L’ANNUS HORRIBILIS PER LA SCUOLA DEL COVID-19

Mancano pochissimi giorni alla conclusione dell’anno scolastico 2020-2021, forse il peggiore di tutti degli ultimissimi decenni. Mentre tutto è ancora fresco in mente è inevitabile ripercorrere quanto accaduto da settembre 2020 ad oggi. Sarebbe opportuno però collegarlo anche agli ultimi mesi del precedente e anche ai mesi estivi che l’hanno preceduto, infatti quanto accaduto l’autunno scorso è frutto di ciò che non è stato fatto durante la primavera e l’estate scorse e che sarebbe stato doveroso fare. Su questo non c’è alcun dubbio.

Se si è interessati ad un approfondimento degli eventi che hanno caratterizzato gli ultimi tre mesi e mezzo del precedente anno scolastico e quelli di questo vi rimando al link sotto in cui è possibile trovare una serie di post che hanno documentato passo passo e attraverso decreti leggi, circolari ministeriali e note esplicative, oltre a linee guida su vari argomenti la confusione generata da chi avrebbe dovuto prendere decisioni importanti e politiche e non l’ha fatto: SCUOLA PUBBLICA E STATALE – L. R. CAPUANA (lrcapuana.com)

In nome dell’autonomia scolastica si sono ripetutamente calpestati i diritti dei lavoratori

Se bilancio bisogna fare non si può negare che quest’anno sia stato un disastro, un disastro annunciato. Quali i motivi principali? Primo fra tutti, credo, l’incertezza unita all’instabilità e, ovviamente, alla confusione generata: il caos, appunto.

In nome dell’autonomia, sì, sempre quello è il nodo centrale, ecco, in suo nome si è consentita e alimentata una baraonda; mentre si sarebbero dovuti stabilire dei punti fermi per tutti evitando disparità di trattamento, quindi, vista l’eccezionalità della situazione e le innumerevoli criticità legate al rientro a settembre e poiché – è sempre bene ripeterlo – si è recisamente rifiutata l’unica misura atta a contenere seriamente il contagio a scuola e cioè l’eliminazione delle cosiddette “classi pollaio”, si sarebbe dovuto quanto meno stabilire, a livello nazionale, la riduzione della frazione oraria di lezione per causa forza maggiore per tutti. Se la pandemia non è causa forza maggiore non si capisce allora cosa dovrebbe esserlo. In questo modo non ci sarebbe stato per nessun docente di Italia la necessità di recuperare alcunché. Invece si è fatto l’opposto con il risultato assurdo che alcuni docenti non devono recuperare nulla, come sarebbe dovuto essere per tutti, al contrario altri, oltre tutti i vari disagi subiti, si sono dovuti occupare anche di questo, come se la pandemia fosse diversa da scuola a scuola pure nel medesimo comune e non un fenomeno che ha colpito e interessato tutto il paese.

Questo è il primo aspetto che evidenzia una disparità profonda di trattamento e che sottolinea anche come può incidere un collegio dei docenti, infatti quelli più avveduti e battaglieri si sono rifiutati di votare la delibera per la riduzione della frazione oraria della lezione (riduzione peraltro imposta dai protocolli ministeriali) per motivi didattici passando la palla ai consigli di istituto. Gli altri hanno ceduto alle pressioni dei dirigenti, a loro volta incalzati dai vari Uffici Scolastici Regionali e ciò mette in luce persino la diversa considerazione che hanno gli USR dei docenti, ovvero lavoratori da spremere senza ritegno. Cosa ha comportato questo? La ricaduta sugli studenti, infatti alcuni docenti per recuperare questo tempo hanno fatto ricorso a ore di recupero pomeridiano, quindi, gli studenti a fronte di cinque e/o sei ore di lezioni si sono ritrovati a dover seguire anche ore di recupero o potenziamento dopo le lezioni al pomeriggio.

Si potrebbe dire: peggio per quei collegi dei docenti che non hanno saputo far valere i propri diritti, certo; e però, però viene anche da chiedersi un’altra cosa: perché il ministero, ovvero lo Stato, non sono tenuti a rispettare e far rispettare le norme esistenti? Perché deve sempre essere il lavoratore tenuto a vigilare, controllare che i propri diritti vengano rispettati e, in caso contrario, reclamarne l’applicazione? Perché chi è in una posizione di forza non sente il dovere, né è tenuto a rispettare la legge, le norme contrattuali?

