LA CONTRORIFORMA PERMANENTE

LA SCUOLA ITALIANA TRA MERCATO E GUERRA

a cura di Luca Cangemi

La MarxVentuno Editoria di Bari ha recentemente pubblicato questo volumetto, di poco meno di duecento pagine, che è ricco di interventi importanti sullo stato in cui versa oggi la scuola italiana. Un’opera collettanea che affronta vari aspetti, ciascuno di essi fondamentali, per comprendere come tutte le politiche scolastiche del passato più recente abbiano impresso un’impronta neoliberista asservendola al mercato e alla propaganda bellicista, entrambi funzionali e innervati al sistema capitalista.

http://www.marx21books.com – ISBN: 9791282124034 – pp. 177, €14,00 acquistabile online.

Luca Cangemi ha avuto il grande merito, grazie anche alla sua inesauribile energia e alla sua capacità di tessere relazioni feconde, di raggruppare un insieme di persone, lontane geograficamente e con pochissime occasioni di incontro dal vivo, legate tuttavia dalla stessa idea di scuola.

Mi ritengo profondamente onorata di essere stata invitata a partecipare con un mio testo e dare anche io un contributo per un lavoro di analisi e di racconto rari nel contesto attuale che sembra dare voce solo ad una visione di scuola, quella più allineata al mainstream economicistico, una visione di scuola finalizzata al lavoro tagliando fuori dal dibattito pubblico quella che ha come orizzonte l’emancipazione dello studente e il suo affrancamento dal bisogno. Ovvero la scuola della Costituzione.

L’altro aspetto che a me sembra di grande interesse rispetto a questo testo, e che qui tento di enucleare, è la dimensione politica che lo permea rilevando come tutto sia collegato e che, quando si affrontano questioni apparentemente più legate alla didattica e alle sue varie curvature metodologiche, siano esse innovative e centrate sul digitale o ibride; alla valutazione, che si tratti di voti numerici o di giudizi descrittivi; alla retorica pedagogica puerocentrica che spinge verso una banalizzazione dell’istruzione con significative ricadute sulla preparazione degli studenti e lauti guadagni per le grandi aziende hi-tech; in realtà, dietro ciascuna di essa è sempre la dimensione politica che esercita un potere di cui spesso, considerando ogni aspetto singolarmente, sfugge all’opinione pubblica, in quanto viene meno il quadro complessivo.

Ecco, questo testo ha, tra gli altri, il grande merito di evidenziare questi collegamenti e di mettere bene in luce come tutto sia collegato dalla sua dimensione politica.

La controriforma della scuola e i venti di guerra – Luca Cangemi

L’intervento di Cangemi introduce e fa da cornice organica all’insieme segnalando accuratamente quante e quali scelte di politiche scolastiche – tracciandone i tempi, le radici culturali e i retroterra politici dei suoi estensori – hanno reso possibile questo lungo assedio alla scuola.

Un assedio, ci ricorda Cangemi, che attacca la scuola e il welfare, in generale, sottraendo ingenti finanziamenti, infatti è attraverso le finanziarie dei governi Amato e Ciampi, quindi già negli anni ’80, che si gettano le basi di un’architettura politico-finanziario che accomuna tutto l’arco parlamentare.

Il percorso tracciato corre lungo le direttrici di chiaro stampo aziendale e capitalista. È proprio in questi anni, scrive Cangemi, che si avvia una svolta liberista anche tramite la mistificazione delle parole conquistando un’egemonia linguistica che ormai è stata assimilata grazie anche al poderoso apporto mediatico che l’ha resa mainstream.

Un’egemonia, tuttavia non solo linguistica quanto fattuale e resa possibile con la scelta di ministri dell’istruzione, come Giancarlo Lombardi, del governo Dini, proveniente da Confindustria e che rappresenta  un tassello importante per comprendere la successiva svolta epocale dell’autonomia scolastica e l’introduzione dell’idea, anche questa mutuata dal mondo aziendale, di valutazione del sistema secondo il paradigma di efficienza ed efficacia e che saranno poi messi a punto dal ministero affidato a L. Berlinguer, da Romano Prodi nel suo primo governo, a cui si devono anche la  legge di parità scolastica finanziata con fondi pubblici e la nascita dell’INVALSI.

