IL “DOCENTE ESPERTO” DEL GOVERNO DEI MIGLIORI

Un percorso lungo nove anni sarà richiesto a coloro che vorranno diventare “docenti esperti”; dovranno seguire dei corsi di formazione fuori dall’orario di servizio e pagandoli di tasca loro. Alla fine non hanno alcuna garanzia di rientrare in quell’1% che potrà fregiarsi del titolo e vedersi accreditato a fine mese un beneficio economico di ben 400 € lordi, per un totale annuo di 5650 €, sempre lordi. Più che un incentivo a diventare esperti sembra un bacio in fronte dato ai soli noti.

È legittimo che un governo dimissionario e in carica solo per gli affari correnti inserisca nel cosiddetto decreto “Aiuti Bis”, quindi, si presume con carattere urgente, un articolo che introduce la figura del “docente esperto” disegnando così una mezza rivoluzione nel comparto scuola attraverso l’inedito concetto della carriera multilivelli degli insegnanti? Dove sta l’urgenza di questo articolo che peraltro entra a gamba tesa in ciò che sarebbe materia contrattuale con un contratto fermo da quasi quattro anni, il governo intende offrire aiuto a chi? E per cosa? Qualcuno sostiene che si tratta di urgenza per assicurare al comparto i fondi del PNRR, ma è proprio così?

Intanto proviamo a capire di che si tratta. L’articolo n. 39 inserito di straforo nel Decreto Aiuti bis rientra nell’ambito del nuovo regolamento per la formazione permanente e continua e il reclutamento degli insegnanti. Già il 30 maggio u.s. i docenti avevano espresso la loro contrarietà e tutto il loro dissenso con uno sciopero (ma si sa che come già Renzi, nemmeno Draghi si cura del parere dei docenti) contro il DL n. 36, poi convertito con modificazioni nella legge n. 79/22, di cui quest’ultimo è un decreto attuativo che riguarda però solo i docenti a tempo indeterminato.

L’1% SOLTANTO SARA’ LA RISERVA DELLA REPUBBLICA

Ma non tutti, solo 8000 su 800 000, quindi appena l’1% del totale, e questo è un primo punto da evidenziare perché potrebbe configurarsi come un provvedimento di discriminazione professionale. In cosa consiste la formazione che darebbe alla sua conclusione il titolo di “docente esperto” ai fortunati rientranti in quell’1%? Trattasi di un percorso di tre cicli triennali con valutazioni intermedie e finale fuori dall’orario di servizio, tutti gli oneri a loro carico, e che seppure superato con valutazione positiva di per sé non offre alcuna garanzia di conseguimento né del titolo né tanto meno della retribuzione una tantum che sarebbe di 5650,00 € lordi annuali, quindi circa 400 € lordi al mese. È questo il secondo aspetto da tenere in considerazione, si prefigura un impegno supplementare da investire in corsi di formazione che, allo stato attuale, pare dovrebbero essere gestiti da una Scuola di alta formazione di cui ancora si sa solo che il suo dirigente e vice percepiranno emolumenti pari a 250 mila euro annui e per la cui creazione sono stati stanziati ben 34 milioni di euro nell’ambito dei fondi PNRR, istituita con decreto n. 100 del 30 aprile 2022, in collaborazione con INVALSI e INDIRE. Corsi che sarebbero tutti a carico dei docenti, come si è detto e che nessuna azienda pubblica o privata proporrebbe ai suoi dipendenti, per la durata di ben nove anni e con l’incognita che pur superandoli positivamente non è detto che rientrerebbero in quell’1%.

A parità di punteggio chi sarebbe il favorito e con quali criteri verrebbe scelto? E questo mi pare il terzo punto critico, ovvero alla fine di un percorso di formazione concluso con valutazione positiva potrebbe addirittura subentrare un ulteriore percorso selettivo che vede protagonisti (almeno finché non venga individuato un altro comitato di valutazione in sede contrattuale) i docenti facenti parte del comitato di valutazione con l’aggiunta di un ispettore tecnico dell’USR e/o di un dirigente scolastico esterno all’istituzione scolastica presso cui il docente presta servizio. Se ho ben compreso il meccanismo i docenti eletti dal Collegio dei Docenti dell’istituto, quindi non “esperti” saranno coinvolti nella selezione di un/una collega che dovrebbe ottenere il titolo di “docente esperto” e conseguente beneficio economico, se le cose stanno così mi sembrerebbe una contraddizione in termini.

