IL GOVERNO E L’ENNESIMO DECRETO POT-POURRI SULLA SCUOLA

Il governo avvia la campagna elettorale con un decreto pot-pourri sulla scuola. Vi racconto perché lo strombazzato tetto agli studenti stranieri nelle classi è solo propaganda e perché nel decreto di sostanziale c’è poco e di scarso impatto reale.

Students studying together at tables in a modern school hallway
Students work together in a bright, modern study area lined with books, plants, and large windows.

L’attuale governo, la scorsa settimana, licenzia l’ennesimo Decreto Legge. Quest’ultimo tra le altre misure impone il tetto agli alunni stranieri per classe, non più del 30%, e il divieto di ingresso a scuola con burqa e niqab. Di fatto si tratta di un bel pot-pourri che comprende appunto svariate misure.

Ricordiamo, intanto, che i decreti leggi sono atti urgenti che il governo adotta solo in casi straordinari di necessità e urgenze, come gravi emergenze, che entrano in vigore subito ma che decadono se il Parlamento non lo converte in legge entro 60 giorni.

Sfugge l’emergenza in corso, soprattutto perché il decreto nel frattempo (da sei giorni, sabato e domenica inclusi), si è fermato alla Ragioneria di Stato per la bollinatura, tempi tecnici, dicono dal governo.

L’antefatto

Giorni fa l’avversario politico che FdI pare temere di più aveva elencato una serie di proposte sulla scuola quali ad esempio: la reintroduzione delle classi differenziali per gli studenti disabili; la suddivisione degli studenti in classi per merito; la reintroduzione del lavoro minorile per i quattordicenni; l’educazione alla difesa nazionale a cui segue l’alza bandiera e l’inno nazionale tutte le mattine prima dell’inizio delle lezioni; il crocefisso per rafforzare lo spirito identitario e altre amenità.

Dichiarazioni che hanno suscitato più di un sopracciglio alzato.

Giorgia Meloni quindi coglie subito l’occasione per marcare il territorio e risponde a stretto giro di posta.

L’annuncio ad effetto

Il 20 settembre u.s. Giorgia Meloni, dal palco di Fenix, la festa di gioventù nazionale, in un passaggio molto infervorato del suo intervento, promette solennemente che questo governo impedirà che in futuro gli alunni italiani possano “sentirsi in un angolo (…) perché sono diventati la minoranza. Non si può fare.”

Il tono veemente della presidente del consiglio che lascia interdetti perché evidentemente c’è un’emergenza da affrontare. La ghettizzazione e la segregazione, ma degli studenti italiani accerchiati da orde di stranieri.

Analizzando però i numeri si delinea però un quadro diverso da quello descritto dalla postura e dalle urla della presidente del consiglio, infatti, numeri alla mano stiamo parlando dell’11,6% dell’intera popolazione scolastica e quelli nati all’estero, con scarsa o nulla padronanza della lingua italiana, si attestano allo 0,5%. Questa è dunque la minoranza, gli italiani rimangono la stragrande maggioranza. 

Se c’è una questione di alta concentrazione, che pure esiste, riguarda zone specifiche del Paese, in quanto la presenza di immigrati non è affatto distribuita in modo uniforme. Questa popolazione multietnica si raggruppa in quei territori dove è alta la richiesta di manodopera e dove queste persone trovano lavoro; inoltre non è affatto strano che gli immigrati scelgano di abitare, ove possibile, vicino a connazionali per non sentirsi del tutto isolati. Si direbbe scelta ovvia.

Shoppers browse fresh produce at a colorful historic street market.
Shoppers browse colorful produce stalls along a flower-filled historic street.

Ciò naturalmente comporta, specie per le scuole del primo ciclo di istruzione, che le scuole di quartiere abbiano una presenza alta di studenti con cittadinanza non italiana o di studenti non italofoni rispetto ad altri contesti a maggioranza italiana. Ora, sorge spontanea la domanda, peraltro già avanzata da più parti: nelle scuole di questo tipo cosa si dovrà fare con questi studenti? Li si obbligano a frequentare scuole distanti dalle loro abitazioni?

Nella sciagurata ipotesi che il governo stia pensando di attuare una simile scelta, Assotutenti ha già fatto una proiezione dei costi in più che dovrebbero affrontare le famiglie:

Text discussing the annual transportation costs for a student commuting to school by car versus public transport.

Paradossalmente, Meloni, anche quando starebbe per varare un provvedimento che, in linea di principio potrebbe essere commendevole – chi mai penserebbe giusto incoraggiare la segregazione e la formazione di classi-ghetto? – ha la capacità straordinaria di trasformarlo inevitabilmente in qualcosa di aberrante.

È indubbiamente molto poco commendevole imporre che a casa di chi è non è italofono si parli italiano o che le scuole siano tenute a segnalare ai servizi sociali i genitori di studenti che faticano ad imparare l’italiano perché anche loro seguano corsi di alfabetizzazione.

