TRENT’ANNI DI “RIFORME” NEOLIBERISTE CONTRO LA SCUOLA PUBBLICA

L’autonomia scolastica realizza la scuola azienda distruggendo la scuola pubblica

ARTICOLO 3
TUTTI I CITTADINI HANNO PARI DIGNITÀ SOCIALE [cfr. XIV] E SONO EGUALI DAVANTI ALLA LEGGE, SENZA DISTINZIONE DI SESSO [cfr. artt. 29 C. 2, 37 C. 1, 48 C. 1, 51 C. 1], DI RAZZA, DI LINGUA [cfr. art. 6], DI RELIGIONE [cfr. artt. 8, 19], DI OPINIONI POLITICHE [cfr. art. 22], DI CONDIZIONI PERSONALI E SOCIALI.


E` COMPITO DELLA REPUBBLICA RIMUOVERE GLI OSTACOLI DI ORDINE ECONOMICO E SOCIALE, CHE, LIMITANDO DI FATTO LA LIBERTÀ E L’EGUAGLIANZA DEI CITTADINI, IMPEDISCONO IL PIENO SVILUPPO DELLA PERSONA UMANA E L’EFFETTIVA PARTECIPAZIONE DI TUTTI I LAVORATORI ALL’ORGANIZZAZIONE POLITICA, ECONOMICA E SOCIALE DEL PAESE.

ARTICOLO 33
L’ARTE E LA SCIENZA SONO LIBERE E LIBERO NE È L’INSEGNAMENTO.
LA REPUBBLICA DETTA LE NORME GENERALI SULL’ISTRUZIONE ED ISTITUISCE SCUOLE STATALI PER TUTTI GLI ORDINI E GRADI.
ENTI E PRIVATI HANNO IL DIRITTO DI ISTITUIRE SCUOLE ED ISTITUTI DI EDUCAZIONE, SENZA ONERI PER LO STATO.
LA LEGGE, NEL FISSARE I DIRITTI E GLI OBBLIGHI DELLE SCUOLE NON STATALI CHE CHIEDONO LA PARITÀ, DEVE ASSICURARE AD ESSE PIENA LIBERTÀ E AI LORO ALUNNI UN TRATTAMENTO SCOLASTICO EQUIPOLLENTE A QUELLO DEGLI ALUNNI DI SCUOLE STATALI.
E` PRESCRITTO UN ESAME DI STATO PER L’AMMISSIONE AI VARI ORDINI E GRADI DI SCUOLE O PER LA CONCLUSIONE DI ESSI E PER L’ABILITAZIONE ALL’ESERCIZIO PROFESSIONALE.
LE ISTITUZIONI DI ALTA CULTURA, UNIVERSITÀ ED ACCADEMIE, HANNO IL DIRITTO DI DARSI ORDINAMENTI AUTONOMI NEI LIMITI STABILITI DALLE LEGGI DELLO STATO.

ARTICOLO 34
LA SCUOLA È APERTA A TUTTI.
L’ISTRUZIONE INFERIORE, IMPARTITA PER ALMENO OTTO ANNI, È OBBLIGATORIA E GRATUITA.
I CAPACI E MERITEVOLI, ANCHE SE PRIVI DI MEZZI, HANNO DIRITTO DI RAGGIUNGERE I GRADI PIÙ ALTI DEGLI STUDI.
LA REPUBBLICA RENDE EFFETTIVO QUESTO DIRITTO CON BORSE DI STUDIO, ASSEGNI ALLE FAMIGLIE ED ALTRE PROVVIDENZE, CHE DEVONO ESSERE ATTRIBUITE PER CONCORSO.

INTRODUZIONE

Mi stupisce sempre sentir dire agli insegnanti che loro non si interessano di politica. Eppure ogni docente italiano dovrebbe avere ben chiari gli artt. 33 e 34 della nostra costituzione che ho inserito in apertura. Si tratta di enunciazioni politiche che dettano la linea politica in materia di istruzione della Repubblica. Se dunque, come spesso si sostiene, compito del docente è insegnare ai discenti come sviluppare il pensiero critico, risulta difficile comprendere il disinteresse di alcuni verso la politica, anche perché la politica, al contrario, si interessa eccome di istruzione ed ogni cambiamento cui è stato sottoposto qualsiasi sistema di istruzione è, ovviamente, di matrice politica. L’istituzione stessa dell’istruzione statale e pubblica ha una chiara impronta politica e del resto non potrebbe essere diversamente in quanto l’istruzione riflette da un lato la società essendone specchio, mentre, dall’altro ha il compito di forgiarla nel lungo periodo; è infatti attraverso l’istruzione che si trasmettono alle future classi dirigenti la cultura, la storia, le tradizioni e l’identità di un paese.
Storicamente la politica ha sempre avuto un interesse strategico per l’istruzione, infatti come ci dice Helena Rosenblatt nel suo saggio, the Lost History of Liberalism, Princenton University Press, “l’istruzione delle arti liberali1 intesa a formare ( originariamente aristocratici e governanti) richiedeva una ricchezza considerevole e sufficiente tempo libero per poter studiare. Il suo scopo principale non era di insegnare agli studenti come acquisire ricchezza o formarli per una professione bensì prepararli per il loro inserimento attivo in società. Era volta ad insegnare ai futuri governanti come pensare adeguatamente e ad esprimersi chiaramente in pubblico affinché potessero partecipare in modo efficace alla vita pubblica. Cittadini si diventa, non si nasce. Cicerone spesso affermava che le arti liberali dovessero insegnare la ‘humanitas’, essere comprensivi nei confronti dei loro concittadini. Lo storico greco e cittadino romano, Plutarco (46-120 a.c.), scrisse che l’istruzione liberale nutre una mente nobile, guidando i sovrani nello sviluppo di senso morale, ad essere imparziali e ad acquisire uno spirito di servizio pubblico”2.

