INSEGNARE STORIA ALL’ASILO, COME TI PROGRAMMO IL CAPITALE UMANO

Qualche giorno fa sotto un post del gruppo FB “BadassTeachers” ho avuto uno scambio di battute che mi ha fatto riflettere molto. L’argomento era l’insegnamento di storia all’asilo, abbastanza confusa ho cercato chiarimenti ed è venuto fuori, prima di tutto che non si tratta proprio di storia, piuttosto di una disciplina, che negli USA viene spesso paragonata a storia ma che storia non è, ovviamente, trattandosi di social studies, ovvero studi sociali;

Image taken from Google Search

più avanti e grazie ad una serie di commenti, ho scoperto che in realtà si tratta di storielle trasmesse ai bambini di cinque anni tratte dalla tradizione popolare per raccontare loro l’origine di certe festività e usanze. Quindi, in pratica di usi e costumi, non di storia si tratta, dunque.

Altri commenti ancora sottolineavano che si tratta per lo più di insegnamenti volte a sviluppare comportamenti educati nei bambini che, purtroppo a casa non ricevono perché poco seguiti dai genitori impegnati essenzialmente nel lavoro. Tuttavia, è anche previsto che i bambini, alla fine dell’asilo (il termine riflette il tipo di ordine e grado del sistema d’istruzione statunitense che si inizia a cinque anni e dura solo un anno) devono sapere scrivere un paragrafo di testo, imparare a riconoscere e contare i soldi, fare addizioni, sottrazioni e imparare le frazioni. Secondo altre spiegazioni datemi pare che questi obiettivi siano stati introdotti per competere efficacemente con i risultati scolastici conseguiti dai bambini giapponesi che insidiano quelli degli statunitensi.

Taken from a FB Thread

Ciò dimostra anche che per concludere il ciclo di studi a 18 anni, di fatto anticipano l’inizio degli apprendimenti formali di un anno sottoponendo i bambini di cinque anni ad una pressione che, a mio avviso, non va a beneficio del loro sviluppo cognitivo.

Tutto ciò per assecondare un’impostazione scolastica che non mette affatto lo studente al centro dell’attività didattica, anzi è l’esatto contrario e al centro si pone invece la spinta utilitarista del mercato del lavoro di chiara impronta neoliberista. Per cui, secondo questa visione, l’individuo deve essere funzionale alla crescita economica e quindi esso deve entrare nel mercato del lavoro il prima possibile ed è perciò definito capitale umano. L’introduzione in Italia delle cosiddette soft skil che, non solo devono essere sviluppate a scuola, ma devono essere persino oggetto di valutazione, riflette dunque perfettamente quest’impostazione della società; assimilate anche, diabolicamente, a qualcosa di non ben definito ma che va sotto la dicitura di “educazione emozionale”, di fatto esse sono desunte pari pari da contesti imprenditoriali (ne ho scritto nel post al link sotto) e rispecchiano quelle che sono ritenute le qualità indispensabili per i potenziali impiegati di qualsiasi azienda privata.

Ciò che è drammaticamente cambiato negli anni è che se queste qualità prima erano da sviluppare e affinare solo al momento dell’ingresso nel mercato del lavoro e a completamento della preparazione professionale, queste adesso vengono ritenute essenziali in contesti scolastici e addirittura, secondo l’attuale inquilino di Viale Trastevere, a partire dalla più tenera età.

La differenza più preoccupante è che in passato queste caratteristiche venivano potenziate per libera scelta dell’individuo che si candidava ad un posto di lavoro, magari studiando semplicemente le migliori tecniche per sostenere un colloquio, per cui rappresentavano la volontà personale di un adulto che aveva già compiuto il proprio percorso di maturazione autonomamente e dotato di un’identità strutturata negli anni. Ora invece la volontà dell’individuo viene azzerata imponendo ai bambini già durante la scuola dell’infanzia un indottrinamento pressoché militaresco su quali aspetti caratteriali sviluppare e migliorare al fine di essere socialmente accettati, decenni prima che questi servano ad arricchire eventualmente qualifiche professionali. E che ne è allora di tutta la retorica intorno all’inclusione, all’accettazione del sé e delle differenze? Si tratta dunque di mera retorica, parole vuote, perché stante così le cose siamo di fronte alla sostanziale privazione dello sviluppo del bambino il quale subisce una sorta di programmazione caratteriale decisa da un sistema tirannico che priva gli individui della legittima libera scelta di sviluppare le proprie attitudine e di decidere autonomamente chi, cosa e come desidera essere.

Se è indubbiamente vero che esistono codici sociali e valori e principi scelti da un sistema sociale collettivo e condiviso, è anche vero che finora c’è stata libertà di scelta dell’individuo se aderire o meno al pacchetto completo, anche a costo di porsi ai margini del consesso sociale, parzialmente o no e magari accettandone le conseguenze. La  libertà di scelta come valore portante di sistemi democratici che investivano nella conoscenza e nel sapere proprio per favorire nel bambino, nell’adolescente lo sviluppo dello spirito critico, ossia la capacità di formarsi un’opinione scevra, quanto più possibile, da condizionamenti indebiti e invadenti. Tutto ciò viene progressivamente minato alle basi attraverso una retorica mendace che intende imporre a tutti un’unica identità forgiata per soddisfare le esigenze delle imprese e su queste plasmata facendo ricorso all’inganno dell’educazione emozionale che pretenderebbe di insegnare il controllo delle emozioni, che tradotto poi significa non fare scenate isteriche quando si riceve un semplice “no”; quanti sorrisi amichevoli dispensare; quanti “grazie e per favore” distribuire, ovvero essere mediamente educati.

Ciò che colpisce è che questa retorica affascina persino i genitori che la interpretano come la chiave giusta perché i figli trovino una sistemazione, oppure una facile via di fuga all’arte genitoriale che implica anche, ma non solo, insegnare alla prole come comportarsi dentro e fuori le mura di casa. E qui si torna al thread accennato in apertura, cioè che i genitori sono troppo occupati e presi dalle loro vite per dedicarsi davvero ai figli, non tutti, certo, molti sono costretti da circostanze socio-economiche poco favorevoli.

Per tutti gli altri però, forse dovrebbero pensare a iscrivere questi figli in qualche collegio svizzero d’antan.

© L. R. Capuana

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