Tra didattica in presenza e didattica da remoto: il caos che regna sovrano

Il secondo aspetto da rilevare è sicuramente l’assoluta incertezza che ha contrassegnato certamente l’avvio dell’anno scolastico condito da annunci quotidiani, spesso più di uno e in contrasto gli uni con gli altri, che hanno, di volta in volta, tirato in ballo la condizione, già catastrofica prima della pandemia, del trasporto pubblico, rimpallato responsabilità su enti locali e persino delegato tutto ad ordini prefettizi che cambiavano di giorno in giorno.

Tra settembre e ottobre si sono seguite le notizie con lo stesso patema di un bollettino di guerra, finché, improvvisamente, a fine ottobre quasi ovunque, per quanto concerne le scuole superiori, è stata imposta la didattica da remoto e i media hanno rilanciato affermando che si chiudevano le scuole, notizia quanto mai falsa e, nei fatti, non si è perso un solo giorno di scuola. Addirittura questa volta, a differenza della primavera precedente, sono state imposte le lezioni in sincrono. Pertanto rispettando l’orario scolastico come in presenza e quindi inchiodando gli studenti davanti agli schermi dei loro dispositivi per ore e ore al giorno (tra lezioni curricolari e recuperi o potenziamento, fate voi quante ore hanno trascorso questi ragazzi davanti a schermi di vario tipo). Da quel momento per quasi tutti i docenti lo scenario che hanno avuto davanti è stato il buio: video camere spente, studenti che se interpellati con semplici domande, anche finalizzate a creare un minimo di interlocuzione e interazione, restavano silenti (ammesso che seguissero effettivamente, il dubbio è più che lecito); microfoni che funzionavano e poi improvvisamente tacevano e bisognava leggere i messaggi nelle chat delle classi virtuali; ragazzi che hanno fatto lezioni ad intermittenza uscendo ed entrando a seconda dei casi, delle giornate, delle materie in orario, difficile però poter stabilire quali le ragioni; e del resto come si può sostenere con certezza che non avessero effettivamente problemi di connessione? Impossibile e quindi si è avviata un’interminabile discussione su come conteggiare le assenze e se è lecito farlo.

iNews24.it

A tutto questo si è altresì aggiunta un’altra questione: a discrezione dei dirigenti scolastici ci sono stati docenti che pur senza i ragazzi in presenza sono stati obbligati a recarsi a scuola comunque, scuole che, senza gli studenti sono state riscaldate con grande parsimonia e le rimostranze scritte inviate all’ufficio provinciale competente sono rimaste senza risposta (se era indispensabile risparmiare sul riscaldamento perché non consentire a tutti i docenti di lavorare da casa per ordinanza ministeriale?), docenti che dunque hanno subito una serie di disagi in più rispetto a colleghi che invece hanno avuto la facoltà di lavorare da casa, come: spese di trasporto, ambienti di lavoro gelidi in barba ad ogni norma al riguardo (sempre a proposito del rispetto delle norme da parte di chi è in posizione di forza) e sottoposti al ridicolo spostamento da un’aula vuota all’altra con l’ulteriore fastidio di dover sanificare strumenti di lavoro, cattedre, sedie e altro ad ogni cambio d’ora con conseguente e sterile perdita di tempo. Per non dire ovviamente del sovraccarico di rete che spesso rendeva le connessioni instabili e precarie. Ma eravamo a scuola, i docenti, presenti e sotto controllo. Scopo raggiunto.

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14.9° – Temperatura ambientale ottimale, in Siberia –

Non va tralasciato nemmeno l’aspetto relativo al repentino cambio da lezioni in presenza a lezioni a distanza che ha reso la preparazione delle attività didattiche da svolgere e la loro organizzazione frammentaria e, in alcuni casi, specie all’inizio, persino improvvisate provocando inutile quanto evitabile stress e frustrazioni per tutti: docenti e studenti. Tutto ciò è riconducibile ad un’estesa quanto profonda incompetenza, con una buona dose di strafottenza, da parte dei decisori politici. E che dire dei periodi in cui abbiamo avuto gli studenti in presenza al 50 o 75% per cui alcune classi si è dovuta adottare una tipologia didattica per altre un metodo diverso con turnazioni settimanali. Nelle scuole in cui invece si è scelta la percentuale su classi i docenti hanno dovuto seguire mezza classe in un modo e l’altra metà con relativa modalità.