Non meno devastanti sono per la scuola gli indirizzi politici delle due ministre berlusconiane, Moratti e Gelmini. Passando per la didattica delle competenze a scapito delle conoscenze e tentando di assegnare più  poteri alle regioni sull’istruzione oltre che sulla formazione, quasi una prova generale di autonomia differenziata fermata in tempo per approdare, con Gelmini, e in piena continuità con i suoi predecessori, al più imponente ridimensionamento del sistema scolastico congegnato da Tremonti. Responsabilità gravissime che ancora oggi pesano, quali le “classi pollaio” e il taglio di decine di migliaia di posti di lavoro tra personale docente e ATA. Fino al colpo più duro inferto alla scuola italiana per mano di Matteo Renzi, il quale, pur professandosi esponente di centrosinistra assesta una radicale trasformazione neoliberista alla scuola italiana. I traguardi più rilevanti raggiunti da Renzi sono: il curriculum dello studente, come documento che dovrà accompagnare i discenti lungo il corso della loro vita; il ruolo dei dirigenti scolastici con sempre maggiori poteri autoritari e capillari sui docenti; l’introduzione dell’alternanza scuola-lavoro obbligatoria per tutti gli indirizzi scolastici; un rapporto più stretto tra imprese e ITS (Istituti Tecnici Superiori), che Valditara ha solo rafforzato.

Cangemi, inoltre, pone l’accento anche sugli effetti di tecnici , come Patrizio Bianchi, abilissimo nello sfruttare appieno la confusione generata dal periodo pandemico per accelerare ancora una volta sull’autonomia berlingueriana da lui ritenuta non ancora pienamente compiuta al fine di garantire un concreto sviluppo del Paese. Bianchi, tra l’altro, risulta tra gli esponenti più convinti che ha asservito la formazione professionale del sistema emiliano-romagnolo alle desiderata delle imprese. Con i fondi del PNRR se, da un punto di vista strutturale e dei servizi, le sue scelte si rivelano fallimentari tant’è che, anziché ridurre i divari tra Nord e Sud, li amplifica soprattutto per la carenza delle risorse ad esse destinate sin dal principio; è sul piano ideologico che la visione di scuola reazionaria di Bianchi ottiene grande successo e viene suggellata dall’attuale governo rendendola sistemica. Tra gli aspetti che la puntellano è sufficiente citare:  la didattica per competenze che diventa preminente, così come il ruolo dell’INVALSI sempre più centrale; Valditara poi realizza pure un ulteriore taglio di organico e la riduzione, come si è già detto, di un anno negli istituti tecnici e professionali aprendo le porte dell’insegnamento ad esperti esterni provenienti dal mondo dell’impresa mortificando ulteriormente il ruolo dei docenti.

Marxismo e pedagogia del futuro della scuolaFerdinando Dubla

Il secondo intervento del testo è a firma di Ferdinando Dubla, qui l’autore affronta un discorso sulla pedagogia, che potremmo dire, originario e che oggi è stato sostituito dal pedagogismo teso ad appropriarsi della metodologia didattica riducendo il docente a facilitatore e lo studente a mero oggetto da addestrare attraverso l’intrattenimento e il divertimento. Dubla, invece, riporta la pedagogia alla sua funzione originale affermando che essa a che fare con due concetti cruciali: la felicità e il futuro. Entrambi, dice Dubla, appartengono a ciò che egli definisce “il limbo del dover-essere”, ossia si tratta di aspirazioni che nel momento stesso in cui si realizzano effettivamente o appartengono al passato, come la felicità, perché se ne ha piena consapevolezza solo dopo averla provata e il futuro perché, quando si materializza è di fatto presente. Ne consegue che si tratta di astrazioni, progetti in divenire. Ed è lo stesso per la pedagogia, “progetto di vita” che si può attuare solo dopo che agli studenti vengono forniti gli strumenti culturali propedeutici all’emancipazione e all’autodeterminazione di soggetti maturi.

