GAVOSTO Et al. SUL DEMERITO DEI DOCENTI ITALIANI

 Gli attacchi alla scuola scuola pubblica e statale e contro i suoi docenti non si fermano mai, così a ridosso del ferragosto oltre che addirittura proprio nello stesso giorno dell’Assunta, si rincorrono esternazioni degne di nota.

Da una parte Panebianco, sul Corriere, che per inciso scrive che i docenti dovrebbero essere accusati di falso in atto pubblico perché regalano voti a studenti che non li meritano,  a seguire lo scrittore Giacalone di cui, Orizzonte Scuola dà conto in un trafiletto secondo cui la scuola non è uno stipendificio e i docenti devono meritarsi l’adeguamento dello stipendio ai livelli europei – mentre la categoria rivendica un aumento dovuto e in oltraggioso ritardo – ; e per finire il più incisivo Andrea Gavosto su la Repubblica.

Panebianco sul Corsera
Panebianco sul Corsera

 Commenti e opinioni tutte dello stesso tenore, ovvero raccontano tutti la storia della categoria docenti sì, pagata poco, ma perché, dato lo stato attuale delle cose, non “meritano” di più.

Per avere di più, dicono questi signori, i docenti devono dare di più, in termini di carico di lavoro, dice Gavosto, e in termini di maggiori responsabilità organizzative e amministrative, quindi, continua il direttore della Fondazione Agnelli, i docenti devono trascorrere più ore a scuola in “spazi che vanno adeguati e resi più ospitali” in un futuro addivenire, intanto però restano a scuola, “dove svolgere le attività che permetterebbero di migliorare la qualità degli apprendimenti, in Italia così deficitaria”, quale sarebbe quest’attività, il nostro non lo dice.

Sul tema delle ore svolte a scuola è dello stesso avviso anche Cottarelli (candidato nelle liste del Partito Democratico) che, intervenuto a Orizzonte Scuola TV  il 18 febbraio scorso, dichiarava che gli stipendi dei docenti sono bassi perché mancano dati ufficiali sulle ore effettive svolte dagli stessi. Misurare e quantificare la produttività di ogni attività umana, persino quella invisibile del pensiero intellettuale.

Commeto di Gavosto su Repubblica

Tuttavia, sembra sfuggire un particolare interessante, la funzione docente così come stabilita dall’art. 26 del CCNL non fa alcun riferimento a mansioni organizzative e/o amministrative.

Art. 26

Art. 26 - funzione docente - CCNL
CCNL

ORE DI LAVORO IN PIU’ E ADDESTRAMENTO DI STATO

L’altro chiodo fisso che imperversa sui media in questo ultimo periodo è la cosiddetta “formazione” dei docenti, che non a caso non viene più definita, come sarebbe più appropriato, “aggiornamento”. Infatti, il termine “formazione” veicola ben altro significato, ossia indica che non solo i nuovi assunti, ma anche chi è in servizio da svariati anni necessita, appunto, come ha detto il ministro, ben consapevolmente, di “addestramento”; i dipendenti pubblici, tutti e indistintamente, devono seguire procedure standardizzate stabilite dall’alto ed essere meri esecutori.

Si potrebbe dedurre, dunque, che si intenda eliminare ogni autonomia professionale irreggimentando la creatività che da sempre caratterizza la professione. La formazione è intesa, non come quella specifica attività che aggiunge elementi di rinnovamento che consentono un’evoluzione anche della persona, mantenersi al passo coi tempi arricchendo ciò che si possiede già in termini di competenza ed esperienza acquisite sul campo e forgiate dalla maturità del soggetto, l’aggiornamento, appunto.

Al contrario, la formazione, è completamento e pertanto presuppone una mancanza, un vuoto da colmare. Per chi lavora in un determinato settore ed ha acquisito professionalità attraverso l’esperienza attiva dover sottoporsi a formazione è come accusarli di un’inadeguatezza che dev’essere riparata, in qualche modo.

