L’ultima e più rilevante novità oggi è certamente l’uso dell’intelligenza artificiale da applicare alla didattica. Ma a vantaggio di chi?
Se infatti, i fondi del PNRR che, fino a pochissimo tempo fa erano finalizzati principalmente alla digitalizzazione massiccia degli istituti, oggi fanno invece perno proprio attorno all’IA, tant’è che non si contano più i corsi indirizzati ai docenti che dovrebbero, secondo gli entusiasti della tecnologia a prescindere, cogliere ogni occasione possibile ed immaginabile per imparare a padroneggiarla e, quanto prima, iniziare ad utilizzarla per affinare la loro didattica.
Tuttavia, così come lo spontaneismo irrazionale dettato dalla fretta per l’emergenza pandemica, ha fatto danni immani con la DAD di cui ancora oggi scontiamo le pensanti conseguenze che si continuano ad osservare negli studenti sottoposti ad essa, prendere tempo e capire è un imperativo a cui i docenti non possono sottrarsi. A meno che non si vogliano ripetere gli errori commessi.
L’INTERRELAZIONE TRA TECNOLOGIA E ISTRUZIONE E’ DAVVERO SINONIMO DI EFFICACIA?
Il rapporto di uno studio indipendente del 2023 commissionato dall’ONU e incentrato proprio sulla diffusione indiscriminata della tecnologia ad ampio spettro nell’istruzione, ben chiarisce che non esistono certezze granitiche circa l’indubitabile efficacia sul miglioramento effettivo dei risultati di apprendimento degli studenti grazie all’uso esclusivo della tecnologia:

Lo studio in questione rileva anche che, a fronte di benefici, ci sono altresì perplessità sulle capacità trasformative che l’impiego della tecnologia può apportare sull’istruzione in generale e che un approccio bilanciato tra didattica squisitamente incentrata sulla tecnologia e quella considerata più tradizionale sia più rispondente ai bisogni degli studenti.
(…) in nessun caso si può affermare con inconfutabile certezza che di fatto la tecnologia abbia risvolti (…) tali da poter essere impiegata in sostituzione complessiva della didattica tradizionale, al contrario si può invece sostenere che è più utile bilanciare i due approcci in modo equilibrato per ottenere i risultati migliori.
La cautela nell’impiego della tecnologia in modo fideistico e non laico s’impone anche per altri aspetti. Il primo è ancora attinente alla sua presunta indiscussa maggiore efficacia e riguarda la diatriba in corso tra coloro che sostengono quanto più promettente sia l’uso della scrittura digitale rispetto a quella manuale trascurando, tuttavia che in realtà , nemmeno in questo senso si può effettivamente parlare di certezze e che anzi gli studi dimostrano che entrambe possano avere dei benefici e che molto dipende anche dal tipo di lingua.

I RISCHI DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE SULLA MANIPOLAZIONE CULTURALE E SULLA PRIVACY
Il secondo aspetto che deve imporci grande cautela riguarda i rischi connessi all’ impiego dell’IA e che sono molteplici, come evidenzia ancora il già citato GLOBAL EDUCATION MONITORING REPORT 2023 , il quale rileva che tra quelli più preoccupanti c’è sicuramente quello che espone gli studenti a svariate forme di indottrinamento da parte delle grandi multinazionali dell’hi-tech le quali, attraverso i loro pacchetti completi di programmi elaborati per l’istruzione, tendono ad indirizzare e manipolare le scelte degli studenti da un punto di vista comportamentale e non solo:

Ma ce ne sono anche altri quali, ad esempio, le gravi violazioni della loro privacy tramite la raccolta indebita dei dati personali degli studenti, da un lato usati a fini commerciali e pubblicitari, dall’altro finalizzati persino alla loro schedatura e profilazione a tempo indeterminato mettendo a rischio finanche i dati relativi al loro stato di salute.