Quindi, Dubla rompe con la propaganda pedagogica contemporanea, di stampo affaristico, e affronta la questione da un’angolatura più filosofica, vera radice della pedagogia, oggi del tutto marginalizzata. Infatti i richiami a Gramsci, Marx, Luckács e a quel filone di pensatori che hanno fatto la nostra storia filosofica recente sono numerosi, mentre per un altro verso denuncia ciò che oggi è diventata la scuola, non più luogo di emancipazione, piuttosto ambiente ideale per l’omologazione alienante dello studente al sistema capitalistico che promuove l’alternanza scuola-lavoro, che lo sospinge e lo incalza verso un mercato del lavoro precario, che lo sfrutta come lavoratore a tutele decrescenti.

È interessante anche notare che, a dispetto dell’abbondante quanto caustica stroncatura contemporanea di tutto ciò che possa rimandare al marxismo, al leninismo e, sia mai, a qualsiasi concetto che possa essere collegato alla rivoluzione bolscevica, Dubla, dando conto di quanto già messo in pratica con successo durante la nascita dell’Unione Sovietica nel campo dell’istruzione, ci dice che quell’esperienza storica ha ancora tanto da insegnarci a proposito di una pedagogia che tende al giusto ed essenziale equilibrio tra conoscenze umanistiche e saperi scientifici verso un orizzonte di liberazione sociale che può essere conquistata solo se insieme all’autodisciplina interiorizzata e intellettuale viene affiancata la prassi per colmare il distacco che può manifestarsi tra teoria e pratica, quindi non ricorrendo allo spontaneismo attivistico fine a se stesso.

“L’ideale è quello della formazione ‘onnilaterale’ nell’ottica del superamento della divisione sociale lavoro”

nel testo a p. 41.

Tutto il contrario di quanto avviene sotto ai nostri occhi, ovvero la formazione professionale, di nuovo, come strumento di asservimento perché, nonostante la si presenti come scuola democratica, nei fatti essa cristallizza quelle divisioni di censo che si pensava fossero state eliminate con la scuola di massa.

Infatti, con la pretesa di soddisfare subito gli interessi pratici di impiego si è trascurato interamente l’aspetto formativo del cittadino attraverso una cultura di base che gli consenta di decodificare e  interpretare il mondo che lo circonda perpetuando, quindi, proprio quelle divisioni sociali che, a parole, sostiene di voler colmare.

La pedagogia dunque non può propugnare la didattica delle competenze o focalizzarsi sulla “docimologia testologica”, ci dice Dubla, perché in questo modo si favorisco gli interessi di chi si adopera con determinazione per la privatizzazione dell’istruzione, si rafforza quell’idea di scuola-azienda che è in piena sintonia con il sistema capitalista e ne è il centro nevralgico delle logiche di mercato neoliberiste che ha come obiettivo proprio la restaurazione della divisione di censo: da una parte l’élite che, per diritto di nascita, ha pieno appannaggio di cultura e istruzione e dall’altro le classi subalterne destinate a sviluppare le abilità pratiche e il “saper fare”.

La scuola snaturata dall’ideologia neoliberistaLucia R. Capuana

A seguire il mio intervento in cui ripercorro i passaggi più salienti che conducono alla torsione neoliberista subìta dal sistema scolastico italiano a partire dalla fine degli anni ’80 e suggellata dalla firma del Trattato di Maastricht.

Se la scuola della Costituzione repubblicana viene definita da Calamandrei come organo costituzionale, tesa a garantire a tutti il diritto allo studio e ad un’istruzione di qualità, capace di fornire alle nuove generazioni una cultura di base sia umanistica che scientifica al fine di emanciparle formando cittadini consapevoli, con il crollo del muro di Berlino e la fine della Guerra Fredda, si avvia un lungo periodo, abilmente propagandato, grazie a già ben oliate e collaudate strategie di comunicazione come, riformistico. In realtà, tuttavia, si è trattato di una profonda svolta restauratrice che da allora ha sistematicamente e ostinatamente trasformato l’idea originale di istruzione fino a determinare la sua trasfigurazione di chiaro stampo neoliberista.