LE PROVE INVALSI CERTIFICANO L’INADEGUATEZZA DEI DOCENTI ITALIANI

Quest’inadeguatezza viene certificata, secondo questi esperti, dagli scarsi risultati raggiunti dagli studenti nelle prove INVALSI, di fatto usando queste rilevazioni per uno scopo che lo stesso istituto afferma di non perseguire, ossia valutare la professionalità dei docenti. Risultato peraltro messo in relazione con quello degli esami di stato, come fa Panebianco, che ha tutt’altro obiettivo ma che il giornalista utilizza per accusare i docenti di commettere falso in atto pubblico, perché, dice, in contraddizione con quello dell’INVALSI che è invece attestazione di verità assoluta. Non importa che queste conclusioni siano assolutamente false e infondate come dimostrato ampiamente anche all’estero per quanto riguarda le medesime tipologie di prove standardizzate, ciò che importa è che esse costituiscono il pretesto costruito ad arte per raggiungere molteplici obiettivi da dare in pasto all’opinione pubblica:

1. sancire la veridicità assoluta e ideologicamente fideistica delle prove INVALSI e screditare l’esame di stato le cui valutazioni fanno capo ai docenti che, come si sa non sono affidabili, e perciò proseguire con la sua eliminazione e conseguentemente con l’abolizione del valore legale del titolo di studio cosicché verrà meno l’unitarietà della scuola italiana e della qualità della sua istruzione che non sarà più uguale per tutti;

2. screditare i docenti e sottoporre il loro lavoro al vaglio di enti formatori e certificatori, tutti, o quasi privati e in capo al terzo settore e alle fondazioni, esternalizzare sevizi che attualmente fanno capo allo stato per favorire i privati;

3. privatizzare la scuola o regionalizzarla, andando dunque incontro alle pretese avanzate da alcune regioni che spingono ossessivamente per l’autonomia differenziata, quelle stesse regioni del nord che avrebbero mano libera sulla scuola come già ce l’hanno sulla sanità e si è visto durante la pandemia come funziona quest’ultima.

Così il cerchio si chiude.

Una scuola regionalizzata rispondente, come si è più volte sottolineato, alle esigenze delle aziende e una scuola a due velocità, o, per meglio dire, con due obiettivi e scopi diversi.

LE PROVE INVALSI CI DICONO PERO’ ANCHE ALTRO

Per capire in che modo si articoleranno questi due obiettivi e scopi diversi va anche rilevata un’altra forma di strumentalizzazione ad hoc delle prove INVALSI intese a mettere sotto accusa la scuola di massa. Infatti, tra le altre cose queste rilevazioni ci dicono che gli studenti che faticano di più a raggiungere i livelli di sufficienza sono quelli provenienti da contesti famigliari socioeconomici e culturalmente più svantaggiati, nonché da zone geografiche del Paese meno sviluppate, la maggior parte di questi studenti, inoltre, frequenta istituti tecnici e professionali, risultando essere gli anelli deboli delle superiori, secondo questa visione. Benché si tratti di situazioni ben note da almeno un ventennio di cui si dà conto anche all’estero, ad oggi poco o nulla si è fatto per risolvere la questione (a proposito di problem solving come competenza sempre decantata).

Situazione che si è ulteriormente aggravata negli ultimi anni per una presenza sempre più numerosa di studenti non italofoni di recente immigrazione, o bilingui, ovvero immigrati di seconda generazione che seppur nati e scolarizzati in Italia, poiché a casa parlano la lingua del Paese di origine dei genitori necessitano di un aiuto specifico per sfruttare al meglio il loro bilinguismo, evitando che possa diventare in questa fase di crescita elemento di difficoltà perché ancora troppo giovani per saper gestirlo autonomamente, ma di inserire in tutti gli istituti docenti specializzati nell’insegnamento dell’italiano come L2, non se ne parla mai.

Solo quei docenti che non hanno mai insegnato in scuole con una popolazione studentesca così variegata ed eterogenea possono essere ignari delle vere sfide che la scuola italiana deve affrontare sia dal punto di vista dell’alfabetizzazione vera e propria che da quello identitario e culturale. Sfide pratiche e concrete di cui però i vari Gavosto, Ricci e giornalisti alla Panebianco, non discutono mai nelle loro dotte dissertazioni.

COSA INTERESSA DAVVERO ALLE LOBBY

D’altra parte perché dovrebbero? Il sig. Gavosto dirige la Fondazione Agnelli che con il suo “Eduscopio” si occupa di stilare classifiche sulle scuole migliori d’Italia e lo fa prendendo in esame il successo conseguito dagli studenti di tali istituti lungo il corso della loro carriera universitaria in atenei di prestigio, quasi esclusivamente privati e successivo loro rapido ingresso nel mondo del lavoro, ovviamente trattasi di occupazioni professionali di alto profilo e ben retribuite. Dunque, perché mai la Fondazione Agnelli, che è una lobby, e il suo direttore dovrebbero occuparsi degli ultimi della scala sociale?