Lo stesso accade, continua Rosenblatt, durante il Medio Evo, infatti, “la Chiesa continuò a sostenere che le arti liberali rappresentavano ancora il programma di istruzione ideale per i sovrani del tempo (…) grazie alla quale dimostravano di sviluppare eccellenze morali ed intellettuali, (…) e, come nel mondo antico, essa rappresentava un elemento di prestigio che differenziava l’élite dal resto della popolazione ”3. Ancor più significativo durante il Rinascimento il credito assegnato all’istruzione di questo tipo, ci dice Rosenblatt, infatti, “il suo scopo fu persino ampliato e crebbe anche il prestigio, citando Pietro Paolo Vergerio (1370-1445), scrive che: “elevò coloro che ne beneficiarono al di sopra della massa non-pensante, (…) in compagnia dei libri non vi era spazio per l’avidità; i giovani imparavano le virtù e la saggezza, i doveri connessi ai valori della cittadinanza”4. Inoltre, la stretta connessione esistente tra politica e istruzione, sottolinea Rosenblatt, è evidenziata anche da Noah Webster (1758-1843)5 proprio in riferimento alle qualità che i cittadini della Costituzione del nuovo stato americano avrebbero dovuto possedere e sviluppare, egli sostiene che nelle repubbliche il governo è “nelle mani del popolo”, pertanto il sapere deve essere diffuso anche per le classi meno abbienti” e “quando parlo della diffusione del sapere”, spiega Webster, sempre citato da Rosenblatt, “non intendo semplicemente quello attraverso cui imparare a scrivere o a leggere il Nuovo Testamento”, né l’istruzione deve riguardare solo il sapere scientifico. Era molto importante per Webster, ci dice ancora Rosenblatt, che “Il sistema di istruzione instillasse nelle menti dei giovani americani i principi di virtù e di libertà”6.

