WORLD-CENTRED EDUCATION – A View for the Present, G. Biesta

RIFLESSIONI E LIBERE INTERPRETAZIONI SUL LIBRO DI GERT BIESTA di L. R. Capuana

G. Biesta, World-Centred Education – a view for the present, New York-London, 2022,
Routledge Taylor and Francis Group.

INTRODUZIONE – LA QUESTIONE LINGUISTICO-SEMANTICA

World-Centred Education – a view for the present, di Gert Biesta è un saggio sull’istruzione pubblicato nel 2022 da Routledge Taylor and Francis Group, New York and London.  

È senza dubbio un testo ricco di considerazioni acute e analisi approfondite sull’importanza dell’istruzione e della scuola in senso lato.

È un testo importante specie per quanto riguarda il dibattito pubblico sulla scuola e l’istruzione attualmente in corso nel panorama italiano. L’analisi del Professore Biesta è dirompente ed essenziale per confutare una buona parte di teorie pedagogiche oggi in voga nel nostro Paese. Infatti, l’analisi condotta dal Professore Biesta demolisce il muro di voci unanime eretto dal pensiero dominante che, in Italia da svariati anni, mette al centro della discussione, non tanto l’importanza dell’istruzione e del suo mandato, anche costituzionale; quanto piuttosto l’efficacia e l’efficienza dei metodi didattici da applicare in modo quasi fideistico per raggiungere obiettivi, che sono legati ai risultati e agli esiti da far conseguire agli studenti trascurando del tutto l’aspetto “esistenziale” intrinsecamente connesso con l’istruzione, come avverte subito Biesta ad apertura del suo saggio.  

Ma le ragioni che rendono questo saggio, World-Centred Education – a view for the present, importanti per un docente sono svariate e nel corso di queste mie personali considerazioni tenterò di illustrare quelle che mi hanno fornito maggiori spunti di riflessioni, tra le prime che ritengo rilevanti c’è la chiara e netta presa di posizione su aspetti che spesso risultano essere nebulosi generando equivoci proprio nella comunicazione e nel confronto di idee diverse.

Il professor Biesta, infatti, sin dalle prime pagine del suo libro chiarisce l’importanza dell’uso delle parole in termini linguistici e semantici. Le prime obiezioni che muove in questo senso fanno riferimento a termini molto in uso oggi come “apprendimento” e “crescita” che contesta in quanto, a suo parere, risultano estremamente vaghi, buoni per tutte le stagioni, e che perciò possono indurre a molteplici fraintendimenti. Una delle sue prime note al testo (Prefazione p. vi, nota 2) chiarisce, ad esempio, la sua posizione in merito al termine “apprendimento”:

Altrove (Biesta 2014°, pp. 69-70) sostengo che “apprendimento” non è né un verbo – non descrive alcuna attività in particolare – né un sostantivo – non fa riferimento a nessun fenomeno o procedimento in particolare – ma che al massimo può essere inteso come un termine legato alla valutazione, ovvero un giudizio dato su un cambiamento solo dopo che si è manifestato. Non possiamo mai sapere, qui ed ora, se si stia imparando qualcosa, possiamo arrivare a questa conclusione solo col senno di poi. Pertanto, non esiste alcuna attività che possiamo definire “apprendere” o “attività di apprendimento”, quindi sarebbe meglio usare espressioni come “studiare”, “impegnarsi”, “provare a” e via dicendo. Ritorno sulla questione nel capitolo 6.

Questo aspetto a me sembra di grande importanza in quanto spesso accade che, in molti testi tradotti in italiano da originali in inglese, si perda il senso vero del significato che questi hanno nella lingua originale, soprattutto quando si tratta di termini peraltro mutuati da settori disciplinari diversi da quelli che attengono più specificamente all’istruzione.

Come vedremo si tratta di una questione che anche Biesta evidenzia nel corso del suo lavoro.

A tal proposito, mi è sembrata subito di grande interesse l’analisi che l’autore fa del termine inglese education, a suo dire riduttivo in quanto restringe il campo di discussione su ciò che attiene specificamente all’istruzione scolastica e pertanto elimina da ogni discussione le possibili svariate sfumature che invece, ad esempio, è più facile evidenziare in tedesco usando i due diversi lemmi: Bildung e Erziehung a cui dedica, come vedremo, dei passaggi molto interessanti.