Questa pretesa trascura, tra le altre cose non meno importanti, la difficoltà cui possano essere costrette persone adulte che si trasferiscono in Italia per lavorare e che quindi hanno poco tempo libero, poca serenità mentale per impegnarsi in uno sforzo così oneroso anche dal punto di vista psicologico ed emotivo.

Inoltre, questa imposizione contraddice tutti gli studi specialistici riguardo alla grande risorsa rappresentata dalla lingua madre per chi è bilingue; avere una buona conoscenza della lingua di origine dotata di un lessico ricco e di padronanza morfosintattica agevola anche l’apprendimento della lingua straniera, basterebbe studiare un po’.

Il tentativo di strumentalizzare Mattarella

Esilarante anche il richiamo di Meloni ad una circolare emanata da Sergio Mattarella quando era lui stesso ministro della Pubblica Istruzione, risalente agli anni ’90. In quel provvedimento Mattarella esortava le scuole ad evitare che fossero concentrati più di cinque studenti dello stesso gruppo linguistico nella stessa classe onde evitare che usassero la loro lingua anche in orario scolastico non usufruendo appieno dell’esposizione all’italiano per apprenderlo con più facilità. Una misura dunque a tutela del bambino non-italofono affinché venisse messo nella condizione migliore per apprendere l’italiano con minori ostacoli, anche di tipo emotivo e psicologico.

Se Meloni mirava a strumentalizzare persino il Presidente della Repubblica per giustificare la sua cattiva coscienza il richiamo si è tradotto in un boomerang.

Si segnala peraltro che il tetto del 30% esiste già ed è stato introdotto, con C.M. n. 2 dell’8 gennaio 2010, dall’allora ministro al MIUR, Gelmini. La sua attuazione, tuttavia, si è sempre rivelata illusoria in quanto si è anche messo un tetto al numero di classi che si possono avere in una scuola perché sempre Gelmini con il DPR 81/2009 stabilì l’incremento del numero di alunni per classe per ridurre il numero di classi.

Text discussing regulations for school class formations in Italy, outlining minimum and maximum student numbers for various education levels: nursery, primary, and secondary schools.

Con questi numeri il 30% di alunni stranieri per classe è nei fatti inattuabile perché bisogna giustamente rispettare la prossimità delle scuole ai luoghi di residenza degli studenti, come si diceva prima, perché il diritto allo studio per tutti i minori presenti su suolo italiano è sancito dall’art. 34 della Costituzione. Deroga peraltro prevista anche in questo decreto appena varato dal Consiglio dei Ministri.

E quindi, se il tetto esiste già, con l’attuale decreto è diventato attuabile? Il governo intende investire denaro per consentire la creazione di nuove classi per rispettare il numero imposto?  Il governo intende investire soldi per potenziare l’insegnamento dell’italiano L2 con docenti abilitati, che pure esistono, in maniera strutturale e nelle ore curricoli per dare effettiva opportunità agli studenti non-italofoni di imparare bene l’italiano come priorità? Neanche per sogno.

Eppure secondo fonti ben informate il decreto prevede indicazioni più stringenti che gli uffici scolastici regionali dovranno far rispettare, tra questi il tetto riguarda quegli studenti che seppur nati in Italia ma con cittadinanza non italiana e che non hanno frequentato due anni della scuola dell’infanzia non potranno superare il tetto, scuola dell’infanzia che però non è obbligatoria nell’ordinamento italiano, un’altra perla.

Ricapitolando, quindi, il tetto esiste già, le oggettive difficoltà alla sua attuazione pure, e allora? Allora si fa ammuina.

No al burqa e al niqab, è sempre propaganda

Un’altra misura di natura ideologica prevista dal decreto è il divieto di indossare a scuola burqa e/o niqab, nel decreto il divieto è di entrare a scuola a volto coperto, “mascherato” pare sia il termine adottato. Esistono evidenze concrete che il fenomeno esiste? Da organi di stampa del settore si apprende che facendo delle stime approssimative queste potrebbe essere di circa 500 studentesse su tutto il territorio nazionale. Nel concreto si ha notizia di un caso di cronaca specifico avvenuto a Monfalcone, provincia di Gorizia, dove in una scuola superiore alcune studentesse della comunità bengalese frequentano la scuola indossando il niqab. Alcune studentesse in tutta Italia, ma la protesta della Lega locale diventa subito mediatica e si invoca la legge per vietarlo. Peccato che anche in questo caso la legge esiste già, tra l’altro è chiaro che non c’è alcun fenomeno e men che meno un’emergenza.

Il decreto

Si è parlato in apertura di decreto pot-pourri sulla scuola perché dentro questo testo c’è davvero tanto e non solo quanto strombazzato dalla presidente del consiglio. Vediamo quali sono alcune modifiche che apporterà.

