempre stata.
Il tratto comune a tutti questi film è la trasgressione, l’aggressività e la rabbia, tipicamente adolescenziali che spesso sfociano in violenza e questo nonostante tutti e tre questi film illustrino questa fase della crescita calata in diversi periodi storici sottolineando che, appunto, non si tratta solo di fenomeni recenti; allo stesso modo in tutt’e tre queste opere cinematografiche viene evidenziata la profonda incomunicabilità tra il mondo adulto e quello giovanile, oltre al sentimento di abbandono e di incomprensione percepiti dagli adolescenti raffigurati in questi film.
Ciò che invece differenzia questi film è che se il primo ed ultimo indicano come ragione del malessere giovanile l’ambiente familiare inadeguato a far fronte alle loro intemperanze e fornire loro una guida ferma per la loro crescita; il secondo, quello di Kubrick, suggerisce l’assenza quasi totale delle figure genitoriali che, per contro vengono sostituite, nell’economia narrativa, da una società distopica che l’opera inglese addita come principale responsabile, oscillando tra la critica, quasi satirica, al psicologismo comportamentista, allora in voga, e la tendenza, nemmeno troppo velata, di una deriva totalitaria paventata che pretende di affrontare la delinquenza giovanile, in quegli anni allarme sociale significativo nel Regno Unito, con metodi repressivi fino a giungere addirittura all’esperimento sociale imposto con la forza al protagonista del film come incarnazione del male assoluto.
Quindi rifuggirei dallo stereotipo che indica i tempi e la società attuale come fattori scatenanti e mi concentrerei invece sulle cause che, oggi come allora, potrebbero essere i veri detonatori di un fenomeno che appare in crescendo, almeno per quanto riguarda la percezione.
Lo scontro generazionale

Come si è appena descritto non si sfugge allo scontro generazionale, solo che, se in passato, si faceva ricorso ai riti di passaggio più o meno simbolici, oggi si fa più fatica e probabilmente perché, a differenza che in passato, non c’è più quella cesura netta tra l’età adulta e quella adolescenziale che prima faceva da baluardo alla confusione.
La figura autoritaria degli adulti a cui l’adolescente non poteva contrapporsi mai e in nessun modo, quel modello di adulto che ricorreva alla mortificazione, all’umiliazione fisica e che incuteva timore e spingeva perciò all’obbedienza è, per fortuna, un ricordo del passato. Tuttavia quell’adulto prepotente è stato oggi rimpiazzato da un adulto che ha smarrito esso stesso ogni punto fermo. Perso nell’illusione della gioventù eterna e il bisogno indotto di mostrarsi sempre “impegnato” in un divertimento dall’allegria inesauribile, si rifugia in un giovanilismo esteticamente posticcio quanto ridicolo.
Parte di questa fantasia si sostanzia in rifiuto di ogni responsabilità che nasce dalla immaturità, oggi percepita come una qualità, dal rifiuto di ogni rinuncia e dalla pretesa di avere tutto e con gratificazione immediata, tipica del mondo dei social a cui l’adulto stesso ha consegnato la sua essenza e nella cui trasposizione si riconosce più che nella realtà che vive, spesso molto meno lusinghiera del mondo fantastico che ha ritagliato per se stesso.
Appare dunque evidente che gli adulti abbiano abdicato in massa al loro compito più importante e delicato, ovvero offrire una guida ferma e affidabile a questi ragazzi che crescono nella più totale confusione.
Quei “no” che i genitori oggi si rifiutano di dire sfuggendo a ogni tipo di conflitto anche per mera convenienza, in quanto molto più comodo lasciar correre che fare la fatica di gestire costruttivamente quel conflitto; la rinuncia al ruolo genitoriale che traccia i confini e dà regole da seguire ha essenzialmente rimosso quel gioco delle parti che imponeva all’adolescente di forzare la mano, di trasgredire le regole per vedere fin dove era possibile spingersi per affermare la propria identità, per emanciparsi e diventare adulto a sua volta anche a costo di affrontare le conseguenze derivanti proprio dal superamento di quei limiti.
