I terribili fatti di cronaca di questi ultimi giorni, uno studente accoltellato a morte in una scuola, un altro aggredito fuori da un istituto, sempre con un fendente, hanno suscitato le seguenti riflessioni che non vogliono essere né un’analisi di quanto avvenuto, né un tentativo di spiegazione. Infatti, non cito affatto nessuno dei due episodi, quindi se siete capitati qui pensando di trovare risposte, vi risparmio il tempo di lettura suggerendovi di passare oltre.

Si ritiene che, tra la fine del 1594 e l’inizio del 1595, venisse rappresentata per la prima volta, a Londra, l’opera scespiriana più famosa presso gli adolescenti di ogni epoca, sì, anche tra quelli di oggi, almeno tra le ragazze, Giulietta e Romeo. La trama è ben nota a tutti perciò non ne farò un riassunto.
Mi preme invece qui sottolineare che il protagonista, Romeo, appartenente alla casata dei Montecchi, viene sfidato a duello (Atto 3, scena 1) da Tebaldo della famiglia dei Capuleti, cugino di Giulietta e tra i più feroci sostenitori della faida tra le due famiglie, acerrime nemiche. Il motivo per cui Tebaldo vuole combattere e uccidere Romeo è perché quest’ultimo ha avuto l’ardire di intrufolarsi, non invitato ovviamente, ad una festa tenuta a casa dei Capuleti, in aperto sfregio e quindi disonorando la famiglia.
Insomma, per futili motivi, si direbbe oggi.
Il duello, nonostante il rifiuto di Romeo di combattere, perché nel frattempo ha segretamente sposato Giulietta e ritiene Tebaldo un suo parente, avrà esito nefasto in quanto Mercuzio, amico carissimo di Romeo, non accetta che Romeo possa rifiutare la sfida (leggasi challenge) e ritenendolo un codardo si mette in mezzo in difesa dei Montecchi. Mercuzio viene accidentalmente pugnalato a morte e Romeo per vendicare la sua morte, a sua volta, uccide Tebaldo e viene esiliato da Verona.
Da qui parte la tragedia dei due innamorati che finisce come tutti sappiamo. Ci sono tutti gli ingredienti ancora oggi tipici dell’adolescenza.
Il carattere di Tebaldo, così com’è delineato dal suo autore, è quello di un personaggio negativo, l’anti-eroe, aggressivo, irruento, iracondo, facile preda della sua rabbia cieca. Romeo, il protagonista invece, è tratteggiato da Shakespeare come un giovane sensibile, gentile e romantico a cui piace divertirsi allegramente. La sua leggerezza (ama divertirsi allegramente facendo anche scherzi di dubbio gusto), tuttavia, imbucandosi in una festa per corteggiare una ragazza, determina tutto lo sviluppo successivo dell’opera. Lo stesso colpo di fulmine per Giulietta, padrona di casa, sono espedienti usati da Shakespeare per evidenziare anche un certo tratto superficiale e impulsivo dell’eroe dell’opera che lo condurrà alla sua fine prematura.