La nascita dell’Unione Europea e, per suo tramite, la Tavola Rotonda degli Industriali – la lobby europea più potente che, come si legge in uno dei suoi rapporti del tempo, è  il vero estensore del trattato che dà i natali all’UE – impongono alla scuola italiana di soddisfare le incessanti richieste del mondo delle imprese.

È a partire da questi anni che il legislatore italiano, di tutti i colori politici, si adopera con inusitata solerzia per varare e applicare modifiche normative che, passo dopo passo senza suscitare troppo allarme, imprimono quella metamorfosi radicale che pone la scuola italiana alla mercé delle lobby delle multinazionali al fine, non di emancipare lo studente e quindi il cittadino futuro, bensì di renderlo prone e assoggettato al mercato del lavoro neoliberista.

I test INVALSI: strumento di governo dello studenteRossella Latempa

Qui, l’autrice, espone con dovizia di dati statistici usati, dall’istituto di valutazione nazionale del sistema educativo di istruzione e formazione, a piacimento e senza alcuna trasparenza, il ruolo sempre più crescente conquistato dall’istituto e dalle sue prove standardizzate al fine di schedare gli studenti e determinare il loro futuro facendo previsioni del tutto privi di alcun fondamento scientifico.

Le prove INVALSI introdotte, inizialmente, come strumento di verifica dell’efficacia del sistema di istruzione, nel tempo i suoi risultati si sono trasformati in fonte primaria per le scelte di politiche scolastiche attuate dal legislatore fino ad essere materialmente la leva per una scuola tecnocratica e neoliberista fondata sulla competizione.

Le prove INVALSI, oggi, sono un requisito obbligatorio imposto agli studenti per accedere agli esami di stato di entrambi cicli di istruzione, essi si traducono in certificazione digitale individuale atte ad  alimentare quella cultura della misurazione che guida l’operato dei docenti, delle azioni organizzative delle scuole, i finanziamenti ad esse destinate e le scelte politiche.

Ciononostante il dibattito pubblico che, puntualmente suscitano, rimane incentrato sulla valutazione dei docenti mentre trascura quasi interamente, ci dice Latempa, le implicazioni profonde che si riverberano sull’idea stessa di istruzione. Inoltre, con i fondi del PNRR e l’introduzione del concetto di “indicatore di fragilità” individuale i risultati delle rilevazioni INVALSI si sono fatti ancora più pervasivi fino ad avanzare la pretesa di poter prevedere il futuro sviluppo personale, grazie alla valutazione delle soft skill di cui è dotata ogni persona, di ciascuno studente inchiodandolo ad eventuali carenze che possono manifestarsi nella fase adolescenziale.

Tra l’altro, ciò implica che questo tipo di classificazione serve ad indirizzare le risorse finanziarie destinate agli istituti scolastici e determinano interventi mirati sui singoli studenti producendo forme di disuguaglianze ancora più significative e promuovendo appunto una sorveglianza digitale mascherata da azione di prevenzione e cura degli studenti considerati fragili.

Ma ancora più preoccupante, per la quantità di dati personali di cui dispone l’istituto, continua Latempa, è il rischio che essi siano addirittura una forma di sorveglianza digitale a danno di ogni studente, una criticità rilevante che è stata già segnalata all’Autorità garante per la protezione dei dati personali con un esposto che ne denuncia l’opaca modalità di trattamento di dati sensibili di ogni studente, peraltro raccolti nel curriculum digitale degli studenti senza alcuna tutela degli stessi.

E tuttavia, evidenzia Latempa, INVALSI continua, incurante delle crescenti preoccupazioni in merito alla sua attività di elaborazione dei dati privi di alcuna trasparenza al fine di costruire profili individuali degli studenti.

