UNA MODESTA PROPOSTA: IL 10 PER TUTTI!

Una proposta, ma soprattutto un appello al senso del dovere e della responsabilità (quelli veri però) per tutti i docenti italiani. Non c’è niente da firmare, c’è solo da agire in scienza e coscienza, secondo l’art. 33, e tutelando il diritto allo studio degli studenti, secondo l’art. 34, della Costituzione!

Sta per chiudersi l’anno scolastico più folle della carriera di 800 mila docenti e otto milioni di studenti circa: l’anno del COVID-19!

A meno di un mese dalla fine delle attività didattiche dal ministero dell’istruzione nessuna nuova, ovviamente mi riferisco a notizie ufficiali, nero su bianco. No, perché di dichiarazioni estemporanee sui social o tramite interviste varie ne abbiamo una quantità considerevole. Anzi ne abbiamo così tante che dobbiamo tener dietro pure alle smentite che arrivano dal ministero, un giorno sì e l’altro pure.

AAA ministro dell’istruzione cercasi

Proprio ieri l’ultima perla di saggezza, del ministro Azzolina che, dopo aver rassicurato tutti per settimane, urbi et orbi, che l’anno scolastico sarebbe stato salvo, che gli studenti sarebbero stati tutti ammessi all’anno successivo senza debiti, che eventuali lacune di apprendimento sarebbero state colmate con l’avvio del nuovo anno e in itinere; dopo aver sottolineato, giustamente, che eventuali valutazioni sarebbero dovute essere formative e non sommative data l’eccezionalità della situazione, per poi fare marcia indietro, no, anche voti numerici vanno bene, insomma, dopo tutto questo tira e molla di dichiarazioni e smentite, il 13 maggio e senza che si sappia ancora come effettuare gli esami di stato della secondaria di primo e di secondo grado (manca meno di un mese), eh già, anche su questi temi delicati dal ministero arrivano ancora dichiarazioni e successive smentite, per poi smentirsi ancora, ma non paga del ridicolo a cui si è giunti finora, la ministra rincara la dose con la solfa del “no al sei politico”!

Ma così va il mondo ai tempi del coronavirus, sono confusi e frastornati i capi di governo di mezzo mondo, perché dovrebbero avere le idee chiare al ministero dell’istruzione, seppur pieno di fior fior di esperti, task force di vario tipo e per vari scopi? Di notizie certe ancora niente. Solo indiscrezioni, rumors e gossip.

didattica a distanza
“Il Sole 24ore”

E allora, prima di offrire una modesta proposta per chiudere l’anno in modo dignitoso per noi docenti e, soprattutto, senza penalizzare gli studenti italiani che stanno vivendo con ansia crescente questa inefficienza della politica, facciamo un breve riassunto di come sono andate le cose fino a questo momento.

Come siamo arrivati fin qui?

Tutto ha inizio con il DPCM del 21 febbraio 2020 con cui si chiudono le scuole di alcune zone del paese. Successivamente si passa dalla chiusura alla sospensione delle attività didattiche per tutto il territorio nazionale; riguardo alle differenze dei due provvedimenti con relative variazioni in tema di didattica ne ho scritto qui, ma per meglio chiarire la questione che appare ancora molto confusa anche per i docenti, sebbene sarebbe loro preciso dovere essere bene informati circa i loro doveri e diritti: per sospensione didattica causa eventi straordinari, quale è l’emergenza sanitaria, si intende la sospensione delle lezioni che implica altresì per i docenti l’impossibilità di effettuare verifiche e dunque esprimere valutazioni, e questo è ad esclusiva tutela dei discenti. Infatti, in assenza di lezioni essi non sono tenuti ad alcuna verifica e men che meno possono essere pertanto valutati. Se ancora ci fossero dubbi, per quanto attiene ai docenti, questi dovrebbero essere fugati dall’art. 1256 del codice civile che stabilisce che “L’obbligazione si estingue quando per causa non imputabile al debitore (dipendente della scuola in questo caso), la prestazione diventa impossibile…” ne consegue che né docenti e, soprattutto, men che meno gli studenti sono in alcun modo obbligati a svolgere attività didattiche neppure in modalità a distanza, peraltro assente da ogni normativa.

