TRENT’ANNI DI “RIFORME” NEOLIBERISTE CONTRO LA SCUOLA PUBBLICA – CONCLUSIONE –

Mettere in fila e collegare i vari provvedimenti legislativi che si sono abbattuti sul sistema di istruzione italiano negli ultimissimi decenni fornisce gli strumenti necessari per riuscire ad individuare quel filo conduttore rintracciabile in un disegno preciso, un disegno politico che, come più volte si è sottolineato, appare essere di chiara matrice neoliberista. È sicuramente più facile individuarlo oggi, con il senno di poi, perché gli effetti, oggi, sono sotto i nostri occhi e li sperimentiamo giorno per giorno sulla nostra carne viva.

La grande abilità di chi ha portato a compimento questa architettura legislativa è stata indubbiamente quella di procedere a piccoli passi, poco per volta con grande pazienza, determinazione e tenacia. Far passare certi cambiamenti fondanti dell’idea di scuola e di istruzione è stato possibile solo perché, da un lato lo si è fatto con estrema cautela e gradualità, in modo da non creare un impatto immediatamente dirompente svelando subito le conseguenze che ci sarebbero state e, dall’altro sfruttando al massimo le potenzialità delle strategie comunicative sviluppate dalla psicologia. Per cui si è costruito il consenso attorno ad un provvedimento che lungi dal beneficiare la società nel suo insieme ha privilegiato solo pochi attori. Una strategia a passo di gambero come è stata definita dai neoliberisti statunitensi, ci dice MacLean, la quale prevede che pur di raggiungere i propri fini sia necessario mentire al pubblico, “bisognava che adottassero il passo del gambero anche se ciò significava avanzare nei loro propositi attraverso affermazioni ingannevoli in modo da conquistare terreno poco per volta, cumulativamente e contemporaneamente senza clamore, solo così avrebbero potuto ribaltare le posizioni di forza all’interno della società americana”.[203]

Che l’istruzione pubblica fosse nel mirino dei neoliberisti sin dall’inizio della loro sfida politica è ampiamente documentato e già molto prima che venisse pubblicato il rapporto della Tavola Rotonda Europea degli industriali nel 1989 di cui si è precedentemente dato conto. Già dai primi anni ’50 del secolo scorso la società Mont Pelerin,[204] ben nota associazione di intellettuali che difendono la libertà del mercato, si prefiggeva come obiettivo ideologico di eliminare il sistema di istruzione pubblico[205], considerato da Milton Friedman nel suo manifesto del 1955, come “l’industria più socialista del mondo”, le scuole pubbliche, a partire da quelle per l’infanzia fino alle università, coltivano e nutrono “valori di solidarietà e di comunità, molti dei quali, sono nemici della società libera” auspicando la fine del monopolio dello stato federale sull’istruzione pubblica il cui persistente dominio minava, a suo parere, la causa neoliberista[205], causa che, secondo l’altro premio nobel statunitense per l’economia, James Mcgill Buchanan, necessitava di tutte le sue energie intellettuali al fine di creare una formazione strategica capace di sviluppare una attività intensa di contro-intellighentsia per contrastare la propaganda che un gruppo nutrito di intellettuali di centro sinistra già esercitava efficacemente attraverso la loro influenza presso le università e l’industria culturale condizionando i decisori politici di entrambi gli schieramenti[206].

Un’ulteriore dimostrazione di quanto fosse ritenuto cruciale il controllo sull’istruzione pubblica ci viene dalle parole, ancora una volta, di Noam Chomsky che sostiene come “[…] l’attivismo degli anni sessanta suscitò nelle élite il timore di una “democrazia eccessiva” e chiese misure per imporre «maggiore moderazione» in democrazia. Si preoccuparono di introdurre controlli più severi nelle istituzioni «preposte all’indottrinamento dei giovani»: le scuole, le università e le chiese, che si riteneva non fossero all’altezza di perseguire il loro compito essenziale”, continua poi, sottolineando che sta “citando le reazioni della sinistra-liberale. […] La destra fu molto più dura. Una delle molte prese di posizioni fu di sollecitare un brusco incremento delle rette universitarie […]. Il dispositivo, di fatto, comunque, ingabbia e controlla le giovani generazioni attraverso l’indebitamento, spesso per il resto delle loro vite, in tal modo contribuendo ad attivare un indottrinamento ancora più efficace”[207].

