PERCHE’ DICO ASSOLUTAMENTE NO ALLE TELECAMERE NELLE CLASSI SCOLASTICHE

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Una questione di principio innanzitutto

Innanzitutto la mia è una posizione in difesa di un principio che tento di spiegare qui di seguito.

Nel Panopticon di Jeremy Bentham l’illuminista inglese, grazie all’aiuto del fratello architetto, nel 1791 progetta un carcere ideale dove tutti i detenuti sono costantemente osservati senza mai sapere quando e chi li tiene sotto ferrea sorveglianza. L’aspetto ancora più inquietante è che Bentham aveva idea di trasferire questo tipo di sorveglianza a tutta la società, un’idea distopica da cui George Orwell trae ispirazione e che traspone nel suo romanzo del 1949, 1984 nel quale critica il regime totalitario di Stalin.

Del Panopticon di Bentham scrive anche Foucault [1]: “[…] Il principio è noto: alla periferia una costruzione ad anello; al centro una torre tagliata da larghe finestre che si aprono verso la faccia interna dell’anello; la costruzione periferica è divisa in celle, che occupano ciascuna tutto lo spessore della costruzione; esse hanno due finestre, una verso l’interno, corrispondente alla finestra della torre; l’altra, verso l’esterno, permette alla luce di attraversare la cella da parte a parte. Basta allora mettere un sorvegliante nella torre centrale, e in ogni cella rinchiudere un pazzo, un ammalato, un condannato, un operaio o uno scolaro. Per effetto del controluce, si possono cogliere dalla torre, stagliantisi esattamente, le piccole silhouttes prigioniere nelle celle della periferia. Tante gabbie, altrettanti piccoli teatri, in cui ogni attore è solo, perfettamente individualizzato e costantemente visibile. Il dispositivo panoptico predispone unità spaziali che permettono di vedere senza interruzione e di riconoscere immediatamente. Insomma, il principio della segreta viene rovesciato; o piuttosto delle sue tre funzioni – rinchiudere, privare della luce, nascondere – non si mantiene che la prima e si sopprimono le altre due. La piena luce e lo sguardo di un sorvegliante captano più di quanto facesse l’ombra, che, alla fine, proteggeva. La visibilità è una trappola. […] Ciascuno, […] rinchiuso in una cella, è visto, ma non vede; oggetto di una informazione, mai soggetto di una comunicazione.”

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Foucault individua anche le conseguenze tremende che comporterebbe tale struttura, conseguenze che il potere non eviterebbe di usare a suo esclusivo vantaggio, infatti continua “[…] Poco importa, di conseguenza, chi esercita il potere. […] Così come è indifferente il motivo che lo muove: la curiosità di un indiscreto, la malizia di un bambino, l’appetito di sapere di un filosofo che vuole percorrere questo museo della natura umana, o la cattiveria di coloro che provano piacere a spiare e punire. Tanto più numerosi sono questi osservatori anonimi e passeggeri, tanto più aumentano, per il sorvegliato (ndr), il rischio di essere sorpreso e la coscienza inquieta di essere osservato. Il Panopticon è una macchina meravigliosa che, partendo dai desideri più diversi, fabbrica effetti omogenei di potere.
Un assoggettamento reale nasce meccanicamente da una relazione fittizia. In modo che non è necessario far ricorso a mezzi di forza per costringere il condannato alla buona condotta, il pazzo alla calma, l’operaio al lavoro, lo scolaro all’applicazione, l’ammalato all’osservanza delle prescrizioni.” E ancora: “ […] il Panopticon può essere utilizzato come macchina per fare esperienze, per modificare il comportamento, per addestrare o ricuperare gli individui. Per sperimentare dei medicamenti e verificarne gli effetti. Provare differenti punizioni sui prigionieri secondo i loro delitti e il loro carattere, e ricercare le più efficaci. Insegnare simultaneamente differenti tecniche agli operai, e stabilire la migliore. Tentare esperienze pedagogiche – e in particolare riprendere il famoso problema dell’educazione in reclusione, utilizzando trovatelli; si potrebbe vedere ciò che accade quando, nel sedicesimo o diciottesimo anno di età, si mettono in presenza ragazzi e ragazze; si potrebbe verificare se, come pensa Helvetius, chiunque può apprendere qualunque cosa; […] funziona come una sorta di laboratorio del potere. Grazie ai suoi meccanismi di osservazione, guadagna in efficacia e in capacità di penetrazione del comportamento degli uomini; un accrescimento di sapere viene a istituirsi su tutte le avanzate di potere, e scopre oggetti da conoscere su tutte le superfici dove questo si esercita.”

La questione pratica e deontologica

Fin qui la questione di principio di cui dicevo in apertura, ma non si tratta solo di questo, c’è anche una questione pratica e deontologica.