Detto tutto ciò è bene mettere in luce che in questi due mesi e sin da subito, i docenti italiani, dotati di un più che lodevole senso del dovere – e non si capisce perché non si debba evidenziare questo spirito di servizio -, si sono prodigati per restare vicini ai loro studenti, all’inizio usando i mezzi più disparati e in modo del tutto spontaneo, molto spesso troppo improvvisato che, effettivamente, ha creato non pochi disagi agli studenti e alle loro famiglie ciononostante dando prova concreta della loro dedizione alla professione. Eppure il ministero anziché dare loro credito e riconoscerne i dovuti meriti, ha pensato bene invece di fare un encomio esclusivo ai soli dirigenti scolastici e con il DPCM del 22 febbraio 2020, all’art. 1, comma d) dà mandato ai suoi capitani, i DS, così li ha definiti il ministro, di approntare una qualche tipologia di didattica a distanza, come di seguito si può leggere:

i dirigenti scolastici delle scuole  nelle  quali  l’attività didattica  sia  stata  sospesa  per  l’emergenza  sanitaria,  possono attivare, di concerto con gli organi collegiali competenti e  per  la durata della sospensione, modalità di  didattica  a  distanza  avuto anche  riguardo  alle  specifiche   esigenze   degli   studenti   con disabilitaà;

Successivamente però con il DPCM del 4 marzo 2020 il ministero, sostituendo pochi termini, infatti non più “possono attivare”, bensì “attivano” modifica il senso delle cose. I dirigenti scolastici ora possono effettivamente dare avvio alla cosiddetta didattica a distanza, anche perché nel frattempo il ministero ha pure fornito alle scuole, tramite accordi con alcune multinazionali del settore (e su questo ci sarebbe tanto da dire persino sui problemi di privacy che tutto ciò comporta, ma non è questa la sede appropriata), piattaforme per consentire ai docenti di organizzarsi in modo meno spontaneo e improvvisato. Dunque, ciò che inizialmente era stato uno slancio di tipo etico per mantenere viva la “relazione” con gli studenti e sottolineando che non sarebbe stato deontologicamente corretto iniziare nuovi argomenti, ma di limitarsi a dare un sostegno con ripasso e rinforzo; di punto in bianco è diventato l’esatto contrario, lo slancio è stato trasformato surrettiziamente in obbligo e, a questo punto, si è aggiunta anche l’apprensione dei docenti di completare i programmi. Simulacro di altri tempi e altra scuola!

Senza entrare adesso nel merito della validità pedagogica della didattica a distanza, ci sarà tempo e modo per riflettere adeguatamente dopo, quando potremo constatare i livelli di apprendimento degli studenti e le loro effettive acquisizioni di contenuti, quindi più avanti; è però necessario mettere in risalto che durante questo frangente, ossia tra la fine di febbraio e la fine di aprile, dopo aver più e più volte ripetuto, come evidenziato prima dalla parte di V. le Trastevere, che gli studenti sarebbero stati tutti ammessi all’anno scolastico successivo ecc. ecc., nonostante tutto ciò, il colpo di scena, con la L. n. 27 del 24 aprile 2020 che converte il DPCM del 17 marzo 2020, all’art. 87 vengono apportate delle modifiche sostanziali e, infatti, il comma 3 ter così recita:

La  valutazione  degli  apprendimenti,  periodica   e finale, oggetto dell’attività didattica svolta in presenza o svolta a distanza a seguito dell’emergenza da COVID-19 e fino alla  data  di cessazione dello stato di  emergenza  deliberato  dal  Consiglio  dei ministri il  31 gennaio  2020,  e  comunque  per  l’anno  scolastico 2019/2020, produce gli stessi effetti delle attività previste per le istituzioni scolastiche del primo ciclo dal  decreto  legislativo  13 aprile 2017, n. 62, e per  le  istituzioni  scolastiche del  secondo ciclo  dall’articolo  4  del  regolamento  di  cui  al  decreto del Presidente della Repubblica 22 giugno 2009, n.  122,  e  dal  decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 62;

Cosa voglia dire fare riferimento alle succitate normative lo spiega in modo esaustivo questo articolo, ciò che invece resta da capire è il perché di questo ennesimo voltafaccia e si possono azzardare solo ipotesi, lasciando da parte le effettive pressioni politiche che vi sono all’interno della maggioranza di governo, quella che balza subito alla mente di chi scrive è che un’ipotesi è forse da attribuire alle proteste che si sono levate da parte di moltissimi docenti (e di questo dobbiamo assumerci la responsabilità), che hanno gridato allo scandalo, dicendo “ma come, dopo tutto il lavoro che abbiamo svolto, dovranno essere tutti promossi? Ma com’è possibile? E figuriamoci, ora questi (riferito, manco a dirlo, a studenti e famiglie) non faranno più niente”. Dichiarazioni non proprio in linea con il lodevole slancio di cui sopra, dopo tutto.