Alle lobby non interessa ridurre le disuguaglianze sociali attraverso l’istruzione come sancito dalla nostra Costituzione (artt. 2, 3 e 34), piuttosto farebbe loro più comodo eliminare il problema gettando costante discredito sui docenti in modo da realizzare due obiettivi importanti, il primo è quello attualmente meno evidente ma sempre più a portata di mano, ovvero mettere sotto accusa la scuola di massa e a tal proposito il discusso libro del duo Mastocola-Ricolfi ha aperto una breccia, il secondo obiettivo è più scoperto ed è quello di attaccare i docenti, quotidianamente.

LA SCUOLA DI MASSA NON SERVE PIU’ AL MERCATO DEL LAVORO

Analizzando il primo di questi obiettivi, infangare i grandi risultati conseguiti dalla scuola di massa – grazie  alla quale la popolazione italiana, dagli anni ’60 ad oggi, è stata emancipata innanzitutto dall’analfabetismo diffuso in modo capillare nel Paese rendendo almeno un po’ di giustizia a chi ancora oggi non avrebbe alcuna prospettiva di miglioramento personale senza – serve a tacere sul vero problema del nostro Paese e cioè che il mercato del lavoro odierno è del tutto inadeguato – grazie a politiche miope e fallimentari – a garantire livelli di occupazione stabili e ben retribuiti a tutti coloro che hanno un livello alto di istruzione, né può soddisfare le loro aspettative di miglioramento suscitate dalle promesse secondo le quali se studi e prendi un titolo di studio avrai maggiori soddisfazioni e gratificazioni professionali.

Al contrario, oggi, il mercato del lavoro è asfittico e offre solo posizioni estremamente precarie, non tutelate e mal retribuite per le quali in realtà non serve personale istruito e, dunque, la massa può ben accontentarsi di un’istruzione minima, sufficiente a garantire alla società lavoratori e consumatori acritici.

Ne consegue che, a detta degli esperti, non servono maggiori investimenti statali, già ne vengono sprecate a sufficienza di risorse, come capita di scoprire dalle indagini della magistratura contabile sulla gestione poco oculata dell’INVALSI, al pari di INDIRE, guarda caso (per non dire nulla della recente introduzione di una presunta Scuola di Alta Formazione che costerà allo stato ben 34 milioni già stanziati a scapito di un taglio di 9,600 cattedre); né servono politiche adeguate, non serve ridurre il numero di studenti per classe per dare attuazione a quell’inclusività di cui tanto si parla a vanvera; non è il benessere degli studenti o i livelli di apprendimento che interessano veramente, non di tutti almeno, solo di coloro che saranno la futura classe dirigente, a questi verrà riservato ancora lo studio del latino, del greco e della filosofia, agli altri un placido luogo di intrattenimento.

UN’ECONOMIA A TRAZIONE TURISTICA NON E’ PRODUTTIVA

Ecco servita la scuola a due velocità; la prima – quella adatta alla massa – più diffusa al sud dove l’economia sarà sempre più a trazione turistica e l’industria del turismo non è produttiva, tant’è che si avvale di lavoratori stagionali che seppure debbano avere determinati requisiti sono sfruttati; la seconda avrà maggiore consistenza al nord dove resteranno sempre concentrate le industrie più importanti. Ecco servita anche l’autonomia differenziata, ma ogni nord è sempre a sud di un altro nord, come ci spiega bene l’immagine sotto riportata.

Il turismo non è un'industria produttiva
https://www.labottegadelbarbieri.org/il-turismo-come-modello-produttivo/

IL DOCENTE DEVE RICOLLOCARSI COME IMPIEGATO

La leva di questo processo già in atto è quella della ricollocazione dei docenti, infatti, giorno dopo giorno e persino in piena estate i docenti sono il bersaglio preferito perché il tempo stringe e bisogna raggiungere lo scopo: i docenti devono essere trasformati a tutti i costi in impiegati e ciò risolverebbe molteplici questioni aperte, primo fra tutti eliminare di soppiatto la libertà di insegnamento sancita dall’art. 33 della Costituzione e che rende gli insegnanti italiani ancora professionisti liberi ed autonomi nell’esercizio del pensiero critico e, non meno importante, sostituire progressivamente il personale ATA delle scuole in modo da far svolgere ai docenti anche il loro lavoro e così ridurre i costi della gestione di un’istituzione così complessa come sono gli istituti scolastici frequentati da un numero sempre più elevato di studenti trasformando, finalmente e a tutti gli effetti, la scuola in azienda, per tale motivo il discorso delle ore svolte a scuola sta diventando così insistente, un elemento che è strettamente connesso con quello del controllo: resti a scuola, ti vedo e ti controllo e fai anche altro rispetto a quello per cui sei qualificato e sei stato assunto. Non più liberi nell’esercizio della funzione docente, bensì impiegato salariato che timbra il cartellino ed esegue ordini che provengono dall’amministratore delegato – leggi DS – e, in seconda battuta che provengono dal middle management – leggi colleghi con la medaglietta “Docente esperto”.