Poiché a mio parere questa distinzione presente in tedesco è presente anche in italiano nel mio tentativo di approfondire lo studio di questo testo ho preferito usare come traduzione di education il termine italiano “istruzione” che ritengo essere più aderente al senso che l’autore vi attribuisce nella sua attenta disamina che verte proprio sull’istruzione scolastica.

Per chiarire il suo punto di vista ad un lettore di lingua inglese specialmente Biesta fa proprio riferimento alla chiara distinzione presente, soprattutto nell’Europa continentale, tra i due concetti di “istruzione” e “educazione”, distinzione che nella lingua tedesca è anche lessicale, come lo è in italiano – seppure in molti sembrano averlo dimenticato e preferiscono, stranamente ricorrere al termine “educazione” mutuato direttamente dall’inglese –, mentre in inglese questa distinzione linguistica non esiste. Biesta se ne lamenta perché questa distinzione concettuale è di difficile attuazione in inglese poiché la lingua possiede solo il termine “education” per poter parlare di scuola. È una distinzione che ritiene rilevante non solo da un punto di vista semantico-linguistica, ma ben più profonda e filosofica in quanto quell’unico termine di fatto impedisce di analizzare la differenza esistente tra teoria e pratica in ambito scolastico.

Perciò Biesta si sofferma sull’analisi dei due concetti diversi che è invece possibile individuare in tedesco attraverso l’uso dei due termini: “Bildung” (che in italiano io individuo nel termine “istruzione”) con cui si intende formazione scolastica e culturale; e il termine: “Erziehung” (che in italiano io individuo nel termine “educazione”) con cui invece si intende educazione e disciplina per la crescita di un bambino e il suo imparare a comportarsi bene in società.

Una distinzione concettuale che, Biesta tiene a sottolineare, non è di sua invenzione ma che è ben presente e fondamentale nel pensiero pedagogico tedesco e della pedagogia europea continentale in generale. Rifacendosi, quindi, al pedagogista tedesco Benner, Biesta chiarisce che anche tra studiosi tedeschi esistono varie interpretazioni dei due termini, per cui alcuni, tra i quali Peter Petersen, ritengono il termine “Erziehung” come più restrittivo e inteso per esprimere il concetto attraverso cui si dice ai bambini cosa fare e come pensare, ai limiti di un vero e proprio addestramento, o indottrinamento anche da un punto di vista morale; mentre “Bildung” rappresenta un approccio più aperto e inteso come sviluppo culturale. Per Heinz-Joachim Heydorn, continua Biesta, il primo termine viene usato per indicare il concetto di insegnare la mera riproduzione dell’ordine sociale esistente; al contrario, con “Bildung” si fa riferimento all’emancipazione.

Interessante un breve passaggio a p. 35 in cui si conclude che “Bildung” essendo la crescita culturale non smette mai di coinvolgere l’individuo ed è un processo che ci accompagna tutta la vita (da non confondere però con il life-long learning di nuovo conio e fuorviante per l’analisi in questione); viceversa, l’”Erziehung”, poiché attiene alla buona educazione, è un processo che si esaurisce ad un certo punto, ovvero quando si cresce.

Ma l’importanza che Biesta assegna alla questione linguistico-semantica, a mio parere, non si esaurisce qui; ci sono anche altri aspetti da evidenziare per meglio afferrare e comprendere il pensiero del Professor Biesta in particolare se si pensa ad un pubblico di lettori di lingua non-anglofona e quindi in merito alla traduzione di termini che Biesta usa in modo insolito anche per gli stessi anglofoni, come peraltro lui stesso avverte in varie occasioni nel testo; ma è altrettanto importante per la comprensione del suo pensiero che, almeno rispetto alla pedagogia italiana mainstream, risulta essere “divergente”, per così dire.

