IN PRINCIPIO FU L’AUTONOMIA SCOLASTICA

L’origine di tutti i mali della scuola italiana

Siamo solo ad ottobre e nella scuola in cui lavoro, un istituto di istruzione secondaria di secondo grado, abbiamo già fatto due consigli di classe – i primi a settembre dopo una settimana di scuola e i secondi la settimana scorsa -, oggetto principale delle riunioni: la programmazione del Consiglio di Classe dominata essenzialmente dalle attività integrative. In pratica non si è parlato d’altro che di organizzare uscite didattiche, incontri di vario genere per le classi da tenere a scuola o in altre sedi. I docenti si affannano a proporre iniziative che diano lustro alle proprie discipline, una sorta di gara a chi propone di più. Immancabilmente alla fine dell’anno scolastico ci si lamenta tutti delle ore sottratte all’attività didattica. Chissà come mai!

La domanda da porsi però è: perché siamo tutti così ansiosi di proporre questa miriade di attività integrative? Perché non basta più l’attività didattica svolta in classe? E cosa si aspettano genitori e studenti da tutti questi impegni ulteriori?

Ebbene, l’origine di tutti i mali è la concorrenza tra istituti generata dall’autonomia scolastica e dall’introduzione del POF (Progetto dell’Offerta Formativa – con la 107/15 diventato PTOF, Progetto Triennale dell’Offerta Formativa). Nello specifico si tratta rispettivamente della legge Bassanini, L. 59/97, CAPO IV, ART. 21 commi 1 e 3; e del D.P.R. 275/99, ART. 3.

La scuola ormai non si occupa più di istruzione bensì propone un’offerta formativa. Ma qual è la differenza tra istruzione e offerta formativa? Infatti bisogna fare attenzione perché la scelta dei termini non è casuale. Mentre l’istruzione è propedeutica all’emancipazione dell’individuo che, attraverso le conoscenze, sviluppa un proprio pensiero autonomo e critico diventando dunque cittadino consapevole e in grado di prendere parte attiva nella vita a tutto tondo; l’offerta formativa, al contrario, è finalizzata a fornire agli studenti gli strumenti più utili per inserirsi nel mercato del lavoro dopo il completamento degli studi. Sono cose ben diverse. Tant’è che la cosiddetta “Offerta Formativa” che dà concretezza all’autonomia scolastica, nella sostanza significa che la scuola viene trasformata in un’azienda che offre una proposta formativa allo studente diventato cliente che sceglie quella che ritiene più vantaggiosa ai fini del lavoro futuro, spesso in maniera inconsapevole per tanti motivi contingenti di cui però non parlerò qui. Rimane il fatto che allo stato attuale le scuole non sono più tenute a fornire un’istruzione di qualità a tutti i propri discenti, bensì devono attirare iscritti.

E’ evidente quindi che l’indirizzo di studio con le sue discipline specifiche e la didattica non bastano più per motivare la scelta della scuola da frequentare; serve altro per attrarre nuovi iscritti-clienti. E’ da questa inedita esigenza che derivano le proposte spesso alquanto fantasiose di attività integrative generalmente svolte durante gli orari pomeridiani.

Tuttavia quest’ansia da prestazione che assale tanti docenti e rispettivi dipartimenti non tiene quasi mai conto della realtà dei fatti ed è sufficiente fare un giro veloce tra i vari siti di tanti istituti scolastici per accorgersi che i loro PTOF sono colmi di proposte spesso irrealizzabili e foriere delle più cocenti delusioni. Purtroppo si tende ad emulare un’idea di scuola anglo-americana che nell’immaginario collettivo italiano richiama tanto – generalizzando, s’intende – quella delle scuole private come nel famoso film, spesso citato dai docenti più ispirati, L’attimo fuggente, una specie di mitizzazione superficiale e ingenua se in buona fede. Che male c’è in fondo a voler migliorare, si potrebbe obiettare, ma il punto è proprio questo e cioè che non si tiene debito conto del contesto generale quando si adottano prassi che funzionano altrove, e sul fatto che funzionino ci sarebbe anche da discutere.