MA L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE E’ DAVVERO COSI’ INNOVATIVA COME SI PENSA?
L’IA è certamente presentata come l’ultima frontiera dell’innovazione tecnologia e sicuramente oggi si registra in questo campo uno sviluppo notevole; tuttavia, la sua applicazione e, proprio nel settore dell’istruzione, è stata già sperimentata in passato e con esiti non del tutto positivi.
Infatti, come racconta Audrey Watters in un’intervista rilasciata, nel 2021, a Tim Walker per la National Education Association in merito al suo libro: Teaching Machines: The History of Personalized Learning, pubblicato nel 2019, già il noto psicologo comportamentista, B.F. Skinner negli anni ’50 del secolo scorso e, ancora prima negli anni ’20, lo psicologo Sidney Pressey, docente dell’Università di stato dell’Ohio, nonché pioniere delle prove standardizzate, avevano percorso questa strada, entrambi convinti che le loro macchine avrebbero rappresentato una svolta fondamentale per l’apprendimento degli studenti.
Watters ci illustra che tra i difetti principali di entrambe le macchine c’era, da una parte l’errato assunto che accomunava i due psicologi; ovvero, quello di dare per scontato che l’ausilio di una macchina avrebbe corretto i danni provocati dai docenti del tempo, troppo conservatori e poco attenti ai bisogni dei loro studenti che andavano “motivati e stimolati” allo studio – assunto, a quanto pare, intramontabile e ricorrente -.
In realtà , se inizialmente, specie quella di Skinner, suscitò entusiasmo da parte degli studenti, nel lungo termine, entrambe le macchine furono da questi bocciate bollandole come “noiose e di uso poco efficace”.
Dall’altra lato, l’aspetto che ne decretò l’abbandono quasi subito dopo la loro roboante presentazione fu che, in entrambi i casi, si presentava come vantaggioso un aspetto che fu invece giudicato estremamente negativo sia da parte degli studenti che da parte dei docenti. L’aspetto di cui entrambi inventori andavano piuttosto fieri era il fatto che le loro macchine avrebbero aumentato esponenzialmente il numero di studenti frequentanti un qualsiasi corso.
Ancora più determinante per il loro insuccesso fu il fatto che all’epoca di entrambe invenzioni nessuno dei due riuscì mai ad ottenere il concreto interesse di potenziali investitori che in esse non riscontravano alcuna possibilità di fare profitti.
LA PROPAGANDA GIORNALISTICA E I SUOI EFFETTI SULL’OPINIONE PUBBLICA
Come sappiamo, oggi gli investitori nell’IA non mancano affatto. Ma ciò che preme qui sottolineare, a tal proposito, è che la propaganda giornalistica sta facendo molto per veicolare presso l’opinione pubblica, prima statunitense e ora italiana, che l’uso del digitale e dell’IA sono elementi imprescindibili per migliorare le prestazioni scolastiche e accademiche degli studenti del 21° secolo.
Il potere condizionante della propaganda giornalistica non è ovviamente una novità , per dare un’idea di quanto esso, tuttavia possa essere incisivo, si porta come esemplificativo del fenomeno un episodio molto particolare che, a suo tempo, riuscì a convincere l’opinione pubblica da una parte, e dall’altra, influenzando massicciamente i decisori politici di allora, dell’assoluta necessità di riformare in modo profondo il sistema di istruzione statunitense, definito disastroso.
Il caso in questione riguarda uno studio pubblicato nel 1983 dalla “National Commission on Excellence in Education”, A Nation at Risk: The Imperative for Educational Reform, che fece molto clamore grazie appunto all’enorme diffusione ed esposizione mediatica che ricevette.
Esso non solo riuscì ad avere un impatto tale da giustificare le varie riforme del sistema di istruzione che si sono susseguite negli anni negli USA, ma ha riverberi ancora oggi, e nonostante sia stato pienamente acclarato che i dati statistici riportati in quel lavoro erano del tutto tendenziosi e volti a confermare l’idea di fondo che aveva generato quel lavoro, più che ad indagare in modo trasparente ed imparziale attraverso i numeri quale fosse realmente lo stato dell’arte del sistema d’istruzione statunitense in quegli anni. L’idea di fondo era che il sistema di istruzione non era all’altezza delle sfide che gli Stati Uniti dovevano affrontare in termini di competitività nei confronti di altri attori geopolitici come il Giappone e l’Europa.
Oggi, come quarant’anni fa, i media sono schierati a favore della tecnologia e fanno da cassa di risonanza, mettendo ai margini chi è di diverso avviso.
L‘INTELLIGENZA ARTIFICIALE RAFFORZA I DIVARI
A dispetto di quanto affermano molti l’introduzione dell’IA nella didattica scolastica ha già effetti importanti sui divari socioeconomici e culturali rafforzandoli e creando ulteriori contrapposizioni tra studenti abbienti e studenti disagiati.
Nel suo articolo pubblicato a lo scorso 27 gennaio, Nancy Bailey, ci illustra cosa sta succedendo già oggi negli Stati Uniti. Bailey segnala che, intervistato dal famoso programma televisivo 60 minutes, Sal Khan, fondatore e amministratore delegato delle Khan Academy, ovvero un’organizzazione non profit di programmi scolastici online, ha lanciato il suo nuovo AI Tutor, un programma di Intelligenza Artificiale di ultima generazione che promette grandi risultati, soprattutto per tutti quegli studenti provenienti da contesti famigliari disagiati.
Nata come un’impresa rivoluzionaria la Khan Academy ha ottenuto, e ottiene, finanziamenti consistenti da un gran numero di benefattori tra cui Bill Gates.
I programmi, come quello di Khan, sono alquanto diffusi negli Stati Uniti, sebbene le loro presunte ricadute positive negli studenti che li adottano non siano ancora stati validati da alcuno studio affidabile, ci dice Bailey che infatti sottolinea come, di fatto, non esiste alcun monitoraggio in tal senso.
E tuttavia, sempre Bailey ci dice che anche in questo caso, come già nei precedenti citati, quello di Skinner e Pressey, lo scopo di questi programmi generati dall’IA non è assolutamente quello di ridurre il numero di studenti per classe, anzi ancora una volta, si presenta come effetto assolutamente positivo che la macchina sia in grado di “insegnare” anche fino a cento studenti per sessione senza la guida di un docente.
Seppure in tutte le sue esternazioni pubbliche Khan assicuri il suo pubblico che il fine perseguito dai suoi programmi di IA online non è affatto quello di rimpiazzare la figura del docente che lui, comunque, ritiene essere ancora oggi, e a dispetto dell’innovazione tecnologia, fondamentale, di ben altro avviso sono i suoi finanziatori e sostenitori di tali imprese, fiancheggiati da lobbisti, che promuovono questa svolta nell’istruzione, i docenti vengono additati come incompetenti e in quest’operazione di discredito costante della professionalità si annida, ancora una volta, lo schema già in passato attuato per sostituire il pubblico, definito inefficiente ed inefficace, con il privato le cui virtù sono presentate come inoppugnabili.

