ORIENTAMENTO E LA RETORICA DEL MERCATO

Siamo a dicembre e in ogni scuola del regno si è appena entrati nel vivo degli Open Day. Pensate un po’ ormai si mettono in vetrina e in bella mostra anche le scuole primarie (elementari, si diceva una volta).

Per chi non sapesse di cosa si tratta gli open day (anglicismo per dire in altri termini “scuola aperta”, come se la scuola fosse un luogo normalmente chiuso) sono serate dedicate alle visite di studenti accompagnati dai loro genitori in procinto di scegliere la scuola da frequentare all’inizio del primo ciclo di istruzione – si è parlato in apertura delle primarie che si mettono in spolvero – o dopo la conclusione del primo ciclo di studi. Durante questi eventi la scuola ospitante si mette in “ghingheri” per mostrare il meglio di sé. Si aprono i laboratori, si accolgono i visitatori nelle aule dedicate a varie discipline dove i docenti delle stesse illustrano, spiegano, chiariscono.

La scuola deve “farsi” attraente

Tanti anni fa mi capitò di accompagnare una classe terza della secondaria di primo grado in visita ad un istituto superiore della zona – gli open day, infatti si svolgono anche durante le ore di lezioni -. Un’istituto super attrezzato, con laboratori informatici all’avanguardia, i corridoi e le aule tinteggiate con colori vivaci, allegri e vedevo negli occhi di quei tredicenni un luccichio entusiasta, si vedevano già lì. Subito dopo fu la volta di un’altra visita, un altro istituto poco distante, questo, a differenza del primo era bruttino assai, pareti imbiancate nel più totale anonimato, forse anche un po’ sporche e ricoperte dalla patina del tempo. In effetti faceva venire un certo magone. Certa della loro risposta appena risaliti sul pullman chiesi subito quale dei due istituti li aveva colpiti di più. Ovviamente tutti dissero di preferire il primo, un istituto tecnico industriale mentre il secondo era un geometra. Quando però chiesi cosa si studiava nel primo e cosa nel secondo nessuno fu in grado di dare una risposta chiara. L’unica cosa che era rimasto loro impresso erano le diverse condizioni in cui versavano i due istituti e, per loro, questo bastava per fargli scegliere il primo.

Nessuna riflessione sulle discipline, nessuna sul tipo di lavoro o prospettive future. D’altra parte durante quelle visite i docenti incaricati erano rimasti un po’ sul vago, vuoi per il poco tempo a disposizione, vuoi perché non è sempre facile veicolare certi messaggi a ragazzini di tredici anni. Loro hanno qualche idea su cosa vorrebbero fare “da grandi” però obiettivamente si tratta più di sensazioni che reali e concrete aspettative. Quest’anno ad una ragazzina di prima liceo linguistico ho chiesto come mai avesse scelto questo indirizzo di studio e quali aspettative avesse e molto candidamente mi ha risposto che la scelta delle lingue è dovuta al fatto che le piacerebbe viaggiare e che spera di divertirsi in questa scuola. Ci sono anche le eccezioni, quelle di adolescenti già piuttosto consapevoli e la cui scelta è più concreta, ma sono appunto eccezioni.

La migliore offerta

Spesso i genitori si affidano ai consigli dei docenti e cercano quindi di indirizzare i figli verso quegli indirizzi, consigli che derivano per lo più dal profitto scolastico degli studenti. Ciò spesso vuol dire che se il profitto di un alunno è alto lo si orienta verso un liceo, viceversa gli si consiglia un istituto tecnico o professionale, non dovrebbe essere questo il criterio, però lo è. Altre volte i ragazzi riescono ad imporre le loro scelte che vertono, in genere, sulla scuola scelta dalla maggior parte dei loro amici, o dalle attività extra curriculari proposte nel PTOF (Proposta triennale di offerta formativa) e durante gli open day. Per avere un’idea di quali possano essere queste attività extra curriculari o integrative è sufficiente leggere uno di questi documenti che si trovano facilmente nei siti di ogni istituto. Infatti, il PTOF è la cosiddetta carta d’identità dell’istituto ed è ciò che dovrebbe contraddistinguere una scuola da un’altra, rendere l’una più interessante dell’altra e attrarre nuovi iscritti. Tra le attività più gettonate anche dai genitori ci sono, ad esempio, le certificazioni linguistiche, i soggiorni di studio all’estero, laboratori di teatro, laboratori di scrittura creativa; le parole chiave che fanno accendere le lucette negli occhi di genitori e studenti, sono: innovazione, digitale e competenze. Ma il piatto forte quasi per tutti è, indubbiamente, il viaggio di istruzione, una volta volgarmente detto: “la gita” (anche oggi è chiamata così, poche illusioni in merito)!

