Il dibattito sulla scuola è sempre intriso di contraddizioni ad esempio, da una parte la scuola utile e dall’altra la scuola come contenitore in cui la società tenta di riversare tutti quei problemi legati all’adolescenza e alla crescita emotiva che le famiglie, incagliate nelle difficoltà di una quotidianità accelerata, non è più in grado di affrontare.
Quindi, la scuola come agenzia di collocamento, la scuola come “seconda agenzia educativa” dove gli studenti devono trovare comprensione e sostegno ai loro normali turbamenti adolescenziali, la scuola come luogo di socializzazione tra pari, la scuola senza obblighi, senza impegno e, ovviamente, senza voti.

La scuola utile
L’altro giorno, mentre ero al supermercato ho sentito una signora raccontare ad un’amica, che il figlio, andato ad abitare da solo recentemente, va ancora a cena da lei tutte le sere perché non ha i soldi per la spesa e quindi, secondo lei, la scuola dovrebbe insegnare innanzitutto come amministrare i soldi e gestirli in modo da coprire con lo stipendio tutte le spese necessarie.
La signora non è l’unica a pensare che debba essere questa la vera funzione della scuola, altri, come lei, ritengono che a scuola si debbano imparare “cose utili” per affrontare la quotidianità una volta abbandonato il nido.
D’altra parte l’enfasi sulle competenze a discapito delle conoscenze e l’obbligatorietà dell’alternanza scuola-lavoro per tutti gli indirizzi di scuola ha lo scopo preciso e raggiunto di far credere all’opinione pubblica che la scuola debba servire per far trovare lavoro agli studenti, l’obiettivo dunque di tutti è solo il lavoro. Solo il lavoro, che viene propagandato come unica forma di realizzazione personale, per cui tutte le altre sfere della vita personale non contano nulla o non si possono realizzare senza il lavoro di successo che oggi, a quanto pare, definisce la persona.
Non si parla più di indipendenza economica, l’accento è posto sulla carriera; si sceglie il percorso di studio (sia scolastico che universitario) solo per inseguire il successo, si pompa l’ambizione trascurando quasi totalmente il benessere personale. Spostando quindi l’attenzione dalla vita al perseguimento della realizzazione del successo economico, a scuola si vuole studiare solo ciò che ciascuno pensa possa tornare “utile” nell’immediato.
Lo studio deve tradursi in ciò che è subito spendibile sul mercato del lavoro perciò gli studenti sviluppano insofferenza e quindi, come è del tutto ovvio che sia, scarso impegno, o comunque svogliato, verso quelle materie scolastiche che loro, dall’alto della loro sapienza ed esperienza, reputano inutili.
Sono imbevuti, purtroppo, grazie alla propaganda mediatica, del mito della scuola utile che deve insegnare loro “a fare” e non a pensare; un lavoratore apprezzabile, del resto, deve limitarsi ad eseguire istruzioni date, non certo a discutere.
In questo quadro complessivo diventa facile dunque far leva sul concetto di mismatch seppure del tutto inventato, infatti è il lavoro che manca non il personale; manca il lavoro ben retribuito, non gli ingegneri e il personale qualificato, manca l’offerta appetibile tant’è che più che l’immigrazione dovrebbe preoccupare l’emigrazione.
Tuttavia, poiché la politica ha rinunciato ad emancipare le giovani generazioni preferendo soddisfare le lobby della grande industria, la scuola è stata ridotta a campo di addestramento, lo ha anche affermato con convinzione il ministro attuale.
L’opinione pubblica ormai non può che seguire il mantra mediatico.
La scuola come riscatto sociale
Per onestà intellettuale bisogna anche sfatare il mito che la scuola in passato abbia rappresentato qualcosa di diverso rispetto ad oggi. Fino a qualche decennio fa, nell’immaginario collettivo, la scuola era percepita indubbiamente come strumento di riscatto e mobilità sociale, quindi l’occasione per migliorare le proprie condizioni di vita passando dalle classi più umili a quelle più abbienti.