Ed era esattamente questo il piano perseguito da Buchanan e dalla destra neoliberista negli Stati Uniti in quegli anni, gli anni sessanta, ovvero privare gli studenti universitari di un’istruzione statale per introdurre un sistema di rette dai costi consistenti che li avrebbero indotti a preoccuparsi più del costo economico dei loro studi che immaginare di cambiare il sistema. Tra gli scopi sottesi nel programma ideato da Buchanan e i suoi collaboratori vi era anche quello di istruire meno persone, in particolare, di ridurre il numero di studenti provenienti da ambienti socio-economico disagiati come forma di controllo sociale, infatti negando a questi l’accesso soprattutto agli studi umanistici, si prefiggevano di evitare anche il conflitto sociale in quanto, sostenevano, le spese che questi studenti avrebbero dovuto affrontare sarebbero state troppo alte a fronte di aspettative che sicuramente sarebbero state disattese da prospettive di lavoro non all’altezza delle ambizioni anche economiche cui erano stati indotti a credere.[208] Questi obiettivi non erano tuttavia, limitati all’istruzione universitaria, essi venivano indicati come auspicabili per tutta l’istruzione scolastica e per sostenere le loro tesi affermavano che la privatizzazione del sistema d’istruzione avrebbe assicurato, da un lato, un considerevole risparmio della spesa pubblica e, dall’altro, avrebbe contribuito ad eliminare il monopolio statale sull’istruzione che, come tutti i monopoli, non essendo le scuole sottoposte ad una competizione sana non avevano nemmeno alcun incentivo a migliorare la qualità di istruzione impartita agli studenti[209].

Nel panorama italiano tutto ciò che finora è stato delineato si concretizza indubbiamente con l’autonomia scolastica che rappresenta lo snodo cruciale di una trasformazione ancora in atto e non del tutto compiuta, proprio gli sviluppi politici più recenti evidenziano che la spinta ad una privatizzazione del sistema di istruzione non è affatto frutto di presagi nefasti, al contrario è un rischio quanto mai concreto e se non si è ancora realizzato è solo a causa di un cambio di governo non previsto e di una pandemia sanitaria che ha, momentaneamente, spostato l’attenzione altrove. Tuttavia non bisogna assolutamente abbassare la guardia e invece è necessario restare vigili perché, se il dibattito politico è solo momentaneamente sospeso, il tema è articolato e comprende anche quello sull’autonomia regionale che per quanto riguarda l’istruzione e le scuole non attiene solo all’aspetto gestionale di assumere personale e dirigenza da parte delle regioni che la rivendicano, questa è solo la proposta formale che è in piena continuità con le politiche perseguite fin qui in tema di istruzione che ha, tra i suoi aspetti peggiori, la competizione tra scuole aumentando di fatto le disuguaglianze socio-economiche dei diversi territori italiani e inasprendo ulteriormente la cosiddetta “questione meridionale”.

Persistere su questa strada che addirittura propone di stabilire i finanziamenti in base al PIL delle regioni significa assegnare più fondi pubblici alle scuole delle regioni più ricche, penalizzando più di quanto non lo siano già quelle delle regioni più economicamente svantaggiate. Ciò significherebbe, evidentemente, creare una disparità di trattamento significativa che determinerebbe inevitabilmente un sistema scolastico di serie “A”  e uno di serie “B”, come ci spiega bene Gianfranco Viesti analizzando cosa comporterebbe questa richiesta avanzata dalle regioni più ricche del paese che oltre alla Lombardia e al Veneto governate dalla Lega conta tra i suoi richiedenti più convinti anche l’Emilia-Romagna governata invece da un presidente che è altresì tra i più importanti esponenti del Partito Democratico[210], sempre per rimarcare l’adesione trasversale di tutti gli schieramenti politici al progetto in cantiere.