Quindi, dismessi i panni dell’adulto censorio e repressivo non si è però riusciti a vestire quelli dell’adulto equilibrato che, pur aperto al dialogo e all’ascolto, è anche capace di dare una linea di condotta rispettosa dell’altro e delle più basilari regole del vivere civile. L’assenza di limiti nei loro comportamenti viene interpretato dagli adolescenti come mancanza di compartecipazione degli adulti allo spaesamento che provoca in loro la crescita, l’affanno di imparare a conoscersi. Inoltre, la libertà va conquistata mostrando innanzitutto di essere degni della fiducia dei genitori. Una libertà concessa dall’alto senza limiti d’orario, senza obblighi scolastici, senza doveri verso la famiglia si traduce in indifferenza, mancanza di pre-occupazione nei loro confronti: purché non mi scocci con le tue paturnie mentali puoi fare quello che ti pare. Questo è il messaggio che registrano, ed è un messaggio che ha il senso dell’abbandono, si sentono invisibili.
Tra l’altro la mancanza di freni, di sanzione ad ogni loro trasgressione ma anzi la difesa sperticata di ogni loro comportamento errato ha la funzione di assolvere l’adulto dall’onere di ammettere il proprio fallimento ed è doppiamente distruttivo per l’adolescente perché ben consapevole che la benigna disposizione del genitore non è volta alla sua protezione, non si tratta di benevola manifestazione di perdono. È invece la dimostrazione che anche di fronte all’evidenza del suo fallimento educativo il genitore si ostina a difendere anche l’indifendibile pur di non assumersi alcuna responsabilità. E questo l’adolescente lo sa e usa questa consapevolezza per ricattare emotivamente il genitore inadeguato. È un circolo vizioso che deruba l’adolescente della sua giovinezza e del suo futuro.
Come si inserisce la scuola in ciò che dovrebbe far capo alla famiglia?

Si inserisce male.
Si inserisce male perché la società, non potendo più fare affidamento sulla famiglia che avrebbe il compito esclusivo di crescere i propri figli insegnando loro, quanto meno, la buona educazione, la investe di qualsiasi obbligo e le delega qualsiasi compito, salvo quello per cui esiste ed è stata istituita, ovvero istruire.
La scuola è diventata depositaria del benessere degli studenti anche se questi studenti arrivano già con ferite profonde. Alla scuola la società affida dunque il compito di salvare le nuove generazioni dagli squilibri emotivi, esistenziali, identitari degli adulti che li hanno generati e però non hanno saputo crescerli.
Purtroppo però la scuola, assumendosi questo compito ha contemporaneamente rinunciato a svolgere il suo. Dovendosi sostituire alla relazione tra genitori e figli ha dovuto inventarsi la relazione tra docenti e studenti, pertanto da istituzione dello stato e organo costituzionale che aveva la funzione di creare la nuova società fatta di persone consapevoli e istruite si è ridotta a luogo di socializzazione di saperi minimi e della cultura alla bene e meglio, spostando però il suo focus centrale sulla scuola-intrattenimento che deve divertire gli studenti e non pesare più di tanto nel loro sviluppo cognitivo e intellettuale.
Non è un caso che il diritto allo studio sancito dalla Costituzione al suo articolo 34 sia stato di fatto snaturato trasformandolo in diritto al parcheggio gratuito. Grazie anche alle tante modifiche subite da politiche scolastiche volte a depauperare l’importanza dell’istruzione, lo studente-cliente viene assecondato in ogni suo capriccio mentre al contempo si sono abbassati i livelli di conoscenza perché, appunto lo studente, essendo un cliente da soddisfare per evitare che migri in altri istituti più compiacenti, lo si deve sempre accontentare evitando che un brutto voto possa causare un trauma.
D’altra parte in una società votata all’apparenza, al giudizio dei pari, una scarsa prestazione scolastica non può essere certificata da un voto conseguente. Il rischio è che lo studente perda autostima e quindi, onde evitare questo dramma, al docente si impone invece di mistificare la realtà elogiando lo studente per averci almeno provato, una pacca sulla spalla come segno di conforto e un sorriso smagliante come chiara manifestazione di “empatia”.
