IL “LESSON PLAN”

Ai candidati al concorso per l’abilitazione all’insegnamento non si chiede più di dimostrare la loro preparazione sulla materia che andranno ad insegnare ma se sanno progettare un’UDA e il LESSON PLAN.

L’altro giorno chiacchierando con una collega mi ha raccontato dello studio impegnativo che sta svolgendo per prepararsi al colloquio orale del concorso per la secondaria di secondo grado, io che il concorso l’ho fatto tra la fine del 1999 e a maggio del 2000 ho scoperto l’inimmaginabile.

Innanzitutto che i candidati vengono convocati 21 giorni prima della prova orale e che solo 24 ore prima vengono informati della traccia che dovranno svolgere. Solo 24 ore e senza avere nemmeno un’idea di massima se la traccia verterà su un’attività da proporre in un indirizzo di studio specifico, pertanto potrebbe essere per un liceo classico, linguistico o un tecnico industriale, o ancora un professionale alberghiero o chissà che altro.

L’abilitazione per la quale la collega sta studiando è per la classe di concorso AB24, ossia lingua e civiltà straniera inglese, quindi dovrà presentare alla commissione un lesson plan, ovvero l’organizzazione di una lezione nei minimi dettagli.

Si parte da un power point – non  poteva mancare questa chicca nell’era del digitale – e m’illustra passo passo come sta elaborando questa sua presentazione: dalla immaginaria composizione della classe che sarà di 25 studenti di cui due con disturbi speciali dell’apprendimento (pare sia un requisito per i candidati prevedere la presenza in classe di studenti con certificazione DSA), passando poi ai prerequisiti, cioè tutte quelle conoscenze necessarie agli studenti per poter procedere con l’argomento da lei scelto, sempre in previsione di una potenziale traccia, per le simulazioni bisogna pur esercitarsi. Si passa poi alla descrizione di ogni singolo momento della lezione organizzata in un’UDA (per i profani: Unità di Apprendimento).

A questo punto sono già stordita, non perché io non sappia programmare un’UDA o non ne faccia uso di tanto in tanto, no, sono stordita per la macchinosa organizzazione imposta ad un candidato di un concorso pubblico al quale non viene chiesto di dimostrare la padronanza della disciplina per la quale intende conseguire l’abilitazione all’insegnamento; no, viene invece richiesto di dimostrare di conoscere un metodo didattico e la sua valutazione per il concorso sarà legata a quello. Al metodo didattico che il ministero impone come requisito ignorando del tutto l’art. 33 della Costituzione, anzi contravvenendo interamente a quell’articolo costituzionale che fa riferimento proprio al fatto che è il docente a dover scegliere liberamente e “secondo scienza e coscienza” quale metodologia adottare a seconda della classe, o delle classi, in cui insegna. Il ministero quindi impone un unico metodo per ogni classe se la valutazione di un candidato verte solo su quello, altri metodi scelti da altri candidati sono stati, infatti bocciati, secondo il racconto che mi ha fatto la collega.

Didattica imposta dall’alto

Ammettiamo pure che quello sia l’unico metodo più idoneo, secondo il ministero, l’aspetto ancor più interessante è la questione relativa alla valutazione degli studenti. Come dovrà stabilire la collega se gli studenti hanno appreso oppure no i contenuti della lezione che lei ha svolto in questa classe virtuale e sulla base di questa simulazione? La collega dovrà scegliere, dunque se scegliere  la valutazione sommativa – questa pare la scelta che le è stata vivamente sconsigliata da chi ha già sostenuto la prova – potrebbe pensare di far svolgere agli studenti un compito scritto strutturato o semi strutturato, quindi nel primo caso provvisto solo di domande chiuse (vero/falso, risposte a scelte multiple, cloze etc.), nel secondo caso inserendo qualche domanda aperta. Se invece dovesse scegliere la valutazione di tipo formativo – quella più gettonata dalle commissioni, a quanto pare – dovrà prevedere dei “compiti di realtà”.

Evidentemente e tenendo conto dell’importanza vitale che rappresenta questo concorso per lei precaria da anni benché ottima docente, ha deciso di tentare la sorte con ciò che in base alle informazioni ottenute sembrerebbe essere più nelle corde dei commissari del concorso.

Bene, quindi nel suo ppt procede nella descrizione dettagliata del “compito di realtà” che assegnerà alla classe virtuale della simulazione. Poiché il discorso è troppo lungo e tecnico, seppure interessante per gli addetti ai lavori, mi limiterò a dire che si tratta di un compito di realtà che adotterà la metodologia del cooperative learning.

L’ultimo scoglio da superare a questo punto è come valutare i lavori dei vari gruppi e come quello dei singoli studenti. Infatti, se è vero che la valutazione dev’essere formativa, è altresì vero che poi i docenti dovranno anche produrre dei voti numerici da inserire nel registro elettronico o cartaceo che sia. Insomma il numero serve.

La soluzione cui potrebbe giungere la collega, non ha ancora deciso effettivamente cosa farà, ma secondo me potrebbe ricorrere alle famose griglie, quindi incrociando indicatori e descrittori trarre anche un voto numerico per ogni alunno oltre ad ottenere una valutazione per i singoli gruppi. Perciò partendo dall’osservazione che verrà meticolosamente e debitamente registrata in un cosiddetto giornale di bordo la collega otterrà da una parte i giudizi sintetici da trasmettere agli studenti per evidenziare i punti di forza del loro operato, ma allo stesso fornire consigli e suggerimenti per migliorare i punti deboli (di solito tutto ciò si fa con giudizi scritti sugli elaborati corretti, oppure dopo l’interrogazione orale). Così facendo avrà dato agli studenti riscontro trasparente e documentato della loro attività e, contestualmente, potrà tradurre quel giudizio in voto numerico da registrare, anzi no, poiché insegnerà inglese i voti deve prevederli con le lettere come si fa negli USA, addestramento completo per il futuro che verrà, meglio abituare i docenti sin da subito.