Ma non è tutto, in quanto, se passa anche la proposta di legge di modifica costituzionale[211] dell’art. 33 con la quale si intende eliminare la dicitura “e senza oneri per lo stato” al fine di finanziare con denaro pubblico l’istituzione delle scuole private non può che essere indebolita ancora di più la scuola pubblica atta a garantire un’istruzione di qualità a tutti – almeno secondo il dettato costituzionale ancora vigente – i cui parametri dei requisiti qualitativi vengono stabiliti dallo Stato unitario mettendo in atto altre discriminazioni ancora e favorendo invece quella trasformazione sempre più concreta di scuola-azienda che i docenti denunciano da decenni come la vera cancrena del sistema d’istruzione proprio dall’introduzione dell’autonomia. Oltretutto, la cosiddetta “libertà di scelta” invocata con grande enfasi dai sostenitori, per lo più, delle scuole confessionali porterebbe ad una svolta, anch’essa politica, dell’istruzione che andrebbe a snaturare la laicità dello Stato e delle sue istituzioni pubbliche. E’ bene ricordare che le scuole confessionali hanno una forte impronta culturale di stampo religioso e che i più ortodossi in tal senso sono a favore di ruoli sociali di genere molto restrittivi e ben definiti, che si oppongono con fanatismo anacronistico a teorie scientifiche sull’evoluzione date ormai per acquisite pretendendo di tornare ad impartire quelle creazioniste con conseguenze nefaste sullo sviluppo intellettuale e culturale dei loro discenti e con ricadute discriminatorie di considerevole portata sul ruolo sociale delle donne e sul rispetto delle autonome e libere scelte di orientamento sessuale dei singoli individui. Senza dimenticare che tagliare ulteriormente fondi pubblici alla scuola della Repubblica per assegnarli a quelle private renderebbe le prime sempre più inefficienti.

L’attenzione va tenuta alta anche per quanto riguarda la tanto celebrata rivoluzione digitale e non perché il digitale, o la tecnologia in generale, di per sé rappresenti il “male”. È piuttosto che spesso il diavolo si nasconde nei dettagli, quindi, ancora una volta, quali potrebbero essere le insidie che si celano dietro tanto clamore – la cosiddetta agenda digitale –? Innanzitutto, quando si fa credere all’esterno delle aule scolastiche che dentro usiamo ancora penna e calamaio; quella retorica appunto che vuole la scuola ferma agli anni ’50 se va bene. Sono almeno vent’anni che la didattica impiega anche la tecnologia, non solo, certo, ma sicuramente si usa perché è di uso quotidiano per tutti e non solo per i cosiddetti nativi digitali, sostenere il contrario sarebbe come dire di essere fuori dal mondo; semmai la difficoltà, in moltissimi casi, non è lo scarso uso che se ne fa, quanto la scarsa qualità degli strumenti tecnologici o della connessione alla rete a disposizione che è invece un’imperdonabile realtà per molte scuole di molte zone del paese. L’innovazione, specie se facilita azioni e pratiche quotidiane, non può che suscitare entusiasmo purché però essa non diventi un feticcio per trasmettere l’idea secondo cui la modernità sia sempre e comunque un obiettivo da perseguire acriticamente e soprattutto se non si usino a sproposito le parole, magari interpretandone male il loro significato reale per modellare a nostro piacimento il pensiero comune, come ad esempio accade con un’altra contrapposizione costruita ad arte, ovvero quella tra conoscenze e competenze che probabilmente consta di un errore di fondo che ci trasciniamo da anni. Sembra, in effetti, che si confonda il termine “abilità” con quello di “competenza”, la pubblicistica (intesa come una certa parte di commentatori e opinionisti che hanno largo spazio sui media nazionali, ma anche esponenti della Fondazione Agnelli, o dell’Associazione Nazionale Preside, e altre lobby) ha diffuso l’idea che i contenuti a scuola sono obsoleti e parte di un’idea di scuola vecchia e che invece la vera frontiera siano le competenze, quindi secondo questa posizione è più utile per gli studenti “saper fare”, cioè sviluppare le abilità (skill in inglese) concentrandosi appunto sulle competenze (errore di traduzione perché all’origine è sempre skill) che sui contenuti. Detto molto semplicemente: pratica contro teoria.

