Vi racconto perché è più facile cambiare tutto perché nulla cambi. Il costo zero dell’operazione di facciata: tecnici e professionali diventano licei, ma solo nel nome. La politica, il mismatch e le bugie di palazzo.
Il ministro dell’istruzione e del merito (MIM) ha recentemente annunciato un DL (decreto legge[1]) con il quale trasformerà gli istituti tecnici e professionali in licei.
Verranno dunque modificati i contenuti e le finalità specifiche di questi istituti per poter essere equiparati a quelli dei licei, magari con l’introduzione di materie come il latino e la filosofia, che da sempre contraddistinguono lo studio liceale?
Affatto, i programmi resteranno incentrati sulle materie tecniche, scientifiche ed economiche con un focus più mirato sullo sviluppo delle competenze contemporanee, su materie STEM, digitalizzazione, robotica e uso consapevole dell’intelligenza artificiale. Inoltre le attività di laboratorio e l’interdisciplinarità degli insegnamenti verranno incrementati.
Lo scopo di questa modifica nella denominazione di tali istituti di istruzione, sottolinea il ministro, è di eliminare la discriminazione che, a suo dire, affligge l’istruzione tecnica e professionale nella percezione diffusa dell’immaginario collettivo assegnando ai licei prestigio e lustro e declassando gli altri a scuole di serie B.
Ci si chiede se basterà quest’operazione di facciata per ridurre le disuguaglianze e le discriminazioni.
In ogni caso, assicura il ministro, non ci sarà alcuna “licealizzazione teorica”, per così dire, bensì il provvedimento punta ad una pari dignità formale mantenendo tuttavia per ogni percorso la sua propria specificità e vocazione formativa.
La trasformazione nominale mira altresì ad integrare la nuova struttura ordimentale e quadriennale, più comunemente nota come 4 + 2, del percorso degli istituti tecnici che da cinque anni saranno a ridotti a 4 con l’opportunità offerta agli studenti, al conseguimento del diploma al termine del quarto anno, di accedere direttamente ai corsi biennali degli ITS Academy oltre ad avere garantito l’accesso all’iscrizione in qualsiasi facoltà; lo scopo dichiarato è di allineare l’Italia ai tempi di uscita scolastica europei.
Ridurre a quattro anni lo studio degli studenti italiani delle superiori tuttavia non è proprio una novità, si è già tentato di percorrere questa strada in passato.
I PRECEDENTI
La prima sperimentazione ufficiale portando da cinque a quattro anni alcuni istituti della scuola secondaria di secondo grado italiana riguardò non solo gli istituti tecnici bensì anche i licei e fu introdotta nel 2013 dall’allora ministra Carrozza del governo Letta. Le prime autorizzazioni quadriennali videro coinvolte un numero molto limitato di scuole paritarie, tra queste una di Milano e una di Brescia, che già in precedenza avevano avuto pareri favorevoli dai precedenti ministri Gelmini e Profumo, ultimo governo Berlusconi e governo Monti, rispettivamente.
Anche in questo caso si disse che la sperimentazione aveva lo scopo di allineare i tempi per il conseguimento del diploma italiano a quelli della maggior parte dei Paesi europei.
La sperimentazione, dopo una battuta di arresto sotto il ministero guidato da Stefania Giannini, governo Renzi, riprese vigore con il successivo governo Gentiloni e con la ministra Fedeli si passa ad una sperimentazione nazionale con 100 classi complessive tra licei e istituti tecnici statali; correva l’anno scolastico 2018/2019. Con il ministero a guida di Patrizio Bianchi del governo Draghi la sperimentazione mirava a coinvolgere ben 1000 istituti tra licei e tecnici e siamo al 2021.
Che esiti ha dato questa sperimentazione incoraggiata da governi di diverso colore politico nei tredici anni in cui è stata caldeggiata dalla politica? È effettivamente vero che nella maggior parte dei Paesi europei il diploma si consegue a 18 anni? E, infine, chi sono i protagonisti dietro le quinte che si sono adoperati in questi anni per ridurre la durata delle scuole italiane secondarie di secondo grado di un anno?