Ciò, nella concretezza pratica, significa che la collega dovrà compilare 25 schede con le griglie, una per ciascuno studente e siccome, come abbiamo visto all’inizio, nella classe vi sono anche due studenti DSA diversi con altrettanti diversi PDP (Piano didattico personalizzato) dovrà anche prevedere strumenti dispensativi e misure compensative ad hoc per ciascuno.

Fatto tutto ciò si giunge tranquillamente alla fine dell’anno scolastico e si sarà svolta in classe un’unica UDA, ossia un singolo argomento.

Al di là della battuta ironica, il problema esiste ed ha due criticità almeno. Partiamo dalla prima che a me pare la più significativa. Cosa imparano gli studenti? La seconda attiene proprio alla valutazione, come può sapere il docente cosa hanno imparato gli studenti e quindi valutare la loro prestazione?

Quanto di realistico c’è

Se davvero dovessimo, tutti i docenti, adottare solo questa metodologia che impone per sua stessa natura una preparazione e una prassi lunga e laboriosa che richiede un’enorme quantità di tempo, altro che le 24 ore concesse ai candidati per approntare un piano organizzativo di questo tipo, non basterebbero otto ore di lavoro di fila e senza interruzioni per tre giorni consecutivi, quindi semmai sarebbero realistiche 24 ore di lavoro e non certo 24 ore di una sola giornata. E già questo comunque ci dà il segno della grande considerazione e del gran riguardo riservato ad un candidato al concorso che aspira a diventare docente a tempo indeterminato, lo stesso identico riguardo che il ministero raccomanda ai docenti di tenere nei confronti degli studenti, uguale uguale proprio.

Una quantità di tempo, si diceva, che la scuola non ha, ne consegue che per adottare questa tipologia didattica sarebbe necessaria una drastica riduzione degli argomenti svolti, pertanto una programmazione del lavoro annuale striminzito e ridotto all’osso non ai nuclei fondanti della propria disciplina, proprio il nulla. E se questo è ciò su cui spinge il ministero – almeno se si tiene bene a mente tutto ciò che il ministro ha detto nelle sue numerose dichiarazioni sulla questione – non si può non comprendere che la conoscenza degli studenti è l’ultima preoccupazione del ministero dell’istruzione. Ma anche riducendo i contenuti e svolgendone solo pochi ma di “qualità” come ci esorta a fare v.le Trastevere, ciascuno studente avrà acquisito, nel migliore dei casi, la conoscenza di un unico aspetto di quei pochi argomenti affrontati, solo quelli specifici su cui ha lavorato, un unico segmento di cui si è occupato per realizzare la presentazione o altri compiti di realtà. Ciò vuol dire che ogni studente avrà acquisito una padronanza frammentata ed effimera di un solo aspetto relativo ai vari, pochi, pochissimi argomenti svolti nel complesso.

Che tipo di scuola si vuole imporre

L’imposizione di una metodologia didattica, come si è detto, è in contrasto con il dettato costituzionale, inoltre, da tutto ciò emerge con chiarezza che essa rappresenta lo svuotamento dell’apprendimento e l’azzeramento dell’istruzione oltre a mortificare del tutto il compito dell’insegnamento e della scuola.

I ragazzi non devono imparare niente. Al limite sapranno fare solo poche cose e magari sempre le stesse se bisogna, oltretutto assecondare le loro naturali attitudini senza spingerli a misurarsi con se stessi, senza spingerli a sperimentare se non ciò che loro scelgono di sperimentare onde evitare che vadano in crisi.

Seguendo questo schema di lavoro per altro si elimina anche la creatività del docente, se ogni singolo passaggio e ogni dettaglio è ben delineato, descritto minuziosamente nei modi e nei tempi da dedicare a ciascuno di essi (tutte attività che normalmente ognuno di noi fa mentalmente, ben inteso, perché non è che hanno scoperto l’acqua calda, tutto questo lo si fa già, solo che non lo si scrive per motivi di tempo e per esperienza ben collaudata negli anni) ciò che viene meno è la realtà viva data da ogni classe, non solo, una realtà viva che muta di giorno in giorno; ciò che questo tipo di schema non contempla minimamente è il fattore umano che è caratterizzato dall’imponderabile imprevisto, dalla situazione imprevedibile che accade nell’interazione attiva tra docente e classe, il coinvolgimento della classe nella lezione da parte del docente suscita azioni e reazioni che non possono essere previsti a tavolino e spesso porta la lezione in tutt’altra direzione rispetto a quella immaginato dal docente quando ha preparato la lezione, questo elemento creativo viene azzerato dallo schema puntigliosamente programmato e se lo si deve seguire pedissequamente la lezione diventa sterile, da relazione viva ci si sposta verso una relazione ingessata e statica.

Se l’obiettivo ministeriale è quello di indurre tutti i futuri docenti ad adottare quell’unico metodo didattico per tutte le discipline sarebbe altresì opportuno ridurre il numero di studenti per classe, nonché assicurare ad ogni discente con certificazione DSA abbia, come prevede la legge, un docente di sostegno che lo segua personalmente, perché a furia di celebrare nozze coi fichi secchi si avranno future generazioni di ignoranza abissale.

O forse è ciò che vuole realmente il ministero.

© L. R. Capuana

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