Saper risolvere un problema senza conoscere il procedimento teorico che ci sta dietro. I fautori di questo metodo hanno bisogno che gli studenti imparino velocemente a fare poche cose senza che si sviluppi il pensiero critico e dunque senza che capiscano perché quella è la sequenza delle azioni da svolgere, si svolgono meccanicamente e basta. Al contrario la vera competenza si acquisisce nel tempo attraverso l’esperienza degli anni che attinge alle conoscenze pregresse. L’aspetto più interessante di questa diatriba che imperversa tra gli addetti ai lavori e gli strenui fautori della didattica per competenze, ad ogni buon conto, sta nel fatto che non vi è alcun fondamento scientifico che possa dimostrarne la validità, come chiarisce bene Giovanni Carosotti in un saggio molto accurato sull’argomento[212].

Un conto, dunque, avvalersi delle infinite potenzialità offerte dalla tecnologia in continuo sviluppo, altra questione è appaltare l’istruzione alle grandi multinazionali della rete, oltre a quanto sta accadendo in questi giorni con il Ministero dell’Istruzione che si affida ai colossi mondiali per fornire alle scuole piattaforme su cui operare per l’applicazione della didattica digitale integrata (già didattica a distanza)[213], vi è anche un altro caso esemplificativo delle conseguenze che tale disegno politico potrebbe avere: nel 2008 lo stato della Carolina del Nord decise di ridurre i fondi da stanziare a favore delle scuole pubbliche per finanziare invece un progetto facente capo alla nuova industria privata dell’istruzione, in un caso specifico approdato in tribunale si scoprì proprio durante il processo che, una scuola charter online fondata dalla Stanford University per condurre la ricerca, poiché come molte di queste scuole private non era tenuta a rispettare alcuna linea guida nazionale, gli studenti iscritti nel corso dell’intero anno scolastico avevano perso l’equivalente di 72 giorni di lezioni di analisi del testo e 180 in matematica rispetto agli studenti delle scuole pubbliche allargando ulteriormente la forbice delle disuguaglianze[214].

In definitiva il disegno politico a cui hanno aderito tutti i governi in modo trasversale dimostra chiaramente che è tutto collegato e che un passo dietro l’altro l’obiettivo era e continua ad essere la frammentazione del sistema scolastico su tutto il territorio per favorire la competizione selvaggia tra istituti che fino ad oggi ha prodotto un unico risultato: un ragguardevole risparmio nella spesa pubblica, ma a che prezzo?

E se tale disegno politico può rappresentare un risultato ambizioso di cui andare fieri per lo schieramento di centro destra, per quello di centro sinistra cosa rappresenta e come può giustificarlo?

Le uniche proposte possibili dopo questa lunga riflessione sono, da una parte l’abolizione di tutto il pacchetto normativo che introduce ed attua l’autonomia scolastica che si porterebbe dietro tutte le altre successive contro-riforme e, dall’altro, l’avvio ad una seria discussione pubblica sull’istruzione scolastica che tenga conto di ciò che è realmente accaduto dal suo varo in termini di calo sostanziale dei livelli di apprendimento degli studenti, del degrado culturale in cui versa il paese. Un dibattito pubblico che metta in primo piano anche il parere degli esperti: i docenti.   

Al seguente link troverete la pagina dedicata al saggio con l’indice completo e i vari link ai precedenti capitoli fin qui pubblicati.

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