L’hanno definita “didattica mista”, io propenderei per un’altra definizione: “didattica schizofrenica”.

Recuperare il tempo perso

Preoccupati e occupati fino allo sfinimento nella gestione di una quotidianità caotica, incerta, frammentata, ma dando comunque il massimo, ci siamo anche dovuti sorbire rimbrotti e rimproveri da parte di chi del tutto ignaro di ciò che sia effettivamente la scuola e, soprattutto, ciò che è stata in questi ultimi quattordici mesi di calendario solare, si è inventato che la didattica a distanza non funzionava (gli stessi che prima invece l’avevano glorificata) perciò bisognava recuperare il tempo perso.

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Fiumi di parole sull’argomento, ma cos’è che in realtà abbiamo perso e abbiamo bisogno di recuperare? Un po’, solo un po’ di serenità, non solo noi, più di tutti gli studenti.

Ovviamente i proclami infaticabili non si sono esauriti certo qui, anzi, secondo i nostri si è perso lo sviluppo delle mitiche competenze, la imprescindibile misurazione oggettiva degli apprendimenti (leggi INVALSI – lezioni in presenza no, ma i test INVALSI, of course, come dire: al ridicolo non c’è mai fine-), poi, manco a dirlo, bisogna recuperare la didattica innovativa – whatever that might be –. Ma ci sono altre perle di saggezza che non ci sono state negate dai nostri più attivi soloni, e via con l’elenco: imporre la formazione obbligatoria per i docenti (in orario di servizio, come sarebbe dovuto? Ma quando mai, tanto il contratto è al palo da tempo), a quegli stessi docenti che in questi mesi hanno tenuto in piedi il sistema di istruzione nonostante la manifesta incompetenza della politica; quegli stessi docenti che nello spazio di una notte sono passati da una scuola in presenza, nota e ben collaudata, ad una in piena emergenza sanitaria, tutta da reinventare; ovviamente commettendo errori, ma senza tirarci indietro e rimboccandoci le maniche; quegli stessi docenti a cui è stata negata dallo stato, suo datore di lavoro, ogni tutela sulla salute; quegli stessi docenti che sono stati sbattuti in aule sovraffollate senza il minimo rispetto di tutte quelle norme di contenimento della diffusione del contagio previste e imposte in tutti gli altri settori delle attività produttive e finanche della vita pubblica e privata. Nessun rispetto per il distanziamento (solo il metro tra le rime buccali, altra sopraffina trovata ministeriale), nessun rispetto del divieto di assembramento (classi con 25/30 studenti/scuole con più di 1000 studenti per edificio più il personale. Nessun tracciamento, nessun protocollo sensato per le quarantene, e soprattutto lasciati in balia dell’anarchia più totale.

Ogni scuola un universo a se stante. E’ l’autonomia, bellezza!

Riaprire le scuole, ma non sono mai state chiuse, e che importa? Detto così fa più effetto

Arezzo Notizie

Infine, abbiamo dovuto subire persino le farneticazioni di fanatici ottusi che pur di far tornare i ragazzi in presenza hanno prima strumentalizzato il loro disagio e poi hanno accusato i docenti di preferire la didattica da remoto per lavorare meno – sempre la solita etichetta di scansafatiche – (in realtà da remoto si è lavorato molto di più e molto peggio) comodamente da casa propria mentre preparavamo il sugo e magari trascurando – volutamente? – che, come si è detto, molti di noi si sono sempre recati a scuola, altri invece hanno vissuto gli stessi problemi di molti di quei genitori che si battevano il petto per il negato diritto allo studio dei loro pargoli urlando allo scandalo delle scuole chiuse, cosa del tutto priva di alcun fondamento, pretendendo solo che i figli tornassero a scuola per toglierseli di casa. Si è fatto leva sui disagi emotivi degli adolescenti diffondendo teorie non provate circa la scuola sicura dove il rischio contagio era bassissimo, mentre tutti gli studi più accreditati a livello internazionale hanno sostenuto il contrario sin da subito, oltretutto non è che a noi docenti lavorare a distanza, come è stato già sottolineato, facesse impazzire di gioia. Tuttavia a nessuno di questi agguerriti difensori della scuola in presenza, del diritto allo studio negato, è venuto mai in mente di reclamare la riduzione del numero di studenti per classe, l’assunzione di più personale docente, misura che è stata sempre richiesta da chi la DaD l’ha fatta non per scelta, ma perché l’emergenza sanitaria gestita così male non ci ha lasciato altra scelta. Tanto più che l’eliminazione delle “classi pollaio” avrebbe ovvi benefici per la didattica sia, in presenza sia a distanza.