Paradossalmente ciò che sembra attirare maggiormente l’attenzione sono quelle attività che, in genere, richiedono un esborso da parte delle famiglie (alcune di queste attività, infatti, hanno costi anche alti a cui le famiglie devono provvedere interamente, altre vengono finanziate in parte con i cosiddetti contributi volontari chiesti alle famiglie al momento dell’iscrizione dei figli a scuola, in barba al dettato costituzionale) e molto meno ciò che effettivamente si studia in quella scuola e quali conoscenze acquisirà lo studente che la frequenta. Da non dimenticare, ovviamente, il prestigio dell’istituto dato dalla reputazione di cui gode sul territorio e dallo studente-tipo iscritto, ovvero a quale ambiente di provenienza appartiene; le cronache sono piene di istituti che pubblicizzano la loro peculiarità citando spesso il fatto che in quella scuola gli studenti provengono da un determinato milieu, che la presenza di straniera e di studenti diversamente abili è molto contenuta e via di questo passo.

La scuola è un’azienda e gli studenti clienti

Va da sé che le scuole devono adeguarsi alle richieste dello studente-cliente, o utente, e dunque nell’illustrare la tipologia di scuola si mette più l’accento su ciò che dovrebbe essere accessorio anziché soffermarsi su ciò che è invece il core-business dell’indirizzo – tanto per restare in tema di terminologia aziendale -. Di fatto la scuola è un’azienda e lo è da quando è stata introdotta l’autonomia scolastica con la legge Bassanini nel lontano 1997, ministro della pubblica istruzione, al tempo, era L. Berlinguer. Da quel momento ogni istituto scolastico si prodiga per proporre tutto e di più, sulla base delle proprie possibilità che non sono solo relative ai fondi statali ricevuti, ma derivano anche dalle opportunità offerte dalle zone in cui si trovano e ciò contrariamente a quanto prescritto dalla Costituzione italiana che all’art. 34 che recita:

La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.

Il che evidentemente significa che ogni istituto scolastico in qualsiasi parte del paese deve garantire un buon livello qualitativo di istruzione a tutti i suoi studenti, senza distinzione di qualsiasi tipo, per consentire a ciascuno di loro di raggiungere “i gradi più alti degli studi”. Tutto ciò è rafforzato da un altro articolo della Costituzione, ovvero dall’art. 3 che recita:

E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Quale che fosse l’intenzione originaria del legislatore con l’introduzione dell’autonomia scolastica, il fatto consolidato in ben 22 anni di applicazione è che questo provvedimento ha messo in competizione tutte le scuole d’Italia e, di fatto, ciascuna concorre con le altre per accaparrarsi quanti più studenti è possibile, pena la sua chiusura. Sull’argomento ho già scritto e si possono trovare ulteriori informazioni a questo link.

L’orientamento è una vetrina che segue le regole di mercato

L’orientamento, dunque, così com’è attualmente non fa affatto, a mio avviso, gli interessi degli studenti che devono scegliere il loro futuro percorso di studi e non aiuta i genitori a guidare al meglio i propri figli in questa che è, a tutti gli effetti, una delle scelte più importanti che gli adolescenti sono chiamati a fare. Da essa, infatti, dipende la loro disposizione d’animo nell’affrontare le sfide successive, il grado di interesse che il percorso di studio scelto suscita in loro, la loro personale motivazione che è determinata da quell’interesse e da ciò che potranno o vorranno fare in seguito. Inoltre, ciò che vorranno fare in seguito può anche scaturire da ciò che studiano sia che decidano di proseguire con lo stesso indirizzo sia che lo scartino per indirizzarsi altrove. Questa è un’età di passaggio ed è necessario anche mettere in conto che i cambiamenti che subiranno potranno modificare i loro interessi, le loro attitudini e le loro aspirazioni.