In estrema sintesi: coloro i quali fossero interessati potranno farlo volontariamente a partire dall’anno scolastico 2023/2024, seguiranno fuori dall’orario di servizio dei corsi di formazione di tre cicli triennali a proprie spese sostenendo valutazioni intermedie e finale; l’esito favorevole sarà inoltre legato al miglioramento del rendimento degli studenti (sulla base di cosa sarà possibile determinarlo?) e il docente sarà vincolato a restare nello stesso istituto per almeno tre anni. Alla fine di questo delirio della durata di ben nove anni, ossia nel 2032, a parità di punteggio il prescelto potrebbe essere sottoposto ad ulteriore selezione con i criteri di cui sopra. In pratica un investimento decennale e senza alcuna garanzia finale.

Come incentivo non mi sembra granché.

CE LO CHIEDE L’EUROPA

Tra i punti di interesse nel testo si legge al comma 2, lettera b): “adozione delle linee di indirizzo sui contenuti della formazione del personale scolastico in linea con gli standard europei”, bene, e quali sarebbero, dunque, questi standard europei? Di fatto sono inesistenti, nel senso che vista la varietà di sistemi di istruzioni dei vari stati membri dell’Unione e della loro enorme diversità sia in termini di requisiti richiesti per l’accesso alla professione, sia per quanto riguarda l’aggiornamento non è assolutamente possibile stabilire degli standard comuni, il consiglio europeo e il parlamento europeo avanzano delle linee guide o delle raccomandazioni, ma non c’è nulla di prescrittivo.

Di sicuro esiste una spinta notevole perché nel lungo termine vi sia un’armonizzazione dei molteplici sistemi europei, o più prosaicamente un’uniformità; di sicuro c’è che i docenti interpellati sulla qualità dei corsi di aggiornamenti in tutta Europa hanno espresso giudizio assolutamente negativo in quanto la maggior parte di essi non risponde alle loro esigenze; e di sicuro c’è che allo stato attuale ciò che c’è veramente in comune è solo la scarsa appetibilità della professione tra le generazioni più giovani da una parte a causa dei livelli retributivi ovunque in Europa al di sotto dei livelli di altri laureati, dall’altra a causa del sempre minor prestigio sociale derivante dalla professione che determina in tutto il continente una sempre più crescente penuria di docenti giovani, inoltre, poiché la professione è in massima parte caratterizzata da docenti di genere femminile, questa viene percepita come “un settore professionale esclusivamente al femminile” pertanto poco o per niente ambito dalle giovani leve.

NO, NON CE LO CHIEDE L’EUROPA

Allora la domanda iniziale rimane inevasa. Era davvero così urgente inserire questa nuova figura professionale nel comparto scuola? Lo era perché altrimenti non avrebbe ragion d’essere l’Alta scuola di formazione per la cui istituzione sono stati già stanziati 34 milioni di euro? A chi giova allora l’istituzione di quest’ennesimo baraccone che si aggiunge già a quelli di INVALSI e INDIRE?

Ciò che sconcerta sempre più è che i soldi per queste che appaiono essere a tutti gli effetti prebende clientelari si trovano sempre mentre per aumentare gli stipendi di una categoria che nonostante i continui attacchi fa sempre egregiamente il proprio dovere non ce ne sono mai, così come non ce ne sono mai per garantire agli studenti degli ambienti salubri e non sovraffollati da cui potrebbero trarre benefici sia dal punto di vista didattico che da quello sanitario assicurando l’apertura delle scuole in presenza a settembre nonostante la persistente situazione pandemica.

© L. R. Capuana

 

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