Un altro termine che ritengo abbia bisogno di riflessione nella resa in lingua italiana è, secondo me, “learner”, termine peraltro ricorrente nel testo e che viene usato per distinguerlo nettamente dal termine “studente”. In altre pubblicazioni di Biesta tradotte in italiano “learner” viene reso con “discente”. Tuttavia, sebbene sia l’inglese “learner” che l’italiano “discente” abbiano come sinonimi “studente” per l’inglese e “studente, allievo, alunno” per l’italiano; “learner” in inglese può essere usato anche con l’accezione di “novizio”, “principiante”, ci possono poi essere altre accezioni nelle varie forme composte comuni in inglese. Cionondimeno, il senso del termine, così come viene usato da Biesta, sarebbe, secondo me, più appropriato tradurlo con l’espressione: “colui che apprende”, oppure, anche se meno comune, “apprendente” perché, a mio avviso, Biesta non lo usa come sinonimo di ‘studente’, bensì proprio per evidenziare che per lui si tratta di una categoria a parte e da mettere in relazione alla teoria pedagogica del “learner-centred” che contesta fermamente. Quindi, l’uso di ‘discente’ a mio parere tende ad attenuare la vis polemica di Biesta nei confronti del costruttivismo che, invece Biesta non intende affatto mitigare secondo me.

Poiché l’autore di questo importante testo fa un uso delle parole ben specifico mi sembra utile spiegare come io ho interpretato i termini che Biesta adotta per indicare questi tre domini che lui indica quali funzioni chiave dell’istruzione:

  1. QUALIFICATION: si può tradurre con qualifica o, al plurale “qualifiche”, oppure con “titolo di studio”. Si tratta della preparazione culturale da dare allo studente attraverso la trasmissione di sapere (contenuti disciplinari), lo sviluppo di abilità/competenze e di comprensione con conseguente acquisizione da parte dello studente.
  2. SOCIALISATION: attiene alla trasmissione della cultura e identità del Paese, delle tradizioni e pratiche caratterizzanti appunto la cultura e l’identità nazionale. Per parte mia il termine potrebbe essere meglio tradotto con “Aspetti culturali”.
    Nel testo in questione, inoltre Biesta, fa riferimento anche al concetto di “hidden curriculum” evidenziato dalla sociologia dell’istruzione che riguarda un insieme di messaggi accademici e culturali impliciti, regole non scritte tramandate dalle classi dominanti per imporre comportamenti e mentalità conformi che surrettiziamente vengono adottate nelle scuole da parte dei docenti.
  3. SUBJECTIFICATION: si potrebbe rendere con “soggettivazione” e che Biesta intende come lo sviluppo dello studente in quanto soggetto autonomo della società su cui i primi due domini illustrati hanno un impatto decisivo sia per l’arricchimento che possono determinare, sia per l’azione restrittiva che parimenti possono esercitare.

Avendo, dunque, messo in luce l’importanza assegnata dall’autore alla scelta oculata e ponderata delle parole da usare per esprimere al meglio il suo pensiero, è bene individuare subito il centro focale dell’opera di Biesta che è sicuramente quello di riportare al centro del dibattito una questione che l’autore sostiene essere stata del tutto trascurata in questi ultimi anni, ovvero la “dimensione esistenziale dell’istruzione”. Da questo punto di vista appunto non può sfuggire che la sua è una voce fuori dal coro unanime, che al contrario pone al centro del dibattito i risultati degli apprendimenti degli studenti.

Gert Biesta dà voce, in modo chiaro e autorevole, a tutte quelle innumerevoli obiezioni che puntualmente vengono mosse ad una parte consistente della pedagogia più influente – e per quanto riguarda nello specifico del panorama italiano italiana senza grandi riscontri – spesso organica al sistema imperante dei lobbisti e gruppi privati che tentano di appropriarsi in ogni modo dei sistemi di istruzione dei vari paesi, in particolar modo dalla comparsa della pandemia, accaparrandosene il monopolio esclusivo.

Consapevolmente o no, dice Biesta sia nella sua prefazione che, in forma più estesa e articolata nel primo capitolo, la compagine pedagogica, che fa diretto riferimento al costruttivismo, pretendendo di mettere lo studente al centro dell’azione didattica, mentre tra l’altro blatera scriteriatamente di innovazione fine a se stessa, fornisce un grande sostegno a questi grandi gruppi multinazionali, tra i quali spiccano in cima alla lista del nostro: l’industria mondiale della misurazione – così la chiama il professor Biesta facendo diretto riferimento all’OCSE-PISA e alle sue prove standardizzate – ma anche i grandi gruppi editoriali presenti sul mercato globale dei libri di testo, per esempio, nota Biesta, la Pearson e non solo; così come a tutte le multinazionali dell’HI-TECH, che, sicuramente è il caso peculiare italiano grazie ai fondi del PNRR, hanno invaso le nostre scuole di dispostivi digitali nonostante le urgenze più pressanti siano tutt’ora in assoluto la messa a norma e in sicurezza degli edifici scolastici.

