Le recensioni, quelle belle davvero spingono ad andare alla fonte e deliziarsi di buone letture. Al seguente link è possibile approfondire l’analisi di questo bel libro con una recensione molto articolata e valida, di cui consiglio vivamente la lettura: The Limits of Fictional Empathy.
Quest’opera della scrittrice australiana Michelle de Kretser, originaria dello Sri Lanka, non ancora tradotta in italiano, è molto più di un romanzo e si può leggere anche come un saggio sugli ideali politici traditi degli anni Ottanta, come un saggio sul femminismo marxista e, infine, come un testo di critica letteraria sulla figura centrale di Virginia Woolf.
Lettura godibilissima, anche per i non esperti di lingua inglese, può essere una buona introduzione al movimento femminista con ottimi consigli di letture di approfondimento del tema, che abbracciano tutto lo spettro delle filosofe più rappresentative del movimento, da Simone de Beauvoir a Luce Irigaray, passando per Simone Weil e, ovviamente Virginia Woolf.

L’autrice tratteggia con maestria e a pennellate veloci, quanto intense, il mondo universitario della Melbourne della seconda metà degli anni Ottanta. Le vicende narrate, che fanno da cornice a temi politici e sociali, vedono come protagonisti un gruppo di studenti e giovani assistenti universitari alle prese con la precarietà economica e con la ricerca dell’identità di ciascuno di loro in un mondo che alcuni tra loro immaginano essere al tramonto, quello capitalista e consumista.
Le vicende narrate dal personaggio principale, una studentessa ventiquattrenne dall’identità mai rivelata, ma che si presuppone essere l’autrice stessa per le svariate analogie tra i suoi personali trascorsi e quelli della protagonista, sono delineate con un lessico ricco e schietto affrontando questioni di portata rilevante e attuali anche oggi.
Spicca tra queste il razzismo che una donna di colore subisce nell’Australia bianca e di origine in prevalenza anglosassone, evidenzia la difficoltà di essere considerata semplicemente per ciò che è e non come un’eterna immigrata di un’altra vecchia colonia britannica; narra anche e con lucida franchezza il risentimento che prova lei a subire questi triti pregiudizi.
Al desiderio iniziale di integrarsi e di essere accettata contrappone il rifiuto della madre di farsi assimilare dal nuovo contesto sottolineandone la caparbia volontà di mostrare anche nella scelta dell’abbigliamento la sua provenienza e che lei, adolescente, vive come una vergogna. Lentamente, tuttavia sviluppa la consapevolezza che la sua provenienza di origine è una ricchezza culturale da cui trarre forza e che, al contrario, percepirla come un marchio della sua diversità le sottrae energie preziose. Lo stesso accade nel rapporto con la madre che, attraversando varie fasi conflittuali, giunge, verso la fine dell’opera, ad un equilibrio di quasi reciproca accettazione.
La narrazione comunque non maschera né sminuisce i sentimenti di ostilità che le discriminazioni subite suscitano in lei. Attraverso il racconto misurato di vari episodi restituisce al lettore un quadro fattuale senza mai indugiare nell’autocommiserazione, anzi, grazie ai suoi studi e alle sue vaste letture, riesce a razionalizzare e ad esaminare con la lente di ingrandimento anche i più piccoli dettagli delle sue emozioni.
Il romanzo indaga anche le illusioni che tanti giovani impegnati del tempo nutrivano riguardo ad un presunto imminente ed inevitabilmente prossimo collasso del capitalismo; in gran parte marxisti convinti, de Ketser ne mette anche in luce le innumerevoli contraddizioni facendo riferimento alla difficoltà di mantenere fede alla teoria che nella pratica di fatto non regge di fronte alla tentazione concreta del consumismo.
Questa contraddizione si manifesta e si esplicita, ad un livello superiore; di fronte ad una società che è intrinsecamente capitalista, anche laddove la teoria è vissuta come verbo, ovvero nell’Accademia, nel tempio del sapere, de Ketser ci mostra che si tratta di una postura di facciata, mentre l’attuazione della praxis viene sistematicamente tradita per ragioni di opportunismo e di avanzamento di carriera soprattutto per i docenti maschi inseriti nell’ambito universitario che la protagonista frequenta. L’autrice tuttavia non risparmia nemmeno le ricercatrici delle quali racconta la disponibilità a tradire i propri principi pur di mantenere la posizione raggiunta nella speranza di un avanzamento di carriera, seppur costrette a cedere il passo ai colleghi maschi, qui si inserisce anche il tema del maschilismo imperante anche tra le sacre mura accademiche.
Come evidenziato dal titolo tutto il romanzo si snoda attorno alla dicotomia di Teoria e Pratica e quindi non fa eccezione nemmeno il femminismo dell’autrice, e delle sue compagne di viaggio, impegnata a districarsi tra ciò che la filosofia femminista impone e come, al contrario, reagisce nella quotidianità della vita vissuta, la pratica appunto. Non solo lei ma, come accennato prima, anche gli altri personaggi femminili sono incastrate in questa antitesi rappresentata magistralmente tra ciò che razionalmente dovrebbe essere, ciò che per formazione intellettuale dovrebbero perseguire e ciò che concretamente agiscono e percepiscono per tradizione culturale atavica riconducibile alla “madre”, altro tema centrale nel testo.

