La qualità negata a scuola è da ricercare nel sistema neoliberista

Mai come in questo periodo l’attenzione sulla scuola da parte dei quotidiani nazionali è stata così intensa e quattro giorni fa sul «Corriere» esce l’ennesimo articolo, questa volta a firma del prof. Ernesto Galli della Loggia dal titolo «La qualità negata a scuola», che – pur riconoscendo che da anni gli investimenti finanziari sono ben al di sotto delle reali necessità -, secondo l’autore, è da attribuire ai docenti che sono troppo buoni e non bocciano nessuno in nome dell’accoglienza, ma forse intendeva dire “inclusione” – l’accoglienza, riferita alla scuola è un’altra cosa -, e perciò hanno perso prestigio sociale con conseguente riduzione salariale. Dice sempre il nostro e dice anche che le condizioni dei docenti sono tali perché sono diventati “impiegatucci” pervasi dall’ideologia che, a suo parere ha trasformato la scuola in «un’istituzione di tipo socio-assistenziale regolata da un democraticismo pseudobenevolo» e che, continua, ha buttato alle ortiche “merito” e “disciplina”. Infine, altra perla di saggezza, in Italia si dovrebbe fare come in Germania dove il consiglio dei docenti, circa la scuola che deve frequentare un alunno dopo le elementari, è prescrittivo e determinato dai voti conseguiti dallo stesso.

Non me ne voglia l’autore ma l’intero pezzo è un condensato di luoghi comuni ormai accettati come verità assolute, stando a questi blasonati opinionisti che spopolano sui giornali nazionali quotidianamente. il classismo di Galli Della Loggia è ben noto, suo un editoriale sempre sul «Corriere» del 28 luglio scorso, che addita i giovani delle periferie urbane come unici colpevoli della delinquenza che dilaga nei centri storici delle città che al «calar della sera» invadono per infettare la società «per bene» rifiutandosi di rispettare le norme per il contenimento dei contagi del Covid-19 e che sputano «sui citofoni dei fortunati che vivono in centro». Non stupisce dunque che anche sulla scuola lui applichi i medesimi parametri di giudizio e che, in questo caso, additi i docenti come unici colpevoli del degrado culturale del paese che, peraltro, nessuno nega. La logica sembra essere di trovare un nemico unico cui addossare responsabilità che di fatto sono di sistema e che andrebbero individuati, analizzati e interpretati in modo approfondito e non limitandosi a dare un giudizio lapidario e inappellabile.

Tuttavia, leggendo entrambi i pezzi, sembra piuttosto che la sua preoccupazione principale sia l’utilizzo che il governo intende fare dei fondi europei destinati alla ripresa, infatti in entrambi testi parte proprio dalla destinazione d’uso dei soldi del Recovery Fund, e temendo che vengano assegnati a pioggia mette le mani avanti e il messaggio sottinteso, a parer mio, è che la qualità della scuola può essere migliorata non grazie ad un incremento di investimenti, pur necessario, ma soprattutto grazie all’opera dedicata dei docenti; in pratica esattamente com’è oggi: fare le nozze coi fichi secchi.

E’ vero che la Carta Costituzionale è sempre più spesso e da più parti ignorata e calpestata, tuttavia da uno storico, docente universitario di storia contemporanea e accademico del suo calibro, ci si aspetterebbe maggiore precisione e rispetto proprio per la Costituzione che all’art. 3 stabilisce che è «compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli economico e sociali, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana…», pertanto uno dei compiti della scuola essendo un’istituzione dello Stato è di rimuovere quegli ostacoli per favorire la crescita e lo «sviluppo della persona umana» e non certo di tarpare le ali degli studenti che proprio a causa di ostacoli economici e sociali, e non per mancanza di meriti e merito, fanno più fatica a raggiungere gli obiettivi stabiliti di coloro che non incontrano alcun tipo di ostacoli . Oltretutto forse sfugge al prof. Galli della Loggia che gli studenti in età adolescenziale sono soggetti a trasformazioni profonde per cui precludere loro ogni possibilità di sviluppare le loro potenzialità e attitudini solo perché non si manifestano precocemente fa tanto pensare a una sorta di “selezione naturale” applicata alla scuola in virtù della meritocrazia, un concetto di chiaro stampo neoliberista, questa sì un’ideologia pervasiva che affligge l’istruzione sin dalla pubblicazione del rapporto della European Round Table nel 1989 in cui gli industriali della grande lobby sin dalla premessa si dichiarano stupiti che in Europa ci possano essere ancora paesi che favoriscono e persino incoraggiano i giovani a perseguire studi di loro interesse anziché indirizzarli verso percorsi di studi rispondenti alle esigenze del mercato del lavoro; quindi percorrere la strada del determinismo sociale che non può che favorire chi proviene da un ambiente socio-economico ben attrezzato e, attraverso la retorica del merito e delle eccellenze, penalizzare già dai banchi di scuola chi, per ovvie ragioni, necessita di più tempo e maggiori approfondimenti per poter dimostrare le proprie capacità.

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Quanto alla progressiva perdita di centralità dei docenti nella società e la loro perdita di prestigio economico, l’autore dei due articoli dovrebbe documentarsi meglio e magari scoprirebbe che è stato il D.LGS. n. 29/1993 (Ministro della Pubblica Istruzione Rosa Russo-Jervolino, governo Amato I)che ha modificato lo stato giuridico dei docenti della scuola facendoli rientrare nel calderone della pubblica amministrazione, tant’è che oggi è ormai improprio, benché si continui a farlo, parlare di ruolo, bensì è più corretto dire che vengono assunti con contratto a tempo indeterminato; lo stesso non è accaduto per i docenti universitari, per esempio; inoltre, questa modifica ha avuto un impatto notevole anche dal punto di vista economico poiché ha agganciato la retribuzione dei docenti della scuola al tasso d’inflazione programmato e conseguentemente abbassato i livelli stipendiali oltre ad aver abolito lo scatto di anzianità che indicava anche uno scatto stipendiale biennale portandolo a sei anni. Documentandosi ancora meglio scoprirebbe che con l’introduzione dell’autonomia scolastica (L. 59/97 – Capo IV – art. 21, commi 1 e 3; nota anche come Legge Bassanini. Ministro della Pubblica Istruzione L. Berlinguer, governo Prodi I) tutti gli istituti scolastici entrano in competizione tra loro e per evitare il dimensionamento o la chiusura devono attirare quanti più studenti è possibile, non è certo il rigore e la severità dell’impegno richiesto agli studenti nello studio che può attirare iscritti, piuttosto è il cosiddetto successo formativo, stabilito dal trattato di Lisbona (2000), che ogni scuola deve garantire ai suoi iscritti entro il 2020, non dimentichiamo che nel frattempo gli studenti sono diventati utenti di un servizio smettendo di essere cittadini che godono del diritto allo studio, quindi, poiché servizio esso deve soddisfare le esigenze dell’utente e del territorio, ossia delle imprese. In più si segnala che il termine “successo formativo”, come ormai tanti altri applicati alla scuola, è mutuato pari pari da un contesto aziendale e commerciale. Infine, a tutto ciò appena segnalato si aggiunge il varo della L. 107/15 che ha reso ancor più conflittuali i rapporti interni alle scuole a causa di una gerarchizzazione sempre più esasperata che non è proprio un viatico per il prestigio dei docenti.

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