Viene così il sospetto che molti docenti potrebbero intendere il loro lavoro come un automatismo riassumibile quale: insegno/verifico/valuto. Sono certa, tuttavia, che la maggior parte della categoria è in totale disaccordo con questa visione semplicistica. Infatti se così fosse, la gran parte di essi non potrebbe, come di fatto fa, raccomandare agli studenti che non devono studiare solo per il voto, bensì per loro stessi; verrebbe meno il senso profondo dello studio. Perciò dobbiamo stare attenti anche noi a non cadere nell’insidioso tranello del binomio: premio-punizione. Né dobbiamo credere come rappresentativi di tutta la categoria docenti i commenti, spesso beceri, che si leggono con insistenza nei numerosi gruppi Facebook in cui i docenti si confrontano quotidianamente, ma che non è affatto certo che a “discutere e confrontarsi” siano solo docenti. Non ci sarebbe di che stupirsi se molti fossero, al contrario, troll il cui unico intento è di screditare ulteriormente la categoria.

Didattica a distanza
http://www.professionistiscuola.it

Valutazione sì o valutazione no?

Entrando nel vivo delle questioni cruciali a cui, purtroppo il ministero non dà la dovuta attenzione, la domanda che dobbiamo porci come professionisti seri è la seguente: è davvero lecito valutare in queste condizioni e che validità giuridica nei fatti concreti avrebbe? Facciamo qualche considerazione tenendo ben presente la normativa, perché poi è la legge che conta, non la mia opinione o quella di altri, inclusa quella del ministro; bene cosa dice la normativa?

Prima, però, val la pena di ricordare quale è la gerarchia delle fonti:

I DPCM ci dicono, tutti, che le attività didattiche in presenza sono sospese, le scuole e i loro dirigenti hanno facoltà di attivare la cosiddetta didattica a distanza fin tanto che perdura lo stato di emergenza per COVID-19, benissimo, e questo vuol dire essenzialmente, per quanto riguarda i discenti, che non vi è per loro alcun obbligo di legge di partecipare. E d’altra parte non potrebbe essere altrimenti, infatti lo stato (scritto in minuscolo) sconta un imperdonabile ritardo nell’attuazione dell’articolo 3 della Costituzione tant’è che secondo l’ISTAT (vedi fonte e link sugli altri post che ho dedicato al tema), il 33,8% (che nel sud sale al 41,6%) circa degli studenti è del tutto escluso e non solo per il divario digitale ma, ben più grave, per quello socioculturale, pertanto come potrebbe mai lo stato imporre agli studenti l’obbligo di frequenza alla didattica a distanza? Impossibile!

Bisogna, inoltre, aggiungere che in tutti, e ribadisco tutti, i DPCM si sottolinea che:

A beneficio degli studenti ai quali non è consentita, per le esigenze connesse all’emergenza sanitaria di cui al presente decreto, alle attività didattiche o curricolari delle Università o delle Istituzioni di alta formazione artistica musicale e coreutica (…) le assenze maturate dagli studenti di cui alla presente lettera non sono computate ai fini della eventuale ammissione agli esami nonché ai fini delle relative valutazioni;

Ora, ammettendo pure che la lettera in questione dei DPCM sia riferita all’Università e alle istituzioni di alta formazione, perché mai per gli studenti delle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado le cose dovrebbero andare diversamente tenendo, appunto, conto che le attività didattiche in presenza sono sospese e quelle a distanza non esistono nella normativa e, soprattutto, tenuto conto che gli studenti:

  • non sono obbligati a frequentare,
  • c’è una considerevole popolazione scolastica impossibilitata materialmente a seguirle

Già, perché questa disparità di trattamento? Sarebbe essa giuridicamente legittima? Non susciterebbe invece, una simile scelta, molteplici contenziosi da parte delle famiglie che, mai come ora, avrebbero veramente tutte le carte in regola e tutte le ragioni di questo mondo per fare ricorso?

In effetti non dovrebbe esserci alcuna valutazione e nessuno studente dovrebbe essere penalizzato anche scolasticamente dal coronavirus; perché in quanto a stress e disagio, sia materiale sia psicologico, l’emergenza sanitaria ha già penalizzato abbastanza i bambini, i ragazzini e i ragazzi di tutta Italia. Né si tratta di buonismo (termine di per sé sgradevole e insignificante), bensì di semplice conseguenza logica anche in virtù delle leggi vigenti. Con buona pace di quei docenti che, impossibilitati a valutare dopo così tanto lavoro (molti si sono limitati a replicare la didattica in presenza online – senza quindi adottare metodologie specifiche al diverso ambiente di apprendimento – dal comfort delle loro case), si sentono addirittura puniti perché privati della valutazione.

Una modesta proposta: #10pertutti

Come risolvere dunque questa spinosa questione?