Nel 1595 il concetto di adolescenza non esisteva, i giovani erano giovani e basta e i loro comportamenti sopra le righe, i loro colpi di testa, la loro consueta ribellione veniva frenata, tenuta sotto controllo dai grandi, non sempre con successo. Tant’è vero che Tebaldo avrebbe duellato con Romeo nell’istante stesso in cui si accorge inorridito della sua presenza a casa dello zio, proprio lì davanti agli invitati nel bel mezzo della sala dei banchetti. È lo zio appunto che lo blocca perentoriamente, umiliandolo in pubblico, ma il ragazzo, benché ferito nell’orgoglio, obbedisce (eh, sì, una volta si obbediva agli anziani) e sfoga la sua rabbia fuori, in strada, dove non ci sono adulti a sorvegliarli.
Seppure questa sia una delle opere meno compiutamente riuscite del bardo, essa contiene già molti dei temi che tratterà con grande profondità nelle sue opere più mature. Tra questi c’è appunto la complessità dell’umano e i suoi personaggi non sono mai buoni a tutto tondo, tutti i suoi eroi infatti cadono vittime delle loro personalissime debolezze.
Anche in Otello, giusto per prendere spunto da un’altra tragedia dello stesso autore, Shakespeare sottolinea che la gelosia del Moro è frutto essenzialmente della sua insicurezza, vittima di razzismo in quanto, benché un celebrato condottiero accolto alla corte del Doge di Venezia con i più alti onori, egli è non di meno un diverso e, in quanto tale, non si spiega come abbia potuto conquistare il cuore di Desdemona che trasgredisce al padre e lo sposa contro il suo volere. Elemento questo che Iago userà abilmente per insinuare il dubbio del tradimento dell’ignara e fiduciosa Desdemona nel protagonista. Infatti, se la dolce Desdemona ha tradito il padre perché non dovrebbe tradire anche lui con Cassio, più giovane, più prestante e soprattutto non diverso? Sono sufficienti, nel testo teatrale, poche battute velenose seppur apparentemente innocue, per mettere in moto un turbinio di emozioni e sentimenti che spingono inesorabilmente Otello verso il baratro. Ma la causa principale, quella nascosta, sottostante la figura vincente di un militare forte che ha vinto tutte le sue battaglie è la sua profonda insicurezza che lo ossessiona, che lo fa sentire inadeguato di fronte alla moglie, nobile, bella e dalla pelle alabastra e da ciò trae linfa vitale la violenza uxoricida. Oggi si direbbe femminicidio.

La differenza sostanziale tra le due opere è che nella prima la violenza è rappresentata come caratteristica tipica, i duelli erano comuni, un modo di risolvere conflitti, seppure gesti estremi erano comunque diffusi. Inoltre, il duello sottolinea l’irruenza dell’età, l’incapacità di frenare gli istinti, ieri come oggi. Nella seconda l’uccisione di Desdemona non è affatto nell’ordine delle cose, si potrebbe dire; è un gesto estremo a tutti gli effetti e persino inspiegabile per evidenziare invece l’incapacità di un uomo adulto, per di più un militare, quindi aduso a scelte immediate e improvvise compiute solitamente con lucido discernimento, una persona che dovrebbe essere in pieno controllo delle sue emozioni e che al contrario diventa facilmente manipolabile perché di base non è un uomo davvero saldo nelle sue convinzioni e non sa accettare l’eventualità di un rifiuto. Ieri come oggi.
Shakespeare non giustifica, si limita a mettere in scena ciò che la vita gli propone, sono appunto casi della vita.
La letteratura è fonte inesauribile di spunti di riflessione, di analisi delle emozioni intemperanti che spesso affliggono eroi e antieroi, storie che forniscono le parole per esplicitare sentimenti, sensazioni ed emozioni che, specie negli adolescenti, raggiungono livelli parossistici; parole utili a ispezionare, scrutare da ogni prospettiva, sezionare questi tumulti interiori e così smontare pezzo per pezzo quella confusione che, se lasciata covare in solitudine, a volte diventa sovrastante e sfocia nel gesto irreversibile.