Innanzitutto ci sono fondi appositamente stanziati per la progressiva equiparazione salariale dei Dirigenti Scolastici che sarà allineata a quella degli altri dirigenti di altri settori pubblici, solo per loro ovviamente. La forbice stipendiale sottolinea un divario storico tra la retribuzione dei dirigenti scolastici che sono di circa il doppio rispetto a quella di un docente con 15 anni di servizio. Guarda caso in merito al decreto di cui si sta discutendo Giannelli, presidente ANP, il più importante sindacato della categoria con il numero maggiore di dirigenti scolastici iscritti, ha già detto che il tetto del 30% è di buon senso.

In secondo luogo, dentro questo decreto c’è anche questa chicca

Text about hiring regulations from ITS Academy, mentioning the extension until 2028 for public administration to hire selected graduates and diploma holders in ICT.

Ovvero, l’ufficiale introduzione nelle scuole pubbliche di personale esterno che non deve fare la trafila cui sono obbligati tutti i precari che nella scuola vogliono entrare dalla porta principale per costruirvi il loro percorso professionale, no, ora basta avere il cartellino di un’azienda privata per essere considerato più qualificato di un laureato abilitato che ha macinato corsi di formazione su corsi di formazione profumatamente pagati alle università che di questi corsi fanno mercimonio.

Il latino facoltativo alle scuole di secondarie di primo grado, fondi per il contrasto al bullismo e al cyberbullismo, fondi per l’orientamento e per il contrasto alla dispersione scolastica, per l’edilizia scolastica. Insomma le misure previste sono molto variegate.

La nuova denominazione che trasforma tecnici e professionali in licei

Split scene showing St. Andrew's Academy, founded 1923, and Central Community High School, home of the Lions
Students gather outside two contrasting schools, highlighting differences in campus character and community life.

Dentro c’è anche la nuova denominazione degli istituti tecnici e professionali che diventeranno: licei tecnici e licei professionali. Davvero il governo e la sua compagine politica pensano che basti cambiare il nome alle cose per modificare la sostanza? È davvero così facile eliminare disuguaglianze socioculturali e percezioni storiche? Non si dovrebbe invece assicurare una più alta qualità dell’istruzione da garantire anche agli istituti tecnici e professionali?

Combattere le disuguaglianze a suon di fandonie, un film già visto

Questa trovata fa il paio con il tetto del 30% per gli studenti stranieri, questo governo, insieme a tutti quelli che lo hanno preceduto, usa la scuola a fini propagandistici.

Le disuguaglianze si combattono dando a tutti gli studenti pari opportunità. Questo significa che non basta cambiare nome alle scuole se poi non si potenziano i contenuti e non si migliorano le condizioni di partenza degli studenti. Le difficoltà di apprendimento si superano se vengono dati gli strumenti ai docenti per operare in scienza e coscienza e non con annunci roboanti.

Come dunque ridurre le disuguaglianze in modo concreto? Riducendo innanzitutto il numero di alunni per classe, garantendo a tutte le scuole infrastrutture adeguate e sicure da ogni punto di vista, garantendo servizi, connessione alla rete, dispositivi tecnologici e laboratori funzionanti ed efficienti per tutti e allo stesso modo, attraverso fondi statali. Abolendo l’autonomia e liberando le scuole dall’ansia di concorrere sul mercato, di procacciarsi fondi – magari chiedendo agli studenti contributi volontari, una richiesta che molto spesso diventa obbligatoria in contraddizione assoluta con il dettato costituzionale e anch’essa fonte di disuguaglianze sociali e territoriali – di stipulare convenzioni e consentendo a tutte le scuole di tornare a fare ciò per cui la scuola esiste: dare un’istruzione di qualità a tutti i cittadini futuri di questo sbalestrato paese.

Text discussing educational inequalities faced by non-Italian students, highlighting socio-economic and linguistic challenges in the Italian school system.

Impact of Mass Education Reforms on Italian School Quality

I tagli alla scuola pubblica e gli stanziamenti per le paritarie

Non stupisce naturalmente che la propaganda politica sottolinei ciò di cui poter vantarsi presso l’opinione pubblica per ottenere quanto più consenso elettorale possibile e poiché la campagna elettorale per le prossime politiche, sebbene ancora piuttosto lontane, sia già iniziata è prevedibile che ognuna delle parti tiri acqua al proprio mulino.

Quindi è nell’ordine delle cose che il governo magnifichi i suoi successi. È però anche prevedibile che chi non condivide queste misure si metta a grattare un po’ la superficie per scovare ciò che la propaganda convenientemente non dice e così si scopre che a fronte di ingenti somme regalate anche da questo governo alle paritarie: complessivamente 886 milioni di euro solo nel 2026 superando di gran lunga i fondi stanziati dai precedenti governi Conte II e Draghi; alla scuola pubblica sono stati tagliati ben 5.600 cattedre e 2.100 posti ATA.

Sorge il dubbio che questo decreto serva anche a coprire queste precise scelte politiche che vedono la scuola pubblica ulteriormente danneggiata.

Per approfondire sugli studenti non italofoni:

© L. R. Capuana

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