Retro di copertina del libro di cui si da qui conto.

Autonomia differenziata e scuola – Marina Boscaino

Il testo di Marina Boscaino è pressoché impossibile da riassumere per la mole di informazioni importanti che contiene al fine di comprendere non solo la questione più strettamente legata alla scuola, ovvero quella dell’autonomia scolastica, alla quale si è dedicata per anni come portavoce della LIP Scuola.

Ciò che rende prezioso il suo testo è la paziente e certosina cura nel mettere in fila dati e date che ripercorrono e descrivono l’iter della legge sull’autonomia differenziata, le sentenze della corte costituzionale a tal riguardo, i lavori parlamentari che fin qui l’hanno interessata e la lotta ancora in corso, data la reale portata del disegno politico contenuto nella legge per l’autonomia differenziata, con i Comitati per il Ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti  allo scopo di fare formazione e divulgare informazioni su una materia tanto complessa, quanto articolata e le conseguenze che avrebbe sulla scuola italiana e sul sistema Paese nel suo insieme se dovesse essere approvata.

Boscaino evidenzia tutti i passaggi salienti inchiodando alle loro responsabilità governi ed esponenti politici di tutti gli schieramenti che in questi anni si sono prodigati per l’autonomia differenziata mettendo in grave pericolo la tenuta costituzionale del Paese e offre una visione d’insieme fondamentale per comprendere appunto tutti quei collegamenti di cui si è già detto in apertura.

Lezioni di guerra: il militarismo nella scuola italianaAntonio Mazzeo

Altrettanto prezioso è l’intervento di Antonio Mazzeo che ci dà conto dell’inusitata pratica, oggi però sempre più diffusa da parte di molti istituti scolastici, di condurre gli studenti in uscita didattica, o singoli studenti per far svolgere loro le ore di PCTO, presso basi militari italiane e NATO.

Le scuole, che recentemente propongono queste attività presentandole anche come orientamento di future carriere, invitando presso le loro sedi militari e rappresentanti delle forze dell’ordine, sono in preoccupante aumento.

Si tratta di attività che risultano istituzionalizzate perché, ci informa Mazzeo, a febbraio di quest’anno, il ministro Valditara ha firmato un protocollo d’intesa con il generale in pensione, Nicola Tota, attuale presidente dell’Associazione Nazionale Bersaglieri, che prevede di realizzare nelle scuole attività di formazione al fine di promuovere l’amor di patria nelle nuove generazioni attraverso simboli e materiali didattici. Questi accordi impongono alla scuola un nuovo corso: cedere, abdicando quindi alle sue precipue funzioni di istruzione e formazione, a corpi militari anche internazionali ampie sfere di insegnamento per veicolare posizioni ideologiche in netto contrasto con i valori costituzionali, come “la difesa delle libertà, della democrazia, della giustizia sociale e della pace su cui si dovrebbe fondare l’istruzione pubblica”. (p. 138).

Ma c’è di più, continua Mazzeo citando quanto già denunciato dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle Scuole e delle Università, e cioè che è in atto l’addestramento dello studente-soldato attraverso la manipolazione cognitiva, infatti gli analisti della NATO la definiscono una guerra cognitiva per indottrinare le opinioni pubbliche, ovvero il dominio umano come si legge, dice Mazzeo, nel report Innovation Hub della NATO, pubblicato nel 2019, quale fattore decisivo per sperimentare le “guerre psicologiche” per influenzare percezioni, atteggiamenti e comportamenti attraverso anche la manipolazione di informazioni e della verità come strategia militare atta a conquistare la vittoria sul nemico.