GLI ESITI DELLA SPERIMENTAZIONE
Il ministero non fornisce dati del tutto esaustivi in merito, tuttavia secondo la FLC CGIL le scuole che hanno aderito effettivamente alla sperimentazione, nell’era Bianchi, sono ben al di sotto del numero auspicato, si parla di circa 243 scuole complessive distribuite sul territorio nazionale con la Lombardia che registra il maggior numero e, comunque, di queste la parte più consistente degli studenti ha scelto la sperimentazione quadriennale nei licei, mentre per gli istituti tecnici il numero è molto più esiguo. Nell’insieme si tratta di meno di un quarto della quota che il ministero intendeva coprire.
La sperimentazione ha riscontrato, sin da subito dati alla mano, una considerevole resistenza da parte di molte famiglie e studenti, i quali a ragion veduta, temevano che comprimere di un anno il percorso di studio avrebbe provocato un aumento della pressione e un maggior carico di studio da sostenere; timori che hanno avuto conferma da uno studio approfondito di Eduscopio, il portale della fondazione Agnelli, che ha rilevato come i diplomati dei licei quadriennali hanno prestazioni universitarie inferiori rispetto ai diplomati del percorso tradizionale di cinque anni.
Riassumendo: la sperimentazione fin qui non ha prodotto gli esiti desiderati da chi l’ha promossa. Tuttavia, il futuro si presenta roseo perché le iscrizioni al nuovo 4+2 pare siano state ragguardevoli: circa 20.000 e non si tratta più di una sperimentazione bensì il sistema è diventato ordinamentale e strutturato soprattutto per i percorsi informatico, turistico ed enogastronomico.
IL DIPLOMA A 18 ANNI NEI PAESI EUROPEI
Prima di tutto bisogna sottolineare che quei Paesi in cui il diploma si consegue a 18 anni di età il numero complessivo di anni di studio varia a seconda dell’organizzazione del primo ciclo di studio (primaria e secondaria di primo grado).
Nel Regno Unito e Malta l’inserimento degli alunni a scuola inizia a 5 anni, quindi il numero complessivo di anni scolastici è di 13 anni, come in Italia. Nell’altro gruppo, composto dalla maggior parte degli Stati dell’Europa occidentale, la scuola inizia a 6 anni di età e si conclude al diciottesimo anno di età e gli studenti frequentano un percorso scolastico di 12 anni, uno in meno rispetto all’Italia.
In secondo luogo tra questi Paesi vigono almeno due modelli strutturali diversi.
Nel Regno Unito, nei Paesi scandinavi e in Spagna, al pari dell’Italia, il diploma dà accesso agli studi universitari.
Dall’altra parte ci sono Paesi in cui sussiste una differenza sostanziale, seppur non sempre anche formale, ad esempio in Francia, oppure in Germania (quello tedesco è un caso ancora più variegato), Austria e Paesi Bassi, detti anche Paesi a “selezione precoce”, dove di norma proseguire gli studi dopo il diploma a indirizzo tecnico-professionale è molto raro anche se legale.
Dunque, in questi Paesi, seppur formalmente è possibile frequentare degli anni integrativi dopo il diploma delle scuole professionali e tecniche per accedere allo studio universitario la percentuale di studenti che riesce nell’intento è estremamente esiguo. In Germania ad esempio, la percentuale di chi da una scuola tecnico-professionale di base fa il salto si aggira intorno al 5%; numeri che crollano al 2-3% se il salto viene tentato da chi ha frequentato le scuole serali o chi con la qualifica di Meister consegue il diploma tecnico integrativo, ovvero un percorso che valorizza l’esperienza lavorativa.
Anche in Francia, con le nuove disposizioni, chi consegue il Baccalauréat Professionnel potrebbe, da un punto di vista strettamente legale, iscriversi alle facoltà umanistiche, tuttavia le università francesi tendono a respingere con un’alta incidenza questi studenti a causa della loro mancanza di prerequisiti accademici indirizzandoli verso corsi tecnici brevi della durata di due anni; coloro i quali pur riuscendo ad accedere (circa il 10-15%) con un titolo di studio professionale raggiunge la laurea triennale si attesta intorno al 2-6%. In questo panorama solo la Spagna registra tassi di successo più elevati, all’incirca il 27,6%, per quegli studenti, che dopo aver conseguito il biennio di specializzazione professionale, quindi a vent’anni, proseguono con gli studi universitari. Cionondimeno, va altresì segnalato che è solo perché le università hanno adattato l’impostazione precedente riconoscendo esperienza e crediti accumulati negli istituti tecnici di istruzione superiore.