Dopo circa trent’anni di apparente immobilismo, a partire dagli anni novanta del secolo scorso, il sistema di istruzione italiano viene sottoposto a ben quattro imponenti trasformazioni complessive che ne hanno trasfigurato obiettivi finali e pratiche quotidiane. Tuttavia, l’elevato numero di dispersione scolastica certificato da vari istituti di statistica, l’incremento di analfabetismo funzionale e di ritorno ben presente nella nostra società e anch’esso ampiamente certificato ci impongono una riflessione analitica di ciò che non funziona e tentare di comprenderne le cause per porre rimedio a ciò che influisce su tutto il paese, la drastica riduzione dei livelli culturali della nostra società.
È questo l’obiettivo principale di quest’analisi facendo un excursus storico-politico delle scelte che hanno determinato lo stato attuale delle cose. Inoltre, ciò che qui si vuole sottolineare è che tutto l’arco politico e in modo trasversale ha impresso una svolta ideologica di chiaro stampo neoliberista al sistema di istruzione italiano e che, a differenza di quanto spesso si sente affermare, non si tratta di scelte dettate dall’incompetenza di chi a scuola non ha mai messo piede, al contrario, analizzando alcune tra le più incisive normative varate negli ultimi due decenni circa, sarà chiaro come ogni passaggio è stato ben calcolato e studiato. Non c’è affatto incompetenza, c’è invece la piena adesione ad un progetto che si propone di trasformare la società nel profondo e la scuola ne è un tassello importante, fondante.
Non a caso, rispetto al suo assetto originario che risale al 1859 con la legge Casati e che fino ai primi anni ’80 del secolo scorso ha come scopo un progressivo ampliamento del diritto allo studio rivolto a tutti i cittadini, come strumento principale per l’emancipazione dell’individuo dal bisogno tramite la conoscenza e, quindi, con un chiaro sforzo da parte dello Stato anche se, a tratti, timido di dare piena attuazione al dettato della Costituzione della Repubblica italiana, con i primi anni ’90 si ha una virata repentina dettata anche dalle crisi economiche sempre più cicliche e l’adesione ad una globalizzazione contrassegnata da una feroce competizione la cui piena realizzazione non può prescindere dalla scuola che forma culturalmente le future generazioni. Questo scopo è stato perseguito con esemplare calcolo e pazienza certosina curando ogni minimo dettaglio e sebbene si possa ancora avere la percezione che molto sia causale e accidentale, di fatto la grande maestria dell’impresa realizzata sta nella sua capacità di velare sapientemente i vari collegamenti ed eventualmente imputarne il fallimento, dal punto di vista dei livelli di apprendimento sempre più bassi, ai docenti.
Pertanto, se la scuola italiana ha, inizialmente, l’obiettivo di alfabetizzare e istruire la popolazione per favorire uno sviluppo industriale ed economico molto arretrato nel panorama europeo, se, in seguito, si configura come uno dei sistema di istruzione più apprezzati e preso a modello (si pensi alla scuola elementare fino ai primi anni ’90 dai licei agli istituti tecnici e finanche professionali – oggi ritenuti l’anello debole del sistema nel suo insieme, così almeno sostiene l’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema di Istruzione – INVALSI) – dotato di un’apertura democratica e di inclusione (si pensi all’abolizione delle classi differenziali negli anni ’70) ancora oggi pressoché unica a livello mondiale; con la nascita dell’Unione Europea, paradossalmente, questo processo culturale si arresta ed inizia ad essere smontato piano piano, pezzo dopo pezzo ed è proprio grazie a questa tattica di cambiamenti e trasformazioni graduali e inizialmente apparentemente indolori, ininfluenti rispetto al quadro generale che si compie il prodigio.
Dall’autonomia scolastica, pietra miliare e origine di tutto, passando per le prove INVALSI, pubblicizzate come modelli inoppugnabili di imparziale attendibilità, fino a giungere alla realizzazione della scuola azienda diventerà chiaro che questi cambiamenti sono stati così tanti e tali che l’accusa rivolta ai docenti come categoria refrattaria alle novità risulterà essere tra le mistificazioni più riuscite della propaganda di regime. È, infatti, presentando queste trasformazioni all’opinione pubblica come riforme di efficienza e di modernità allo scopo di ridurre gli sprechi della spesa pubblica e propalati come il nobile obiettivo di eliminare gli odiosi privilegi della casta dei docenti che, un passo per volta, questi vengono indicati come la causa unica di un’istruzione vetusta nei metodi e nei contenuti, additati come vecchi, conservatori e riluttanti ad ogni innovazione fino a diventare per il pubblico, insieme a tutti i dipendenti dell’amministrazione pubblica, parassiti e causa principale del mancato sviluppo economico del paese. Un’accusa andata a segno grazie ad una narrazione pilotata dall’apporto infaticabile di una certa parte dei media che si è intestata questa causa e molto abilmente ha distorto il significato delle parole inoculando nell’opinione pubblica concetti mutuati da contesti aziendali riuscendo, lentamente ma tenacemente, a trasformare l’idea stessa di scuola e di istruzione, diventata ormai formazione ai fini lavorativi e non più investimento nella crescita personale dell’individuo.
Cionondimeno sarà ben chiaro che i vari cambiamenti imposti al nostro sistema di istruzione in questi ultimi decenni e trasmessi all’esterno come riforme tese ad innovare e ammodernare, nella cruda realtà dei fatti hanno riportato indietro la scuola italiana ai tempi pre-unitari rafforzandone gli aspetti classisti e iniqui; ma ciò che è più interessante rilevare è che tutte queste trasformazioni sono collegate tra loro e rispondono ad un chiaro disegno politico. Ed è in questo quadro che diventa evidente che la scuola e l’istruzione pubblica sono oggi il mezzo attraverso il quale manovrare culturalmente la società e presidio tramite cui veicolare quel disegno politico: il sistema di istruzione pubblico al servizio degli industriali, rispondente ai loro bisogni economici agenzia istituzionale che produce il capitale umano utile per i padroni come richiesto dagli imprenditori, quindi asservito e non emancipato.

Fatta questa premessa per comprendere l’evoluzione del sistema di istruzione italiano è bene fare un breve excursus storico, infatti risulterebbe difficile avere contezza dello stato dell’arte attuale senza prendere in considerazione il passato e lo spirito ispiratore che ne caratterizzò lo sviluppo fino alla sua brusca interruzione portandolo indietro nel tempo.

Al seguente link troverete la pagina dedicata al saggio con l’indice completo e i vari link ai precedenti capitoli fin qui pubblicati.

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