Questo programma viene caldeggiato alacremente anche da esponenti di centrosinistra, nel 2007, quando il concetto di “Cultura della Difesa” o, per meglio dire, sottolinea Mazzeo, Cultura della Sicurezza  entra nel protocollo Istruzione-FFAA con cui di fatto si arruola il mondo scolastico e accademico a partecipare alle attività di intelligence per diffondere la cultura della sicurezza,  Violante era il relatore alle Camere della legge che riforma i servizi segreti, oggi Violante, ci dice Mazzeo, è alla guida della Fondazione Leonardo Civiltà delle Macchine (parte della poderosa holding del complesso militare-industriale nazionale, la Leonardo S.p.A) che si occupa, tra le altre cose, anche di pacchetti formativi per le scuole in ambito STEM. Dal 2023 Violante è anche presidente di Multiversity S.p.A., proprietario delle tre università telematiche Pegaso, Mercatorum e San Raffaele Roma e del Sole 24 Ore Formazione del Gruppo 24 Ore. Gli fa compagnia in questa indefessa attività persuasiva per veicolare presso i giovani la Cultura della Difesa nelle scuole e negli atenei al fine di creare ampio consenso all’idea di guerra permanente, l’ex ministro della difesa Guerrini (anche lui del PD) e oggi presidente del COPASIR.

Chiudono il libro i saggi sulle contraddizioni infinite circa il reclutamento dei docenti e sulla presunta teoria gender inventata dalla destra per screditare la storia dei movimenti femministi, rispettivamente di Francesco Cori e Pina La Villa.

Le ricorrenti contraddizioni nel del precariato nella scuolaFrancesco Cori

Nel primo di questi ultimi due contributi Cori sottolinea un preciso schema operativo adottato da vari governi allo scopo di mantenere una percentuale esorbitante di docenti italiani, che è sempre bene ricordare è personale preparato e ben qualificato, nel limbo eterno della precariato determinando, così, instabilità e insicurezza economica che hanno effetti devastanti sull’intera vita di una pletora di giovani aspiranti docenti.

Se si guardano i numeri nudi e crudi si capisce che si è di fronte a scelte di stringente politica economico-finanziaria che poco hanno a che fare con le politiche scolastiche. Al contrario, proprio in virtù dei numeri, sorge persino il sospetto che il legislatore abbia dato sfogo a tutti i suoi capricci più insensati senza considerare minimamente le legittime aspettative di professionisti che scelgono di insegnare, senza curarsi affatto di quella tanto sbandierata continuità didattica quando si tratta di negare diritti ai lavoratori per tutelare i discenti i e che il personale della scuola nel suo insieme è trattato con disprezzo e totale noncuranza anche rispetto ai diritti sanciti dalla Costituzione sul lavoro.

Vediamo dunque cosa dicono i numeri:

Il personale docente a tempo determinato è raddoppiato dal 2015 al 2023 (12% nel 2015, 24% nel 2023), la cifra è di 235.576 docenti precari su un totale di 943.348. Situazione pressoché analoga per il personale ATA a tempo determinato che passa dal 12.5% del 2015 al 21,64% nel 20023.

Dati UIL Scuola, nel testo a p. 150

Ma ancora più capriccioso e sprezzante risulta il legislatore se si osservano i cambiamenti imposti, anche in modo repentino e imprevedibile, sulle regole del reclutamento e i requisisti richiesti ai giovani aspiranti docenti, i cui sforzi intellettuali per prepararsi ai vari concorsi, che non vedono mai una conclusione certa e quelli economici per frequentare i corsi obbligatori al fine di conseguire abilitazioni, anche queste sempre in divenire, vengono scientemente frustrati. Sembra quasi che il limbo sia voluto e architettato per mantenere questi professionisti sotto perenne ricatto e in stato di minorità rispetto ai colleghi a tempo indeterminato e nonostante svolgano le medesime mansioni e abbiano i medesimi obblighi contrattuali, e tuttavia vengono pagati meno, con minori diritti e costantemente bistrattati.

Non può assolutamente essere sottovalutato l’aspetto psicologico che interessa questa categoria professionale, appunto altamente preparata e qualificata, e che pure si vede tenuta appesa ad un filo di speranza che può essere spezzato in ogni momento perché, come si è già detto, i cambiamenti delle regole sono costanti, repentini e imprevedibili.

Ne consegue che lo stato risulta essere il datore di lavoro che sfrutta di più e con maggiore efficacia quei suoi dipendenti che lavorano per istruire le nuove generazioni, una vera beffa.