Lo statuto oggettivo della conoscenza trasmessa attraverso le materie di studio: la matematica, la storia, la filosofia o la fisica che hanno un valore intrinseco che lo studente deve assimilare, è stato via via polverizzato dalla pretesa che il docente debba affascinare, motivare con il suo carisma gli studenti che quindi non studiano perché danno importanza alla loro crescita intellettiva, piuttosto per contraccambiare la simpatia che il docente suscita in loro. In sostanza si auspica una dipendenza emotiva del discente nei confronti del docente, e la chiamano relazione democratica.
Sfugge poi ai più che i docenti sono anche loro essere umani e come tali è pressoché impossibile che piacciano a tutti i loro studenti, né si capisce perché dovrebbero piacere, suscitare simpatia; così come difficilmente saranno simpatici a tutti i docenti tutti i loro studenti indiscriminatamente, ma è assurdo anche solo pensarlo, infatti pretendere l’allineamento emotivo costante significa confondere la scuola con una seduta di terapia o con un gruppo di amici.
Il ribaltamento antropologico

Spostando il baricentro dal sapere oggettivo (l’oggetto dello studio) alla relazione soggettiva (il benessere emotivo immediato dell’alunno), la scuola ha smesso di essere l’organo costituzionale della democrazia per trasformarsi in una camera di compensazione psicologica.
Questo è il vero baratro sociale: una generazione a cui è stato tolto il diritto al rigore e al dovere dell’apprendimento, illudendola che il mondo reale fuori dalla scuola si adatterà alle loro preferenze emotive e ai loro bisogni di intrattenimento. Tutto ciò ha portato alla neutralizzazione dell’articolo 34 grazie all’abbassamento dei livelli didattici che affonda le sue radici in quell’idea di scuola che deve “divertire” o essere intrinsecamente piacevole per essere efficace e che è il risultato di una stratificazione storica, sociologica ed economica avvenuta tra la fine degli anni ’90 e i primi anni 2000.
A questo equivoco profondo che si è innestato nell’idea di scuola e di istruzione, ovvero la dittatura della relazione perfetta tra docente e discente, il sapere, non più come orizzonte imprescindibile cui deve tendere la scuola in quanto luogo di apprendimento e crescita intellettuale e sociale dell’individuo studente, si accompagna, inevitabilmente, anche il costrutto secondo il quale poiché lo studente non è ancora soggetto maturo e compiuto, ogni sua intemperanza deve essere abbracciata e accolta come espressione della propria libera individualità.
Ne consegue che le regole non vengono fatte rispettare, ogni trasgressione viene derubricata a “ragazzata”, a leggerezza, a mera superficialità. Tutto passa in cavalleria e quindi lo studente, giustamente, si continuerà a comportare come un impunito.
Pertanto, se la scuola, come già la famiglia, arretra senza opporre alcun freno, tramite sanzione, agli impulsi adolescenziali, come si diceva prima, quello studente non si sentirà “libero”, ma sperimenta, al contrario un vuoto normativo che genera una percezione di onnipotenza: “posso fare tutto quello che voglio, tanto non mi succede nulla”.
Le conseguenze delle nostre azioni

Se gli adulti, siano essi genitori o docenti, hanno sostanzialmente rinunciato a dare quegli insegnamenti necessari per la crescita migliore possibile ai giovani, educazione familiare e istruzione, rispettivamente, non ci si può stupire se i giovani cerchino di soddisfare quei bisogni altrimenti, se il loro bisogno di approvazione, di accettazione passi dai social media in cui sono immersi senza alcuna supervisione, senza alcun controllo, diventa persino ovvio.
Se l’adulto di riferimento, chiunque esso sia, sprofonda egli stesso nella confusione dei ruoli e anziché porsi come margine agli istinti, che a quest’età spesso prendono il sopravvento; se anziché sanzionare i comportamenti devianti li avalla con un concetto di perdono fuorviante non sta compiendo il suo dovere.
Il perdono è efficace se preceduto dalla punizione, dalla restituzione del danno commesso alla società. Gli errori si devono pagare, sempre. Altrimenti non può esserci recupero in quanto sfugge il senso della gravità dell’azione commessa.
A questo compito doveroso l’adulto si sottrae colpevolmente arrecando a sua volta danni irreparabili.
© L. R. Capuana
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