Ciò di cui si parla poco durante l’orientamento è invece l’attitudine del singolo, ovvero cosa gli piace, quali materie trova più stimolanti, in cosa è più capace, quali sono le sue passioni, quali le sue fantasticherie, quali sono i suoi sogni, sono realistici e realizzabili o semplici vagheggiamenti adolescenziali? Ciò di cui si parla troppo è ciò che dovrebbe essere utile in prospettiva, ovvero quale professione potrebbe essere più richiesta, quali le previsioni del mercato del lavoro, pur sapendo che qualsiasi settore oggi ritenuto un investimento non è certo che lo sia per gli anni successivi. Ma soprattutto gli adulti che dovrebbero assistere questi adolescenti nelle loro scelte dimenticano che tutto ciò alla loro età non è effettivamente così concreto.

Infine, ciò su cui non ci si sofferma forse abbastanza è che uno studente delle scuole secondarie di primo grado può rivelarsi ben diverso durante gli anni delle scuole secondarie di secondo grado proprio perché, come si è detto, questa è una fase della crescita dell’individuo transitoria e passibile di innumerevoli cambiamenti che modificano anche la personalità dalla pubertà all’adolescenza, fino all’età adulta. Ed è su questo aspetto, in continuo divenire, che non ci si concentra né quando un docente delle medie esprime il proprio parere sul tipo di scuola più adatta ad uno studente, né quando si accolgono gli studenti tredicenni agli open day; nel primo caso il docente vede solo lo studente pre-adolescente che ha davanti e che magari ha seguito sin dall’età di 10/11 anni; nel secondo caso si tratta solo di un potenziale iscritto che si “deve” arruolare.

La complicità dei docenti in questo sistema perverso

Consapevolmente o no, di fatto i docenti, in questi anni di applicazione dell’oramai famigerata autonomia scolastica, si sono resi complici di questo sistema perverso. E lo è perché contribuisce e avalla la segregazione di classe, infatti, un siffatto sistema ghettizza chi non ha la fortuna di essere nato nell’ambiente giusto, sia dal punto di vista geografico, sia da quello socio-economico e culturale. Un siffatto sistema agevola una svolta privatistica della scuola pubblica perché consente a chi invece quella fortuna ce l’ha di potersi scegliere l’istituto “migliore” (secondo le classifiche stilate da Eduscopio) e frequentare anche la gente “giusta” per continuare a tessere le “giuste” relazioni, esattamente come avviene nella rete delle Whittle School partita di recente negli USA, dove la frequenza costa più di quarantamila dollari statunitense, ma con l’aggravante che in Italia questo sistema è a costo zero per i “clienti” e tutto a carico dello Stato e a discapito di chi avrebbe maggiore bisogno dello stato.

http://espresso.repubblica.it/visioni/2019/01/16/news/scuola-ricchi-40-mila-euro-1.330551

Perciò, a differenza della retorica che vuole lo studente al centro e che blatera di scuola inclusiva, di questi principi, i docenti, si sono progressivamente dimenticati e al centro viene messo così, l’istituto scolastico in cui prestano servizio, dimenticandosi, per altro, che essi sono funzionari dello stato e non dell’istituto specifico, dimenticandosi che tutte le scuole del paese sono tenute a garantire un buon livello qualitativo di istruzione a tutti e soprattutto a quegli studenti che hanno difficoltà di partenza, che provengono da zone del paese che non hanno tutte le opportunità disponibili ad altri più fortunati. La partecipazione dei docenti, dunque, agli open day, è una forma di complicità e al di là della personale serietà, della personale oggettiva esposizione dei meriti di un istituto, del personale senso di appartenenza a quell’istituto o meno, al di là di tutto ciò, ogni docente dovrebbe aver bene chiaro in mente che il diritto di istruzione è uguale per tutti, che è lo stato che deve rimuovere gli ostacoli laddove esistono per fornire a tutti i cittadini pari opportunità, che sono diritti sanciti dalla nostra costituzione.

Ogni docente dovrebbe avere ben chiaro in mente che ogni singola scuola deve essere attrezzata e sicura, pertanto nessuna scuola dovrebbe essere migliore di un’altra. Dunque, adeguarsi supinamente ad un sistema che ha creato nei fatti scuole di serie A in territori opulenti e ricchi di opportunità sia culturali, sia in termini di sbocchi lavorativi e scuole di serie B in territori disastrati da uno sviluppo economico frenato, quando non addirittura osteggiato, senza alcuna o con pochissime prospettive future, senza alcuna o pochissime opportunità di arricchimento culturale significa, in buona sostanza – anche se in buona fede, e in tanti lo sono – rendersi complici di scelte politiche scellerate e danno oltretutto manforte a chi la scuola pubblica la critica facendo leva sui risultati delle prove INVALSI e OCSE-PISA.

Images taken from Google Search

© L. R. Capuana

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