La gelosia, le reazioni meschine che da questo sentimento scaturiscono, mettono l’autrice e le sue amiche in posizioni scomode. Il racconto che ne fa sia come donna tradita che come agente che tradisce, ad ogni buon conto, sono la rappresentazione fedele della realtà tratteggiata con sincerità disarmante. Nessuna delle due posizioni viene riferita da un punto di vista giudicante, non esprime alcun giudizio di merito – non trapela nessuno schieramento -, se ne dà di entrambe un resoconto obiettivo sottolineando come, a dispetto delle convinzioni politiche, delle idee formali, e delle scelte intellettuali nella vita vera sono spesso i sentimenti, le emozioni e le pulsioni a prendere il sopravvento e questo, sicuramente, è quanto accade alle donne del romanzo. Gli uomini vengono presentati come più concentrati sui loro obiettivi ai quali subordinano, quasi senza alcuna fatica esteriore, i loro sentimenti.
In questa prospettiva di sdoppiamento tra pubblico e privato, mentre proprio in quel tempo vigeva ancora il dettato del “pubblico che è privato”, si inserisce la sua presa di coscienza inaspettata su Virginia Woolf che sta studiando per la sua tesi di laurea.
La scrittrice inglese, fonte di grande ispirazione per la protagonista del romanzo in questione, è inoltre una guida importante sia rispetto al suo femminismo, sia per quanto riguarda il suo rapporto conflittuale con la madre. Più volte, infatti, nel romanzo si fa riferimento alla metafora simbolica di Virginia Woolf di “uccidere la madre” che è in ogni donna per approdare ad una concreta emancipazione intellettuale. Woolf dunque come punto di riferimento nella ricerca dell’identità femminile autonoma della protagonista.
A riprova dell’ammirazione nutrita nei suoi confronti la voce narrante del romanzo racconta di un poster che raffigura Woolf, inizialmente, posizionato sopra la scrivania cosicché lei, alzando lo sguardo, può guardarlo come una sorta di vate. Successivamente però il poster viene spostato alle spalle, accanto alla porta, per sottolineare il distacco che segue una scoperta per lei difficile da accettare. Scopre, infatti, durante la lettura del diario di Virginia Woolf una donna ben diversa da quella che le sue opere hanno tramandato. Contrariamente alle opere letterarie la Woolf privata si rivela essere imperialista, razzista e antisemita. Gli episodi più significativi riguardano un brano del diario in cui Woolf, parlando del politico e attivista per la libertà del popolo dello Sri Lanka, E. W. Perera, lo definisce come “una scimmia in gabbia”, descrivendolo come un “povero piccolo disgraziato scuro di carnagione” dalla conversazione “monotematica”. Lo stesso accade riferendosi al marito con tono sprezzante chiamandolo “l’ebreo”.
In entrambi i casi la protagonista di Theory & Practice avverte uno scollamento profondo tra se stessa e Woolf che, fino a quel momento, ha rappresentato un modello da seguire e non solo l’oggetto di studio per la sua tesi. Incapace di proseguire con il suo lavoro di ricerca, è grazie alle parole di un’amica che le indica un altro punto di vista, che supera l’impasse del momento:

L’opera artistica dunque non può essere la soluzione allo stallo politico, non è lo strumento per l’azione politica da attuare, bensì attraverso l’arte reinventare la politica. La creatività artistica quindi offre la possibilità di indagare lo iato esistente che separa gli ideali e le idee dal caos della realtà umana che deriva dalle emozioni, sensazioni e dai sentimenti che determinano azioni e reazioni.
L’opera ha una chiusura catartica che riannoda tutti i fili della tessitura narrativa seppure è difficile catalogarla come una conclusione risolta del tutto, piuttosto la si potrebbe descrivere come fedele alla realtà.
© L. R. Capuana