Lasciando da parte l’assurdità stessa della competizione fra scuole pubbliche statali è necessario invece, a mio parere, capire perché scopiazzare in maniera approssimativa poi (!) il modello anglo-americano delle scuole private è velleitario e fallimentare. Dunque, la prima osservazione riguarda il curriculum scolastico che nelle scuole italiane è vincolante e caratterizza i vari indirizzi di studio da cui lo studente può scegliere. Il numero di ore di lezioni è stabilito a monte insieme a quelle destinate ad ogni disciplina. Questa è materia di esclusiva prerogativa ministeriale, ciò significa che la scelta di un indirizzo comporta un determinato percorso di studio ed il raggiungimento di obiettivi ben definiti che richiedono un altrettanto ben definito impegno scolastico e domestico autonomo da parte dello studente. In pratica il profitto scolastico di ogni studente non è e non può essere limitato alla regolare frequenza delle lezioni, bensì richiede un ulteriore impegno di studio autonomo e extra-scolastico di norma, perché sia proficuo, è meglio se espletato nelle ore pomeridiane. Evidentemente qualsiasi altra attività pomeridiana troppo impegnativa sottrae tempo ed energie allo studio e all’approfondimento autonomo.

I fautori di quest’idea di scuola sostengono che queste attività extra-curricolari e integrative sono un valido arricchimento culturale e nessuno lo nega, ciò nondimeno sarebbe bene sottolineare che fare troppe cose insieme non è mai salutare e spesso anzi crea frustazione, ma si dovrebbe anche considerare, e questa è la seconda osservazione, che il modello originale che si vuole imitare richiede un impegno personale e autonomo da parte degli studenti di gran lunga inferiore così come corrisponde ad esso una preparazione altrettanto inferiore dal punto di vista delle conoscenze di base e non solo, a parità di età anagrafica degli studenti e degli anni di studio effettuati.

Trascurare o, peggio, ignorare questo aspetto significa essere in mala fede o stupidi. Basterebbe documentarsi e oggi grazie ad Internet non costa alcuna fatica, infatti anche in questo caso è sufficiente visitare qualche sito di scuole straniere per verificare che il monte ore è di gran lunga inferiore rispetto al nostro, che il piano di studio è a scelta degli studenti, salvo per poche materie obbligatorie, con tutto ciò che ne consegue in termini di preparazione e che in ogni caso il titolo di studio della secondaria non dà accesso all’istruzione universitaria, non ha alcun valore legale e non è minimamente professionalizzante. Per accedere ad un percorso di studio superiore anche chi è in possesso del diploma della scuola secondaria deve superare dei test nazionali standardizzati e, infine, per ottenere una preparazione anche lontanamente simile a quella dei nostri studenti delle superiori loro devono frequentare almeno due anni di college dopo la secondaria. Per maggiori informazioni sull’argomento ne ho scritto in questo post e in questo.

Private è poi la parola chiave, si tratta di istituti in cui gli studenti pagano delle rette e spesso sono scuole molto esclusive che selezionano i propri studenti innanzitutto sulla base della loro appartenenza socio-economico e culturale ottenendo quindi dei livelli alquanto omogenei. In un contesto del genere anche le attività extra-curricolari e integrative sono lautamente finanziate e rispondenti alle esigenze e alle aspettative degli studenti e delle loro famiglie. Un siffatto contesto è in totale contraddizione con il nostro dettato costituzionale e non si può non tenerne conto. Perciò lo sforzo di tante scuole nel proporre attività integrative mirabolanti senza poter garantire qualità e profitto scolastico vale davvero la pena, e qual è il costo che ne paga lo studente?

Images taken from Google search

© L. R. Capuana

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