In queste condizioni e date le circostanze, l’unica valutazione possibile che non sia penalizzante per alcuno, dalla primaria alla secondaria di secondo grado, visto che il ministero si guarda bene dal prendere una decisione politica e scarica ogni responsabilità sulle spalle dei docenti e delle scuole, è assegnare il 10 a tutti.

Il “sei politico” sarebbe un affronto, innanzitutto perché appartiene ad una stagione, quella sì politica, più che superata. In secondo luogo perché sarebbe ingiusto limitarsi alla mera sufficienza e, infine, in quanto il 10 assegnato a tutti per il secondo periodo dell’anno scolastico consentirebbe, facendo media con i voti reali conseguiti da ciascuno studente durante il primo periodo, di differenziare i vari percorsi scolastici di tutti i discenti. E non avrebbe effetti negativi nemmeno per l’assegnazione dei crediti nelle classi del triennio della secondaria di secondo grado.

Sarebbe infatti la soluzione più equa.

Ah, ma la meritocrazia…

A chi vuole obiettare che una soluzione di questo tipo non tiene conto del merito e quindi, anziché premiare i meritevoli appiattirebbe tutto sul medesimo livello, facendo un torto a chi si è impegnato; rispondo che l’impegno dei ragazzi va tutto a loro vantaggio perché l’impegno individuale è essenziale per l’apprendimento e dunque non è da premiare perché senza impegno viene meno l’altra faccia del dialogo educativo. Perciò chi si impegna fa il proprio dovere verso se stesso. Oltretutto, il voto non premia i cosiddetti meritevoli, bensì certifica il livello di apprendimento conseguito dallo studente pertanto, lungi dall’essere una concessione paternalista da parte del docente è, al contrario, un atto dovuto che attesta ciò che lo studente si è guadagnato.

Ultima questione e ben più importante: ciò che va rimarcato è che, specie in questo contesto particolare, l’impegno o la volontà dei singoli che, purtroppo non godono dei medesimi mezzi e strumenti di partenza – penso alle peculiarità specifiche della primaria, o alle difficoltà di molti studenti di altri ordini e gradi di scuole -, non possono essere sufficienti ed adeguati per affrontare questa inedita ed eccezionale sfida e questa loro carenza che è una discrasia strutturale del sistema non può che aumentare i divari e dunque le discriminazioni di alcuni rispetto ad altri.

La scuola della Costituzione

Giacché lo stato non è ancora (e dopo ben 72 anni!) in grado di dare effettiva attuazione alla scuola della Costituzione, io ritengo sia responsabilità dei docenti garantire il diritto allo studio, non certo solo a coloro che già provengono da ambienti socioeconomici e culturali avvantaggiati, bensì e con maggiore impegno e dedizione a chi da solo non ce la fa e non può farcela. Sarebbe anche ora che i docenti prendessero coscienza che non è a scuola che si deve fare la selezione della classe dirigente, quella sì che sarebbe una scuola classista e per di più perché quello è un compito specifico dell’università e dell’alta formazione. La scuola invece ha il compito di fornire agli studenti una cultura di base qualitativamente adeguata alla loro età e uguale per tutti perché possano essere cittadini consapevoli, attivi ed emanciparsi dal bisogno.

Questo è il compito della scuola, la valutazione ne è solo un aspetto e, rispetto all’apprendimento, secondario.

Il riscatto della classe docenti

E’ questo il momento per dimostrare che davvero abbiamo a cuore i nostri studenti.

Visto che la politica se ne lava le mani e ci addossa ogni responsabilità, sapendo benissimo a quali problemi andremmo incontro in casi di alunni respinti; visto che una nostra presa di posizione netta vedrebbe, per una volta, il favore convinto dei DS e visto che potrebbe anche essere un modo per recuperare il rapporto difficile, che si è creato in questi anni, con le famiglie; visto che la valutazione dei discenti è una nostra responsabilità, assumiamocela fino in fondo e diamo uno schiaffo all’indecisione politica, sarebbe anche il tempo di riscattarci e quale modo migliore per farlo: tutelando i nostri, tutti i nostri studenti, quelli nati con la camicia e quelli con le pezze al culo, ché in questo non c’è né merito né colpa.

#10perTutti!

Images taken from Google Search

© L. R. Capuana

3 Replies to “UNA MODESTA PROPOSTA: IL 10 PER TUTTI!”

  1. Io ho un fratello che è in terza media e ogni due settimane gli dicono una cosa diversa! Non si capisce più nulla

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    1. Purtroppo nemmeno i docenti ci capiscono più nulla, infatti è per questo che spero questa mia proposta possa riscuotere ampio consenso anche da parte delle famiglie. Grazie per aver dato il tuo prezioso contributo

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