La Svizzera si contraddistingue per il suo sistema estremamente rigido. Lì solo il 20% circa degli studenti frequenta scuole che danno accesso alle università tradizionali; mentre il 70% degli studenti svizzeri a 15 anni si iscrive al percorso di formazione professionale di base che li introdurrà direttamente al mondo del lavoro, se desiderano proseguire gli studi, sono tenuti a svolgere un anno integrativo e frequentare successivamente le Scuole Universitarie Professionali.
Tra i Paesi europei che mantengono il conseguimento del diploma a 19 anni oltre all’Italia ci sono quelli della penisola scandinava, Finlandia e gran parte di quelli dell’Europa dell’Est.
Quindi, già da questo breve e non esaustivo quadro sinottico, infatti molto altro si dovrebbe dire, si può ben comprendere che le differenze tra i vari sistemi di istruzione presenti in Europa sono numerose e profonde, pertanto sostenere che la riduzione di un anno del percorso scolastico della scuola secondaria di secondo grado italiana ha lo scopo di allineare il nostro sistema a quello della maggior parte dei Paesi europei non è del tutto esatta, inoltre ciò su cui si tende a sorvolare abilmente nella vulgata è che laddove il diploma si consegue a 18 anni non è detto che tra diploma delle scuole tecnico-professionali e quelle più tradizionali ci sia effettiva equiparazione e che tutti diano accesso agli studi universitari.
Annotazione di interesse: nei Paesi cosiddetti a “selezione precoce” come i già citati Germania, a seconda del Land, in Austria e nei Paesi Bassi, la scelta dell’indirizzo scolastico avviene a 10 anni nei primi due e a 12 nell’ultimo; la selezione, inoltre avviene, sulla base della media dei voti conseguiti dagli studenti nel primo ciclo di istruzione e del parere espresso dal corpo docente. Come si può constatare una selezione molto severa e rigida in età precoce che indirizza verso le scuole tecniche e professionali alunni provenienti da contesti socio-economico svantaggiati e/o di recente immigrazione.
Non si direbbe quindi sufficiente cambiare la denominazione degli istituti per garantire una riduzione di disuguaglianze che a loro volta generano discriminazioni. Certo cambiare un nome alle cose non costa niente.
COME LA POLITICA GIUSTIFICA IL 4+2
Uno degli argomenti più pervasivo nel dibattito pubblico a favore dell’introduzione del 4+2 è sicuramente quello che va sotto il nome di mismatch inteso ovviamente come un’accusa sia rivolta ai giovani che scelgono indirizzi di studio sbagliati o che addirittura pretendono di scegliere quelli più consoni alle loro personali inclinazioni, oppure come accusa, questa sicuramente più popolare, rivolta alla scuola attuale incapace di preparare gli studenti per inserirsi direttamente nel mercato lavoro e il più velocemente possibile.
I dati ufficiali pubblicati sia dall’ISTAT che dall’ultimo studio del CNEL ci raccontano un’altra storia. La storia, per esempio, che i diplomati e i laureati italiani trovano lavoro all’estero con grande facilità rispetto alla madre patria, che all’estero fanno carriera senza aspettare anni e che addirittura, a cinque anni dal titolo di studio, un italiano all’estero percepisce uno stipendio all’incirca del 60% in più di quello che potrebbe aspirare ad ottenere in Italia a parità di competenze.
Dunque, più che di mismatch sarebbe più corretto parlare di under-qualification riguardo al tessuto imprenditoriale italiano affetto da aziende che cercano figure esecutive a basso costo anziché puntare su innovazione e ricerca, che sono invece gli elementi che attraggono fuori dall’Italia la maggior parte dei nostri studenti che espatriano in cerca di condizioni professionali più gratificanti e meglio retribuite. Il medesimo aspetto che spiega perché l’Italia attrae peraltro una migrazione poco qualificata mentre l’altra preferisce andare altrove.
Allora sarebbe forse il caso di interrogarci sul persistente ricorso sistematico a contratti atipici, stage senza retribuzione e infiniti o finte partite IVA.
CHI C’E’ DIETRO QUESTA INDEFESSA E PERVICACE CROCIATA?
Abbiamo visto già dalle prime battute che a promuovere questo obiettivo sono stati governi e politici di entrambi gli schieramenti. Cionondimeno due figure in particolare spiccano più di altre o perlomeno fanno da traino e aggancio.