A tutti quei colleghi, allora, che esultano all’idea di far “emergere il sommerso” così si esprimono, erroneamente e dimostrando scarsa dimestichezza con il contratto di lavoro, il proprio contratto di lavoro che, quel “sommerso” lo contempla e lo descrive chiaramente ed è proprio perciò, così come è proprio in virtù di quel: “fino a 40 +40 ore” anch’esse chiaramente esplicitate dal CCNL che abbiamo diritto all’aumento, un aumento che ci spetta e che viene negato da troppo tempo rendendo lo stato inadempiente; ecco, a tutti questi colleghi entusiasti della proposta del tal Gavosto, direi di stare ben attenti perché accettare simili cambiamenti significa peggiorare ulteriormente le nostre condizioni di lavoro. Inoltre, in quanto laureati andremmo inquadrati come dirigenti della PA, ma questo aspetto non rientra nei piani di chi ci vuol far passare dalla padella alla brace.

NON E’ INCOMPETENZA CHE SI CELA DIETRO LE PAROLE DEGLI ESPERTI, PIUTTOSTO UN DISEGNO POLITICO

Se si osserva la comunicazione in atto da ogni singola prospettiva, separata ognuna dalle altre, non si riesce a cogliere l’interconnessione del quadro complessivo.

È davvero possibile pensare che le parole di un Gavosto, di un Panebianco, di un Bianchi siano quelle di gente incompetente e che possiamo derubricare come pensieri in libertà di spensierate giornate estive? Ed  è casuale la scelta del mese di agosto? O dell’esternazione del ministro sull’addestramento dei docenti proprio in occasione di un evento organizzato dall’Aspen Institute Italia, presidente Giulio Tremonti e Lucia Annunziata e Paolo Mieli membri di tale organizzazione, un’altra lobby o think tank, come va più di moda dire oggi? Peraltro, l’Aspen Institute è finanziato dal CATO Institute dei fratelli Koch, una tra le più potenti e neoliberiste lobby presenti negli Stati Uniti. Davvero vogliamo credere che siano solo tutte coincidenze?

Dal mio punto di vista le parole scritte e dette in questi mesi hanno scopi ben precisi che stanno subendo un’accelerazione per via delle prossime elezioni. Le lobby stanno inviando messaggi chiari alla politica, soprattutto a quella politica che negli ultimi 30 anni ha sempre gestito il potere per conto di e da questi si è lasciata dare ordine come ben dimostra la L. 107/15 e come ben dimostra l’azione ministeriale di tutti i ministri che si sono avvicendati a Viale Trastevere in questo lasso di tempo e da cui P. Bianchi non è certamente escluso, anzi ne è forse il più convinto sostenitore, non a caso si sta muovendo nel solco tracciato dalla cosiddetta “Buona Scuola” che le sue norme ultimamente approvate attuano e rafforzano non ultimo con il nuovo piano di reclutamento dei docenti e con l’introduzione del “docente esperto” e la promessa avvelenata della carriera dei docenti, altro cavallo di battaglia della destra quanto della sinistra.

Carriera per cosa poi? Per fare i manager al servizio dell’amministratore delegato della scuola-azienda? Mentre i galoppini, i poveri illusi vanno in classe ad intrattenere i futuri autisti di Uber, o i prossimi camerieri di bar e ristoranti che devono al massimo saper usare un dispositivo touch screen con le inconcine per inviare gli ordini degli avventori in cucina in tempo reale? Oppure i futuri addetti alle pulizie e alla cura degli anziani delle agenzie interinali sempre disponibili alle chiamate di lavoro?

I docenti bravi, quelli che ancora serberanno un vago ricordo della conoscenza della disciplina saranno assunti da scuole blasonate a servizio dei pargoli di chi conta, più o meno come i precettori di una volta, a trasmettere loro nozioni di latino, greco e filosofia perché nonostante tutto  il sapere è potere, concesso a pochi però.

© L. R. Capuana

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