24Emilia

Azzolina o Bianchi, cambiano i nomi non la sostanza

Un’ultima considerazione: il ministero dell’istruzione a guida Lucia Azzolina è stato contrassegnato, in modo particolare nelle prime settimane della pandemia, da insipienza e quindi confusione mascherata da un maldestro tentativo di far intendere che fosse tutto sotto controllo grazie alla sfacciata arroganza incarnata dall’ex ministra e inscenata in dirette Facebook quotidiane attraverso cui si è più volte messa in ridicolo da sola con innumerevoli ed esilaranti gaffe (vi è un nutrito elenco nei posti alla pagina sopra linkata) e contraddizioni di pensiero e di azioni; ma l’elemento più interessante da notare è che Azzolina, a dispetto del suo presenzialismo ossessivo, di fatto non si è mai assunta alcuna concreta responsabilità prevista dal suo ruolo scaricando sulle singole scuole (ah, quanto provvidenziale le è stata l’autonomia scolastica) e sui singoli docenti tutte le questioni sostanziali dopo però aver detto e contraddetto – giusto il tempo di fiutare l’aria e le reazioni conseguenti -, mi riferisco prima alla questione didattica a distanza nonostante la sospensione delle attività didattiche per decreto lasciata interamente allo spontaneismo dei docenti incalzati da beceri commenti sul senso della responsabilità e del dovere dispensati da più parti allo scopo di instillare sensi di colpa e timore dello stigma sociale. Successivamente poi, verso la fine dell’anno e dopo aver annunciato urbi et orbi che nessuno studente avrebbe perso l’anno scolastico, alle proteste virulente di quei solerti docenti che si erano fiondati “eroicamente” nella non ben specificata DaD e che avendo lavorato strenuamente rivendicavano il diritto di poter distribuire premi e punizioni ai loro malcapitati studenti, Azzolina fece un clamoroso passo indietro dando facoltà di valutazione ai docenti e si inventò i PAI e i PEI – effettivamente un capolavoro di scaricabarile – attribuendo, ancora una volta, ogni responsabilità politica ad altri soggetti.

A questo abile esercizio di deresponsabilizzazione ministeriale, con la nomina di Patrizio Bianchi alla guida di Viale Trastevere si cambia parzialmente registro, tant’è che quelle direttive politiche affidate da Azzolina a Bruschi, diretto portavoce della Fondazione Agnelli, Confindustria e ANP, passano subito nelle mani del nuovo ministro che, ancor prima della sua nomina, pubblica un libro: Nello specchio della scuola, contenente tutto il Bianchi pensiero e la sua visione di scuola, la visione di un economista, l’ennesimo, che ripropone, rafforzandola, l’idea renziana promulgata dalla famigerata L. 107/15, strenuamente osteggiata dai docenti, e in piena continuità con le politiche scolastiche attuate negli ultimi trent’anni di chiaro stampo neoliberista e che tanti guasti hanno prodotto e che però, ostinatamente, si reiterano senza mai metterle in discussione e nonostante le innumerevoli, argomentate, documentate e costanti critiche provenienti dalla classe docente additata orami come il più classico dei capri espiatori. Cosa ha fatto fino ad ora il ministro Bianchi? Ha varato il piano scuola estate 2021, solo fumo negli occhi, ha introdotto il curriculum per lo studente maturando, un altro strumento che amplifica le disuguaglianze, e poi ha firmato un’ordinanza che consente alle scuole secondarie di primo e secondo grado di anticipare gli scrutini, pare che lo scopo sia di risparmiare sui contratti dei docenti a tempo determinato, quando si dice le priorità, risparmiare sempre. E ci si stupisce di ciò che accade nel settore privato?

Se questa scuola non vi piace potete firmare il Manifesto per la nuova scuola.

© L. R. Capuana

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