Una storia sotto accusaPina La Villa

Pina La Villa, dal canto suo, analizza la feroce offensiva subita dagli “studi di genere”, che furono istituiti presso molti atenei statunitensi, a partire dalla seconda metà degli anni ’70, per dare dignità accademica alla storia delle donne su cui molte di queste ricerche focalizzarono la loro attenzione.

Il termine “genere”, o gender in inglese, fu scelto, ci dice La Villa, perché aveva una duplice funzione importante. Da una parte voleva sottolineare che l’analisi partiva dai ruoli assegnati culturalmente a uomini e donne confutando l’assunto biologico secondo cui tale differenza fosse da ricondurre alla diversa natura del maschile e del femminile, quindi la loro differenza fondata sul sesso che ne determinava anche i ruoli sociali. Dall’altra parte, continua La Villa citando la storica inglese Joan W. Scott, il termine gender era inteso per sostituire quello di donna inglobando nella nuova prospettiva storica anche gli uomini perché storia di tutti.

Quindi si tratta di un nuovo approccio storico che affonda le sue radici nei movimenti femministi allo scopo di dare alla donna il posto che merita storicamente attraverso un’accurata documentazione per farne emergere finalmente il suo apporto per troppo tempo celato e negato da studi condotti esclusivamente da uomini.

Ad una prolifica attività di ricerca durata più di vent’anni si contrappone, verso la fine degli anni ’90, l’invenzione della cosiddetta ideologia gender costruita artatamente per rimettere nuovamente in discussione l’uguaglianza tra uomini e donne sancita anche dai diritti e che condizione necessaria per la giustizia sociale.

A questa dichiarazione solenne del 1995, in occasione della Conferenza di Pechino per celebrare l’anno internazionale delle donne, fa immediatamente seguito, ci ricorda La Villa, un attacco feroce del Vaticano che, coadiuvato da svariate associazioni cattoliche molto attive e influenti, si prodiga nel contrasto ad ogni rivendicazione di diritti di uguaglianza tra uomo e donna prendendo di mira ogni discorso sul genere che, a loro dire, pone a rischio la famiglia tradizionale promuovendo ogni forma di propaganda contro i diritti LGBTQ+, l’aborto e qualsiasi istanza di emancipazione femminile.

A tutto ciò bisogna aggiungere un’atmosfera bellica e bellicistica diffusa negli ultimi anni in Europa, ci dice La Villa, pertanto, dinanzi ai fronti di guerra in aumento e al concetto di nemico assoluto propalato da notizie false, parlare di uguaglianza e di rispetto della diversità viene derubricato perché è l’occidente stesso che rischia di essere cancellato, non a caso è in corso una riaffermazione di

una politica che vuole ripristinare un ordine sociale autoritario, reazionario, patriarcale

 Citazione di Judith Butler, Chi ha paura del gender?, Laterza, Roma-Bari 2024, a p. 165 in questo testo

La Villa chiude il suo pregevole intervento con le parole di Virginia Woolf tratte dal saggio, Le tre ghinee (1938), in cui la scrittrice britannica fa una dura requisitoria contro l’ideologia bellicista che permea l’istruzione del suo Paese negli anni immediatamente precedenti la seconda guerra mondiale e a favore di un’istruzione, specie femminile, che si adoperi per prevenire la guerra. Parole che richiamano quanto sottolineato nel testo, qui presente, sulla pedagogia di Ferdinando Dubla, dice Woolf:

Lo scopo del nuovo college, […] dovrebbe essere non di segregare e di specializzare, ma di integrare. Dovrà inventare dei modi per far lavorare insieme la mente e il corpo; scoprire da quali nuove combinazioni possono nascere unità che rendono buona la vita umana. E gli insegnanti saranno scelti fra coloro che sono bravi a vivere oltre che a pensare.

Citazione di V. Woolf, Le tre ghinee, Feltrinelli, Milano 2014, a p. 168 nel testo.

© L. R. Capuana

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