Oggi, il bagaglio lessicale è sempre più in netta flessione per cui spesso risulta molto difficile trovare i termini giusti per veicolare un messaggio, credo, infatti, che a furia di semplificare il linguaggio per non mortificare i giovani che non lo padroneggiano più (sarebbe doveroso arricchire quel bagaglio lessicale, culturale, specie per quegli studenti che ne hanno più bisogno, quelli che a casa parlano una lingua diversa dall’italiano e invece si trascura volutamente questo aspetto, quanta ipocrisia!) anche noi adulti abbiamo smesso di interrogarci se effettivamente la semplificazione della lingua, non si traduca invece nella odierna incapacità persino di voler comprendere la complessità delle cose della vita restando inchiodati alla banalità del quotidiano che si riduce a cosa mangi, cosa fai nel tempo libero e a che ora vai a dormire.
Colpa dei cellulari dicono, non si comunica perché scorriamo gli schermi. Non credo sia così, non si comunica perché abbiamo perso appunto le parole e quelle che tratteniamo sono superficiali, schematiche, riduttive, banali e possono dare corpo solo a pensieri di tal fatta.
Ma se da una parte, di fronte alla tragedia annunciata, prevedibile eppure, colpevolmente, non contrastata, si ricorre, come sempre solo ad azioni repressive, poliziesche; dall’altro lato si invoca nelle scuole l’educazione sessuo-affettiva.
Se fossi genitore sarei fermamente contraria ad una proposta di questo tipo, peraltro avanzata in modo generico, senza esplicitare chi dovrebbe farsi carico di un simile progetto: sessuologi, psicologi, terapisti, chi dovrebbe svolgere questi incarichi? In che contesto, la classe, piccoli gruppi, come? E con quali specifiche finalità? Sessioni di auto-aiuto, di introspezione? E gli studenti dovrebbero partecipare esternando emozioni, sensazioni, percezioni, e come? Davanti ad altri, quando alcuni si oppongono persino di sostenere un’interrogazione davanti ai compagni perché ne temono il giudizio e si tratta di argomenti scolastici, figuriamoci parlare di sé, e poi perché mai si dovrebbe costringerli a parlare di sé, io la prenderei come una violenza inaudita e sono adulta!
Quindi, non si capisce, è una cosa buttata là e aggiunge caos al caos.
La sfera intima delle persone è, e deve restare, sacra, a meno che non sia la persona stessa a chiedere aiuto ad un esperto di sua scelta. Cosa c’è di diverso in questa proposta rispetto all’altra follia, imperante oggi, sulle cosiddette “softskill”, l’addestramento istituzionale al fine di rendere i discenti adattabili, concilianti, obbedienti e risorsa non per se stessi, bensì per i futuri datori di lavoro? Nulla, è un altro inchino ossequioso alla cultura neoliberista che impone nei posti di lavoro la sciocchezza dei momenti da condividere per rafforzare lo spirito di squadra, l’ennesima americanata pericolosa!

La sfera personale, caratteriale, psicologica deve restare privata. La scuola è il luogo dell’apprendimento, è il luogo pubblico degli studenti, i compagni di scuola non sono necessariamente amici e il contesto classe non deve per forza essere senza ombre, senza conflitti, senza simpatie e antipatie, questo è il folle disegno irrealistico di certi adulti.
La scuola è il contesto vita degli studenti e, come tale, contiene tutto il bene e il male che si affronta nella vita, ma quest’idea idilliaca che vogliamo a forza inculcare negli studenti li disorienta, questa sottrazione di studio (che, per la miseria, non è solo sinonimo di sacrificio, sofferenza e pena da scontare in purgatorio prima di approdare al paradisiaco mondo del lavoro), questa costante riduzione di tempo per assimilare e metabolizzare gli argomenti svolti in classe, questa frammentazione che li priva del tempo necessario di rielaborare ciò che si dovrebbe assimilare e metabolizzare.
E tuttavia succede che si tagliano ore di lezioni, le materie – come la letteratura, appunto, che attraverso le sue opere avrebbe proprio la funzione di disinnescare la violenza spiegando i risvolti dell’aggressività scomposta – vengono ridotte a scheletri senza sostanza, lo studio diventa un orpello superfluo, se ne fa a meno per affastellare innumerevoli attività “formative”; ma cosa c’è di più formativo dell’istruzione? Del sapere per munire gli studenti degli strumenti intellettivi essenziali per la decodifica del mondo?
Si tagliano anni di studio per mandarli in fabbrica il prima possibile così da pesare il meno possibile anche in famiglia; da una parte si chiudono le scuole e, dall’altra, si stipano migliaia di adolescenti in edifici brutti, molti addirittura inagibili, in classi sovraffollate, senza spazi di socializzazione, come la mensa, punti di ristoro, strumentazioni obsolete quando non pervenute proprio. Scuole ghetto nei ghetti delle periferie urbane ed ora persino carceri con i tornelli e i metal detector all’ingresso.

E si ha ancora l’ardire di voler far credere di avere a cuore gli studenti, i giovani.
Ma vogliamo davvero ridurci così?

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© L. R. Capuana