Valentina Aprea e Maurizio Lupi sono appunto i politici di lungo corso che si sono molto adoperati nel perseguire questi obiettivi. Entrambi appartenenti al centrodestra si caratterizzano per un lavorìo costante, indefesso e pervasivo anche sul piano culturale impegnati in un’opera che si potrebbe definire sinergica e completare.
Infatti, Aprea è stata esponente di spicco sia di Forza Italia che del PDL (partito delle libertà) in ambito scolastico, sottosegretario all’istruzione con Moratti ministra è stata promotrice della scuola delle competenze, sostenitrice convinta dell’autonomia scolastica, dell’alternanza scuola-lavoro e, tra i primi politici italiani, a spingere non solo per l’istituzione degli ITS Academy, ma anche per la riduzione di un anno delle superiori; da sottosegretaria all’istruzione è stata autrice di proposte di legge che hanno pesantemente inciso nella destrutturazione dell’impianto del sistema scolastico italiano.
Non meno imponente il ruolo di Maurizio Lupi, seppur non espressamente svolto nei gangli istituzionali legati all’istruzione, quanto piuttosto per la sua infaticabile opera culturale. Figura di riferimento di CIELLE e del mondo produttivo lombardo, Lupi ha portato nel dibattito pubblico una visione di scuola legata al lavoro, all’impresa e alla produttività sostenendo il concetto di merito – più come difesa dei privilegi esistenti che come lotta contro il sistema clientelare e di corruttele diffuse delle raccomandazioni –, assertore convinto della responsabilità individuale, del ruolo principale di professionalizzazione assegnato alla scuola, in netto contrasto con la funzione di emancipazione culturale sancita dalla Costituzione, e in stretto rapporto con il territorio e le aziende.
Dunque entrambi, seppur da prospettive diverse hanno lavorato ai fianchi dell’opinione pubblica per focalizzare il dibattito sull’istruzione intorno ad un’idea ben precisa di scuola intesa a preparare gli studenti per il mondo del lavoro, di una formazione come filiera produttiva, l’istruzione tecnica come motore di sviluppo economico del Paese e dello studente che si fa “capitale umano” e “imprenditore di se stesso”. Aprea ha inciso a livello strutturale influenzando sensibilmente la cultura politica del centro-destra in tema di istruzione imprimendo una forte impronta tecnocratica al MIUR nel decennio tra gli anni 2000 e 2010. Dal canto suo Lupi ha influenzato diffusamente il contesto culturale e politico consolidando la cornice ideologica, quindi, per certi versi anche preparando il terreno a quelle modifiche tecniche e normative poi realizzate, non solo da governi di centrodestra.
Non bisogna infatti dimenticare che nello schieramento opposto non mancano figure che, seppur con visibilità e peso inferiori, hanno promosso le stesse idee e condiviso i medesimi obiettivi. Nello specifico si pensi ad Enrico Letta di area centrista e riformista, cofondatore insieme proprio a Lupi, nel 2003, dell’Intergruppo per la sussidiarietà e che ha sempre condiviso il rafforzamento tra la formazione terziaria (gli ITS) e lo sviluppo macroeconomico; a Renzi senza tralasciare Gabriele Toccafondi, sottosegretario all’istruzione sia nel governo Renzi che in quello guidato da Gentiloni, principale sostenitore di questo approccio verso la scuola e che ha firmato vari appelli comuni con Lupi e collaborato in sintonia con Gelmini.
L’attuale compagine di governo non è meno estranea alle sirene del mondo produttivo e, sebbene il progetto messo a terra dall’attuale inquilino di V.le Trastevere sia per la riforma degli istituti tecnici sia per l’introduzione del 4+2 provenga direttamente dal suo predecessore, la sua collocazione ideologica in tema di istruzione è allineata a quella visione di scuola strettamente legata alle aziende e quindi ad un approccio neoliberista con un occhio particolare per la cosiddetta valorizzazione del merito e la difesa della parità scolastica.
Un disegno politico e ideologico trasversale a tutto l’arco parlamentare che in questi trent’anni ha indubbiamente imposto al sistema scolastico italiano una torsione neoliberista. E non è ancora finita.
[1] Si segnala che il decreto legge è un atto normativo provvisorio con forza di legge che il Governo adotta autonomamente in casi straordinari di necessità e urgenza. https://it.wikipedia.org/wiki/Decreto-legge
Sarebbe interessante sapere quale straordinaria necessità e urgenza siano riscontrate dal ministro per ricorrere al DL.
© L. R. Capuana
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