E’ di oggi la notizia che un sondaggio effettuato su una pagina facebook, con poco più di centomila iscritti, circa un migliaio abbia partecipato con una schiacciante vittoria dei ‘Sì’ a favore dell’introduzione delle telecamere nelle classi di tutte le scuole italiane, più di 800 i sì.

Personalmente ritengo che una questione così delicata debba essere ampiamente discussa prima di pensare di effettuare un sondaggio. In ogni caso un sondaggio del genere meriterebbe innanzitutto ampia diffusione tra gli iscritti e soprattutto sarebbe stato assolutamente doveroso informare i partecipanti che i risultati sarebbero stati diffusi a mezzo stampa come rappresentativi della posizione favorevole dei docenti, infatti il titolo dell’articolo in questione afferma che ben l’82% risulta favorevole.

Questa è una notizia assolutamente falsa, perché anche se avessero partecipato al sondaggio tutti i 103,772,000 iscritti al gruppo in questione, nessun dato certo può certificare che siano tutti docenti e comunque a fronte di più di 800,000 insegnanti in Italia cosa può rappresentare l’opinione espressa di circa 855 votanti per il sì?

Cionondimeno si fa passare l’idea che i docenti italiani siano a favore dell’introduzione di telecamere di sorveglianza nelle classi. Dunque reputo l’uso di questo sondaggio strumentale e scorretto.

Inoltre, si dice che l’intenzione che sottende questa iniziativa sia di tutelare i docenti che gli ultimissimi fatti di cronaca danno come vittime di violenza crescente perpetrate dagli studenti e che si è di fronte ad un’emergenza tale che è necessario prendere provvedimenti.

Ma la domanda è chi stabilisce e come si fa a stabilire che si tratta di vera emergenza? Si è analizzato un campione e messo a confronto con tutte le scuole presenti in Italia? Non mi risulta e nella presentazione del sondaggio in questione questi dati non sono stati forniti.

In ogni caso, ammesso pure che ci si trovi di fronte ad un’emergenza educativa, non sarebbe prima il caso di indagarne le ragioni, di tentare di trovare soluzioni che vadano alla radice anziché invocare subito mezzi di repressione e correzione?

Se è vero che esiste questo tipo di emergenza l’introduzione di dispositivi di sorveglianza non farebbe che certificare la morte inappellabile del sistema d’istruzione nel suo insieme e trasformerebbe le scuole in istituti di correzione, infatti se gli studenti ricorrono alla violenza, alla derisione collettiva nei confronti dei docenti non può non essere evidente che è l’intera società ad aver perso ogni punto di riferimento, né serve additare i genitori quali cattivi esempi, dentro questa deriva ci stiamo tutti gli adulti e non si possono mettere sul banco degli imputati solo i ragazzi.

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Nessuna giustificazione per simili comportamenti nelle mie parole, tuttavia è nostro dovere, degli adulti, distribuire correttamente le responsabilità, ma prima di trovare il capro espiatorio va cercata la causa del problema che è sociale e non certamente solo individuale e né tanto meno solo di una parte di società, o solo presente in determinati istituti scolastici.

La richiesta di aiuto che, evidentemente, molti docenti ritengono di dovere porre all’esterno, sia essa rivolta alla magistratura o altri organi di controllo, mette in evidenza che abbiamo davvero perso tutti gli strumenti precipui della nostra professione per arginare la deriva in atto.

Infine, è necessario sottolineare che i docenti sono pubblici ufficiali e quindi già tutelati dalla legge a cui, purtroppo, pochi di quelli oggetto dei media in questi ultimi giorni, per quanto mi è dato sapere, abbiano fatto debito ricorso.

La dignità del nostro ruolo e della nostra professione la mettiamo noi in discussione quando non siamo in grado di attivare tutte le procedure democratiche di cui la scuola ed il suo funzionamento sono dotati, quando rinunciamo al nostro diritto di essere rispettati innanzitutto come persone e dopo anche come docenti, quando abdichiamo al nostro dovere di cittadini prima ancora che come docenti.

[1] M. Foucault, Sorvegliare e punire. La nascita della prigione, Einaudi, Torino 1976, pp. 217-221

Images taken from Google Search

© L. R. Capuana

3 Replies to “PERCHE’ DICO ASSOLUTAMENTE NO ALLE TELECAMERE NELLE CLASSI SCOLASTICHE”

  1. Molto interessante la tua preziosa opinione, sebbene non completamente condivisa da me. Grazie per gli interessanti spunti di riflessione. Grazie davvero!

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    1. Ciao Bianca Maria, grazie a te per il tuo contributo, mi piacerebbe approfondire, anche il tuo blog è pieno di spunti di riflessioni interessanti. A presto, Lucia

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