Come i crediti scolastici mortificano l’esame di stato

L’esame di stato dell’anno della pandemia

Ogni anno si rinnova la polemica giornalistica riguardo ai voti alti o bassi degli esami di stato. Forti delle loro statistiche e percentuali, come se i numeri fossero dati neutrali, i giornalisti immancabilmente esprimono giudizi stilando classifiche che generalmente contrappongono, manco a dirlo, le scuole del nord e quelle del sud, oppure i licei contro tecnici e professionali (qualcuno dovrebbe informare i nostri giornalisti che si tratta di scuole ad indirizzi diversi con peculiarità molto differenti che inevitabilmente si riflettono anche sul profitto degli studenti che le frequentano e quindi il paragone è fuori luogo). Neanche quest’anno i nostri si sono astenuti e in filigrana (ma neanche tanto) si legge un certo disappunto per l’alto numero di promossi e di voti, a loro dire troppo alti e poco selettivi; come se la selezione possa essere tale solo in presenza di un’elevata percentuale di respinti. Oltretutto l’esame di stato serve a certificare la preparazione conseguita dagli studenti durante il loro corso di studio e non è una caccia da parte dei docenti allo studente da respingere, ecco, questo particolare sarebbe utile ricordarlo.

Tenuto conto poi delle grandi difficoltà affrontate da studenti e docenti proprio durante questo anno così particolare sarebbe stato doveroso astenersi da facili giudizi, non a caso quest’anno molti studenti, grazie alla tabella di conversione dei crediti elaborata appositamente, sono stati ammessi con il massimo del credito, ovvero 60 punti mentre l’esame poteva valere al massimo 40 punti, alla luce di ciò respingere uno studente agli esami è stato davvero difficile, infine va ricordato ancora una volta che se proprio ci si fosse attenuti scrupolosamente alla normativa non sarebbe stato nemmeno corretto esprimere una valutazione per tutte le ragioni già esposte più volte in altri post.

La scuola-azienda e i crediti scolastici

Tralasciando quelli che sono i dati di questo anno scolastico, così particolare, perché è sufficiente possedere un pizzico di realismo per capire che le soluzioni adottate, in dirittura di arrivo, sono stati gli unici possibili per limitare al massimo i danni causati dalla gestione generale del ministero dell’istruzione, alquanto ondivaga e poco chiara sin dall’inizio, mi sembra invece utile proprio adesso riflettere su cosa siano i crediti scolastici, come si inseriscono e determinano la valutazione finale dell’esame di stato e quali effetti producono sull’approccio dello studente allo studio, in generale.

L’autonomia scolastica introdotta durante quel periodo, definito riformista”, del centro sinistra italiano negli ultimi anni ’90 del secolo scorso, propagandata come la grande riforma scolastica che avrebbe dovuto modernizzare e aggiornare il sistema di istruzione italiano, è sicuramente quella della grande trasformazione, ma in peggio e non in meglio. Infatti e nonostante sia rivendicata ancora con orgoglio dall’allora ministro della pubblica istruzione, Luigi Berlinguer, essa rappresenta la radice di tutte le criticità che oggi, chi nella scuola lavora, rileva.

Servirebbe un’analisi approfondita dell’eredità che ci ha lasciato, un bilancio ad oltre vent’anni dalla sua introduzione.

Essa, oltre ad introdurre con successo, visti i risultati odierni, il concetto di scuola-azienda e tutto ciò che ne consegue, introdusse anche il sistema dei crediti che ne diventa un pilastro portante anche dal punto di vista concettuale, infatti non si limita soltanto ad apportare modifiche sostanziali all’esame di stato in sé, al contrario questo sistema cambia proprio l’approccio dello studente nei confronti della valutazione in generale e, in modo particolare, a partire dal primo anno del secondo biennio e dell’ultimo anno di scuola secondaria di secondo grado.

Quando si dice: gli errori si pagano

Bisogna sottolineare che, a differenza degli anni pre-autonomia in cui ogni anno scolastico si concludeva con una valutazione finale e l’anno successivo si voltava pagina ricominciando quasi da zero (purtroppo è ben noto che i pregiudizi sono duri a morire, anche nella classe docenti), con questo sistema “innovativo” invece il profitto scolastico degli studenti, a partire dal primo anno del triennio (si utilizza la terminologia del passato per comodità) fa media ed i crediti corrispondenti a loro volta, sommati a quelli dei due anni successivi, rappresentano la votazione di base dell’esame conclusivo a cui si andranno ad aggiungere i voti di ogni singola prova per ottenere infine il voto finale dell’esame. È evidente dunque che ciascun anno del triennio ha un peso che nel passato non aveva. Fu presentato ovviamente come un sistema che intendeva valorizzare tutto il percorso scolastico dello studente veicolato dalla vulgata mistificatoria del merito.