Nemmeno in passato, dunque, l’istruzione era per tutti l’agognato “sapere”, non rappresentava nemmeno per le generazioni passate la possibilità di soddisfare la sete di conoscenza e appropriarsi della cultura in senso lato per elevare il proprio spirito. No, bensì anche in passato, per i meno fortunati in special modo, l’istruzione aveva un fine utilitaristico e materiale; tant’è vero che anche dopo la riforma della scuola media unica i licei erano comunque maggiormente frequentati dai figli della borghesia e gli altri istituti continuavano ad essere scelti dai figli della classe operaia, che però dopo quella riforma ebbero accesso all’università, prima ad essi preclusa.
L’idea di fondo allora, come peraltro, diffusa anche oggi, era che i figli della classe operaia avessero bisogno di un diploma immediatamente spendibile sul mercato del lavoro perché non avevano tutto il tempo da dedicare allo studio che, invece, era a disposizione dei figli della classe media, i quali non avevano la loro stessa urgenza di mettersi a lavorare. Urgenza dettata anche dal fatto che mantenere un figlio agli studi aveva dei costi che non tutti, nemmeno allora, potevano sostenere anche solo per il fatto che un altro salario in famiglia avrebbe fatto comodo. Chi, tuttavia, affrontava questi sacrifici lo faceva pensando che fosse un investimento per il futuro di tutta la famiglia e comunque era motivo di orgoglio in quanto ne attestava il miglioramento delle condizioni socioeconomiche della famiglia di origine e di per sé motivo di riscatto sociale. Una scuola classista, al pari della società.
Il mercato del lavoro asfittico che non garantisce alcun riscatto sociale
Ciò che oggi è cambiato radicalmente è che la scuola non garantisce più nulla di tutto ciò. Conseguire un diploma non è più sufficiente per inserirsi nel mondo del lavoro che, nel frattempo, è stato reso sempre più instabile, transitorio, senza le tutele del passato e che è stato trasformato in una giungla di contratti che avvantaggiano solo la parte datoriale autorizzata dallo Stato allo sfruttamento generalizzato della forza lavoro che, negli ultimi decenni specialmente, ha perso qualsiasi potere negoziale anche grazie al depauperamento dei sindacati, spesso tuttavia complici di tale situazione.
La messa sotto accusa del posto fisso ha inoltre facilitato l’affermarsi del concetto di flessibilità del lavoro che tuttavia, ha reso più facili e comuni i licenziamenti mentre è sempre più difficile per i lavoratori trovare impieghi e posizioni lavorative meglio retribuite e più appaganti. Restringendo le possibilità di scelta dei lavoratori si sono anche resi più ricattabili e alla mercé delle aziende, libere di negare i più elementari diritti ai loro dipendenti. Il sempre più significativo dato sulle morti bianche ne è un segnale chiaro.
Se è vero che in questi ultimi mesi l’occupazione è cresciuta, secondo i dati statistici, è anche vero che la qualità del lavoro, i contratti e le retribuzioni sono scesi significativamente. Addirittura, i dati OCSE ci dicono che i livelli retributivi in Italia sono fermi e addirittura inferiori di quelli degli anni ’90.

Ne consegue che questo meccanismo ha fatto sì che la formazione iniziale così come, e forse a maggior ragione, tutto l’onere dell’aggiornamento professionale è stato spostato in capo al singolo lavoratore rendendolo direttamente responsabile, non però autonomo nella scelta.
Questo inedito concetto è stato ratificato dall’Ue con il trattato di Lisbona del 2007 definendolo: life long learning. In questo modo l’istruzione statale diventa sempre più ostaggio delle imprese che impongono le proprie desiderata ai legislatori delle varie nazioni coinvolte affinché adottino politiche scolastiche compiacenti, legislatori che non perseguendo più l’emancipazione del cittadino, anzi hanno dimostrato nel tempo, tutti i politici a prescindere dallo schieramento, di inseguire i diktat dei grandi gruppi finanziari e dell’hi-tech che peraltro promuovono nelle scuole il digitale che loro stessi forniscono dietro lauti compensi appropriandosi di fatto di ogni metodologia didattica, basti osservare con un minimo di attenzione in che direzione sono andati i fondi del PNRR destinati all’istruzione.