L’aiuto fornito da certa pedagogia si esplicita proprio attraverso l’enfasi posta a questi risultati di apprendimento che, a loro dire, si determinerebbero certamente se i docenti delle scuole di tutto il mondo fossero opportunamente formati per applicare con fideistica obbedienza i loro preziosi “insegnamenti”. Paradossalmente invece, dice Biesta, proprio il loro teorema dello “studente al centro” promuove l’oggettivazione dello studente anziché favorirne l’emancipazione attraverso la sua soggettivazione, quindi manca del tutto in questa visione di scuola proprio ciò che Biesta ritiene sia stata trascurata: la “dimensione esistenziale dell’istruzione” che è appunto, per Biesta, il mandato della scuola affinché essa, in quanto luogo deputato alla creazione di sapere e conoscenza, possa dare allo studente gli strumenti indispensabili per decodificare il mondo e la realtà autonomamente, da persona libera dai vari e insidiosi condizionamenti esterni.

Ciò che, inoltre, a mio parere, è estremamente interessante nel modo in cui, l’autore di questo prezioso libro, procede nel suo ragionamento è che non limita i suoi interventi restando sullo stesso piano di discussione che caratterizza il dibattito pubblico in corso sulla scuola e il sistema d’istruzione. Al contrario Biesta va oltre superandolo complessivamente e sin dalle prime pagine del suo libro pone la questione della scuola e del sistema d’istruzione come questione intrinsecamente politica e di sostanziale tenuta democratica.

Non a caso, per esempio, il professor Biesta, non spende una sola parola sulla concreta affidabilità e credibilità circa la sbandierata oggettività delle prove standardizzate OCSE-PISA o di altre agenzie; in effetti questo aspetto è visto come complessivamente irrilevante per Biesta il cui maggiore interesse risiede, invece, nel dimostrare che lo scopo dell’istruzione non è assolutamente quello di rendere le scuole efficienti ed efficaci in termini di spesa pubblica, né che esse siano classificate come migliori o peggiori in elenchi più o meno discutibili; il nodo centrale per Biesta piuttosto, è di stabilire perché l’istruzione obbligatoria sia importante, necessaria per la società e perché essa è necessaria per le nuove generazioni.

Perciò a Biesta non interessa minimamente dimostrare se le prove standardizzate promosse dall’industria mondiale della misurazione siano attendibili o meno per saggiare la preparazione degli studenti delle scuole di tutto il mondo al fine di stilarne una classifica di “merito”. Ciò che a lui preme principalmente e sostanzialmente è dimostrare che l’istruzione obbligatoria è necessaria per la tenuta democratica di un Paese e che al contrario le prove standardizzate la mettono a rischio, in quanto chiarisce, chiunque, se opportunamente addestrato al superamento di dette prove è perfettamente in grado di centrare l’obiettivo. Il punto allora è se questo è l’obiettivo che l’istruzione deve perseguire.

Per spiegare che a suo avviso non lo è affatto Biesta nei primi due capitoli del suo libro delinea quale invece è il mandato dell’istruzione chiarendo senza indugi quale è la sua posizione sia rispetto alle varie lobby che si adoperano indefesse per acquisire il monopolio indiscusso dell’istruzione mondiale, sia rispetto alle pretese che la società avanza nei confronti della scuola e delle giovani generazioni, e per società, Biesta intende, il sistema socio-economico e politico imperante, infatti nel secondo capitolo del libro pone una questione centrale per la tenuta democratica, ovvero, ribaltando l’interrogativo che viene spesso posto al centro del dibattito pubblico intorno alla scuola: quale scuola serve società? Per Biesta è invece essenziale chiedersi: quale società serve alla scuola?

© L. R. Capuana

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