Tuttavia ciò che fu del tutto ignorato, a suo tempo, dall’opinione pubblica, ma anche da chi nell’istruzione opera fu il fatto che questa riforma metteva l’etichetta, il marchio sugli studenti a partire dal terzo anno delle superiori. Se prima l’errore commesso da uno studente per scarso impegno, per motivi di crescita personale (ricordiamo che i ragazzi in questa fascia di età sono in piena fase adolescenziale soggetti a cambiamenti profondi sia dal punto di vista fisico sia da quello psicologico e che, dunque, sono già sottoposti a vari fattori di stress ), per motivi famigliari o altro non comportava gravi ripercussioni per il loro futuro; poteva anche capitare, come capita ancora oggi, di essere respinti e dover ripetere l’anno, ma la cosa finiva lì e rappresentava davvero una seconda opportunità; con questo nuovo sistema, al contrario, un errore viene pagato anche negli anni successivi perché un profitto basso o poco soddisfacente si ripercuote inevitabilmente su tutta la media scolastica del triennio abbassandone i crediti che servono per poter accedere all’esame con una buona base di partenza.

La strategia del voto

Nella pratica quindi bisogna essere capaci di adottare una strategia ben calcolata sin dall’inizio del triennio e se i ragazzi fanno fatica a programmare con così ampio anticipo e a lungo termine – a questa età tre anni hanno durata epocale – devono essere i genitori a vigilare bene affinché l’esito finale del percorso di studio dei loro figli non venga pregiudicato da un solo errore. Questo dunque è uno dei motivi – uno di quelli che favorisce la competizione – per cui gli studenti oggi si affannano così tanto per ottenere buoni voti, perché sanno, e se non lo sanno loro glielo ricordano i genitori, che i voti bassi andranno ad incidere sul voto finale dell’esame di stato che oggi, molto più che in passato, ha un’enorme valenza per l’iscrizione all’università.

Ne consegue che lo studente di oggi studia per ottenere un voto alto, ne consegue che la competizione interna alla classe diventa in molti casi parossistica e anche il mezzo punto scatena scene di isterie alquanto imbarazzanti dando luogo talvolta a proteste molto vigorose da parte dei genitori che si precipitano a scuola per avere conto e ragione del voto. Viceversa quegli studenti i cui genitori sono distratti, che non colgono appieno il valore che può avere anche un solo voto sono spesso abbandonati a loro stessi; questo inoltre potrebbe anche spiegare perché negli ultimi anni si è visto aumentare quel fenomeno che molti docenti hanno definito come quello dei genitori “sindacalisti” dei loro figli. Non giustifica magari il comportamento di certi genitori ma può spiegarlo, così come può spiegare anche che quegli studenti che sono privi di genitori che perorano la loro causa, sempre e comunque, qualche credito in meno lo rimediano anche troppo spesso.

L’esame di stato mortificato dal sistema dei crediti

Inoltre, è bene anche ricordare che il peso dato inizialmente ai crediti rispetto a quello dell’esame era ben diverso. Negli anni successivi all’entrata in vigore dell’autonomia scolastica i governi che si sono susseguiti hanno sistematicamente apportato modifiche sia agli esami di stato sia al peso dato ai crediti rispetto all’esame.

Se si analizza con un minimo di attenzione l’iter dei cambiamenti apportati si può notare facilmente che se all’origine – con la riforma voluta da L. Berlinguer -, i crediti raggiungevano un massimo di venti punti mentre il punteggio dell’esame stesso era articolato in un massimo di quarantacinque punti per gli scritti che erano tre (venne introdotta la terza prova, il cosiddetto “quizzone” multidisciplinare proposta dalla commissione) e trentacinque massimo per l’orale; con il cambio della guardia al ministero e l’arrivo di L. Moratti i punti credito crescono a venticinque mentre gli scritti valgono trentacinque e l’orale trenta, quindi l’esame vale un po’ meno.