Lo scopo della scuola
Partiamo dai fondamentali: la scuola ha il compito di istruire le nuove generazioni, è un compito fondamentale per il progresso del Paese e della società poiché un Paese di analfabeti ne decreta la sua fine. La scuola è altresì esiziale per le nuove generazioni poiché se fossero dannati all’analfabetismo e all’ignoranza il loro sarebbe un destino di schiavitù e sarebbero assoggettati all’arbitrio dei padroni della loro esistenza. Queste sono le basi minime su cui sviluppare il discorso.
Le basi minime attestano che la scuola è funzionale agli interessi collettivi e parimenti a quelli individuali. Perché entrambi i soggetti coinvolti ne traggano benefici è necessario che si instauri un patto. Da una parte l’istituzione che garantisce un’istruzione per l’emancipazione di tutti in modo equo ed egalitario; dall’altro gli studenti che s’impegnano a fare la loro parte, ovvero che studino per il loro interesse e per conseguire appunto quell’emancipazione che solo l’istruzione può loro garantire.
Già questa sarebbe motivazione sufficiente e lo studio è solo ciò che andrebbe richiesto agli studenti, di ciò che in seguito gli studenti decidono di fare con quell’istruzione è solo affare loro e basta. John Adams, il secondo presidente degli Stati Uniti, in una lettera alla moglie del 1780, scriveva che era suo dovere e quello dei suoi discendenti fare in modo che le generazioni future avessero il diritto di poter dedicarsi allo studio delle arti.
The Science of Government it is my Duty to study, more than all other Sciences: the Art of Legislation and Administration and Negotiation, ought to take Place, indeed to exclude in a manner all other Arts.—I must study Politicks and War that my sons may have liberty to study Mathematicks and Philosophy. My sons ought to study Mathematicks and Philosophy, Geography, natural History, Naval Architecture, navigation, Commerce and Agriculture, in order to give their Children a right to study Painting, Poetry, Musick, Architecture, Statuary, Tapestry and Porcelaine.
From the letters of John Adams, second president of the United States, to his wife Abigail Adams, Paris, 12 May 1780 approx.

Tutto il resto di cui oggi si blatera è frutto di un penoso travisamento di ruoli e funzioni, di una perniciosa mistificazione di cosa debba essere istruzione. Inoltre, perché, la scuola, possa garantire un’istruzione volta all’emancipazione degli studenti deve far sì che il corpo docente sia preparato e competente nelle materie chiamato ad insegnare. Un docente preparato nella trasmissione del sapere e della cultura del Paese, non un facilitatore, un tutor, un educatore; queste sono altre figure professionali che servono ad altri scopi, non certo quello di insegnare.

Tutto fuorché scuola
Eppure, sebbene gli aspetti fondamentali siano quelli sopra descritti, alla scuola, come si è già detto, la società sta scaricando una serie di compiti che non le competono e per i quali non è affatto attrezzata. Nel tentativo di imitare il modello anglofono, ben diverso dal nostro per tradizione culturale, ci si è ridotti ad un patetico scimmiottare che non può che essere fallimentare. Oltretutto si è diffusa l’idea che gli studenti non debbano dedicarsi solo allo studio, bensì adoperarsi per conseguire certificazioni di ogni sorta, attraverso cui si sottintende che la scuola non è in grado da par suo di certificare la preparazione dei propri studenti.