L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE COME RIMPIAZZO DEL DOCENTE
L’ultimo approdo è, di fatto, quello di sostituire il docente e la scuola in presenza con programmi di istruzione interamente online e senza alcun apporto da parte di docenti in carne ed ossa, infatti, Bailey segnala che, appena pochi giorni dopo la messa in onda del programma 60 minutes, una scuola Charter dell’Arizona ha annunciato di sostituire interamente il suo staff di docenti con i Tutor AI e sempre più scuole charter vanno in questa direzione.
Le scuole charter sono alquanto numerose negli Stati Uniti, finanziati con fondi statali possono anche essere sovvenzionati da privati e associazioni, e non hanno alcuno degli obblighi imposte alle scuole pubbliche. Né in termini del profitto raggiunto dagli studenti, né tantomeno per quanto riguarda il curriculum scolastico, fatta eccezione solo per alcune materie fondamentali come, inglese teso a sviluppare negli studenti le capacità di lettura e comprensione, o matematica di base.
Va anche sottolineato che la maggior parte di queste scuole insiste su territori con un’alta incidenza di residenti economicamente disagiati. Ancora una volta, per gli studenti provenienti da famiglie disagiate si adottano scorciatoie utili esclusivamente al risparmio di finanziamenti statali e non certo ai fini di ridurre i divari come invece viene fatto credere all’opinione pubblica.
CONCLUSIONE
Pur evidenziando che la tecnologia, compresa l’Intelligenza Artificiale, è una grande risorsa per l’istruzione, come per qualsiasi altro settore della vita contemporanea, non si può non tener conto di tanti fattori che rimangono ancora in ombra riguardo al suo impiego ed agli effetti che ha sullo sviluppo degli adolescenti, e per quanto riguarda quello prettamente legato alla preparazione culturale, e per quello emotivo che già adesso fa risuonare non pochi campanelli d’allarme.
Senza peraltro dimenticare che bisogna evitare che a pagarne le spese siano proprio quegli studenti più fragili che hanno maggiormente bisogno della guida dei docenti, di essere inseriti in classi con un numero di studenti accettabile e avere l’opportunità di ritrovarsi insieme ai loro pari per crescere sani e appropriarsi del sapere.
© L. R. Capuana
Privatization of Public Schools for the Profit of the Few – L. R. CAPUANA