Ma è con il ministero a guida Valeria Fedeli del governo Renzi e il varo della L. 107/15, passata agli annali come la Buona scuola, che non solo i punti di credito vengono sensibilmente aumentati, infatti passano dai precedenti 25 a ben 40, mentre il peso dell’esame si alleggerisce ulteriormente perché con questa nuova trasformazione il punteggio massimo degli scritti scende a 40 (20 per ciascuna prova, nel frattempo è stata eliminata la terza prova) e l’orale vale un misero punteggio massimo di 20; ma le modifiche apportate dal ministro Fedeli non si fermano solo ad una diversa attribuzione del credito, al contrario l’esame di stato viene sminuito sensibilmente anche per l’introduzione delle prove INVALSI, in matematica e inglese, obbligatorie per l’ammissione allo stesso, come a sottolineare che la valutazione espressa dai docenti commissari, interni o esterni poco importa, non fosse sufficiente a dare la dovuta dignità all’esame e dunque bisognava anche avere il bollino della certificazione di qualità prodotto da un ente esterno che, peraltro, non valuta affatto le conoscenze conseguite dagli studenti durante il loro corso di studio, bensì ciò che vengono definite genericamente come competenze, altro termine oggi molto in voga.

Sul fatto che l’altro requisito necessario per l’ammissione all’esame sia l’espletamento delle ore di alternanza scuola-lavoro, ora chiamate: Percorsi Trasversali per le Competenze e per l’Orientamento (PCTO) – ulteriore elemento discriminatorio per molti studenti – non si dirà nulla al momento riservandoci di fare un’analisi approfondita in un secondo tempo, insieme al tagliando doveroso, e anche tardivo, riguardo all’autonomia scolastica e tutto ciò che ha prodotto in termini di qualità degli insegnamenti e degli apprendimenti. Ciò che invece ci preme rilevare in questa sede è che nel tempo il valore attribuito agli esami di stato è stato progressivamente depauperato fino a rappresentare ormai una quasi formalità, a tratti persino fantasiosa, si ricordi a tal proposito l’ironia suscitata dalle buste con i materiali a sorteggio volute dal ministro Bussetti.

Il voto che fa il capitale umano

Si potrebbe concludere che parte della competizione e dell’ansia derivante dai voti negli studenti delle generazioni più recenti, specie se paragonati ai docenti delle generazioni passate, possono essere ricondotte a questo nuovo sistema che genera indubbiamente, da parte degli studenti, un’ansia di prestazione continua anche perché la valutazione della prestazione scolastica non è cambiata nel senso che, pur in presenza di griglie dettagliate e trasparenti, i requisiti necessari per ottenere voti alti rimangono gli stessi. Ciò che è cambiato, e radicalmente, è il peso di ogni singolo anno a fronte dell’esame.

http://www.cpoinnovation.com

Tant’è vero che in passato se si faceva un buon esame, pur in presenza di valutazioni non proprio brillanti in singole discipline o negli anni precedenti, non aveva grande importanza, ciò che faceva la reale differenza era la preparazione dimostrata in sede di esame, l’esame, appunto, aveva una valenza propria. A chi lamenta per il precedente esame scarsa valorizzazione dell’intero percorso scolastico si può rispondere che per fare un buon esame si doveva pur aver imparato qualcosa anche se i voti conseguiti in ogni singola disciplina e in ogni singolo anno dimostrassero il contrario, magari si potrebbe anche azzardare l’ipotesi che non tutti gli studenti studiassero per il voto e che qualcuno studiasse per se stesso che, a mio avviso, è molto più importante che finalizzare lo studio per il voto attribuitogli da un docente. Tra l’altro lo studio e l’acquisizione del sapere richiedono tempi variabili da un individuo all’altro, sottendono ad una maturazione diversa, ad una presa di coscienza che possono essere solo personali e soggettive; questo sistema impone, al contrario, un’omogeneità che poco ha a che fare con lo sviluppo e la crescita personale, impone al soggetto umano di trasformarsi in “capitale umano” per diventare imprenditore di se stesso. Ma questa però non è affatto scuola, non è istruzione; è invece il trionfo della scuola-azienda che produce lavoratori acritici che devono conseguire risultati per ottenere la certificazione di aver superato la selezione assegnata dai giornalisti.

Images taken from Google Search

© L. R. Capuana

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