In questa corsa forsennata all’eccellenza, da bollino apposto da enti privati, che impone agli studenti pomeriggi con agende così piene che nemmeno un dirigente d’azienda, inevitabilmente aumenta l’ansia di prestazione per lo scarso tempo a disposizione da dedicare allo studio. Tutto, infatti, sembra essere più importante della scuola, quindi non si può rinunciare allo sport, non si può rinunciare al volontariato – che, per inciso, produce crediti da spendere per la media scolastica -, non si può rinunciare ai corsi di teatro, di scrittura creativa e quanto di più fantasioso offre, paradossalmente proprio la scuola attraverso il PTOF. Infine, non si può rinunciare ai lavoretti per coprire le spese personali e caldamente incoraggiati dai genitori.
I docenti e l’empatia
La pressione emotiva degli adolescenti è funzionale alla loro crescita finché non diventa patologica; oggi troppo spesso si trasforma in un livello di ansia eccessiva che gli studenti non sono attrezzati a gestire. Molte volte è dovuta alle tante attività che pensano di dover svolgere per essere accettati da un contesto sociale più preoccupato di far fare curriculum a questi ragazzi, anziché badare al loro benessere.
Ora, se quest’ansia è riconducibile a lacune pregresse, che ne ostacolano l’acquisizione delle conoscenze successive. la scuola deve porvi rimedio e i docenti devono farsene carico attraverso periodi di ripasso che fanno comunque bene a tutti gli studenti. Se la causa è invece personale e domestica pur non potendo la scuola sopperire alla famiglia e, soprattutto non dovendo (ritengo infatti, debba esserci una distinzione chiara e la famiglia deve essere responsabile del benessere psico-fisico dei discenti su cui la scuola non deve assolutamente intromettersi, attivando semmai, e nei casi più particolari, i servizi sociali), allo stesso tempo non può non tener conto di tali problemi che inevitabilmente incidono sul rendimento scolastico.

Allo stesso modo le aspettative che molti, sia studenti che opinione pubblica, nutrono riguardo al benessere emotivo, per cui a scuola si aspettano di trovare docenti “empatici”, li pretendono persino, è fuori luogo è, soprattutto, irrealistico perché i docenti hanno in carico l’istruzione di centinaia di studenti.
Ma sorge anche il dubbio che non si abbia ben chiaro il significato del concetto di empatia che, stando alla definizione della Treccani, si tratta di: un’emozione di derivazione psicologica e che implica l’immedesimazione tra soggetto e oggetto. Può mai un docente immedesimarsi con ciascuno dei suoi studenti? E dunque forse si tratta di un equivoco. Il docente cosiddetto “sadico”, per alcuni illustri commentatori, è probabilmente quello/quella, che appare indifferente ai problemi che possano manifestare gli studenti. Quel centinaio di studenti di cui sopra.
Il punto sostanziale è che è del tutto errato il presupposto: i docenti non sono psicologi e mai dovrebbero improvvisarsi tali; bisogna dunque distinguere tra l’umana comprensione, l’importanza di creare una relazione, per altro, non essenziale – ogni docente entra in relazione con le proprie classi in modo diverso – e ciò che oggi si pretende da essi: l’empatia.

Se la scuola continuerà ad essere identificata come “seconda agenzia educativa” dopo la famiglia è perché quest’ultima ha delegato a terzi l’educazione dei propri figli, la trasmissione di principi e valori che dovrebbero essere appannaggio esclusivo dei genitori, ma questa funzione inedita che è stata demandata alle istituzioni scolastiche ha finito per marginalizzare quella per cui è stata istituita, ovvero fornire ai cittadini una preparazione culturale di base e generale decretando così la morte di quella originale e cioè: “prima agenzia culturale” e organo costituzionale, per dirla con Calamandrei.
Ciò che la scuola e i docenti possono e dovrebbero fare per limitare l’ansia di prestazione che affligge gli studenti è invece dilatare i tempi per favorire l’assimilazione degli argomenti e la rielaborazione personale degli stessi. Questo però essenzialmente significa tornare a fare scuola e basta eliminando tutto l’eccesso di cui si è stata sovraccaricata, in poche battute : no attività extracurriculari, no progetti, no PCTO, no crediti, no INVALSI.
© L. R. Capuana
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