PERCHE’ ISTRUIRE E DI CHE TIPO DI SOCIETA’ HA BISOGNO LA SCUOLA?

WORLD-CENTRED EDUCATION, G. BIESTA Riflessioni e libere interpretazioni di L. R. Capuana Seconda parte.

Allo stato attuale ci troviamo di fronte ad una duplice e contrapposta concezione di scuola. 
Da una parte la scuola chiamata a soddisfare i desiderata della società, dall’altra una scuola da tutelare dai condizionamenti sociali, da tenere come luogo a parte dove alunni e studenti possano avere il tempo per crescere e coltivare le loro aspirazioni anche culturali.
Diventa quindi essenziale riuscire a coniugare queste due opposte esigenze.

Questa impresa è possibile solo se si ribalta il quesito iniziale chiedendosi non più quale scuola serve alla società, piuttosto quale società serve alla scuola.

Cosa fare con i nostri ragazzi e quale società serve alla scuola?

Prima di analizzare il nucleo centrale del libro di Gert Biesta, World-Centred Education, ossia la “dimensione esistenziale dell’istruzione” Biesta, giustamente, si pone altri interrogativi interessanti, uno di questi è: “cosa bisogna fare con i nostri ragazzi?” La domanda serve innanzitutto per capire che l’istruzione non è un’esigenza esplicita dei bambini o dei giovani; essi, difatti, non chiedono di essere istruiti né saprebbero dire su cosa dovrebbero essere istruiti. Ne consegue che l’istruzione viene loro imposta dalla società. È, infatti la società, dice Biesta, che ritiene necessario istruire le giovani generazioni. Pertanto, continua Biesta, bisogna stabilire cosa debba essere l’istruzione, quale il suo scopo, cosa devono studiare e per quale ragione devono studiare bambini e giovani.

Da qui l’interrogativo di cui sopra e procede evidenziando che nel dibattito pubblico odierno la voce più forte che si leva e che si fa sentire con maggior vigore è senza dubbio quella di ciò che Biesta definisce l’industria mondiale della misurazione, il primo capitolo del libro in questione è, a tutti gli effetti, una requisitoria aspra che Biesta indirizza verso le prove standardizzate promossi specialmente dall’OCSE-PISA che impone ai Paesi membri di partecipare alle rilevazioni in una competizione feroce quanto insensata tra i vari sistemi di istruzione presenti al mondo, peraltro molto diversi tra essi.

Lo scopo dichiarato, dice Biesta, sarebbe quello di individuare il sistema di “interventi” migliore al fine di produrre determinati esiti di apprendimento progettati a monte per soddisfare le aspettative che i molti soggetti interessati coltivano nel perseguimento di un’istruzione che dovrebbe essere migliore, quale che sia però questa tipologia di “istruzione migliore” risulta difficile da comprendere, continua Biesta, considerando anche la mole di teorie, applicazioni innovative e modernità che nel tempo si sono andate diffondendo.

Infatti, continua il nostro, tutti sono impegnati in questa impresa di miglioramento, eppure ciò che si ritiene valido e cosa sia significativo o che debba contare veramente nel raggiungimento di questo scopo va in direzioni molto diverse proprio perché i contesti mondiali di riferimento sono molto diversi, inoltre, sottolinea ancora l’autore, c’è chi questo miglioramento lo persegue in un’ottica elitaria, quindi un miglioramento per pochi privilegiati mentre altri vengono lasciati fuori da tale obiettivo.

In ogni caso, prosegue Biesta, nell’intento, pur nobile, di migliorare il livello di istruzione si è via via perso di vista un fatto essenziale e cioè che:

i bambini e i ragazzi sono esseri umani, soggetti e non oggetti che devono essere sottoposti ad interventi scolastici e le cui prestazioni devono essere sotto costante osservazione, verifica, monitoraggio e controllo attraverso la misurazione per accertare risultati ed esiti degli apprendimenti attesi e pianificati.

L’ansia di misurazione che da questa prassi si sviluppa impone una forma di controllo su tutto il sistema e il meccanismo, nonché sulle sue dinamiche e l’insieme si avvita intorno alla questione della “qualità”, ed è sulla qualità, presunta o reale, dice Biesta, che dovrebbe essere il perno attorno a cui tutto ruota nella scuola. Tuttavia, non si capisce mai bene cosa sia questa qualità che tutti si affannano ad afferrare e, d’altra parte, sottolinea Biesta, chi mai potrebbe obiettare sul fatto che la scuola debba perseguire un’istruzione di qualità, dall’altro lato, per Biesta si tratta di un’affermazione quanto mai vaga.

QUALITA’ DELL’ISTRUZIONE: QUESTIONE TECNICA O POLITICA?

Quale, dunque, potrebbe essere la definizione di qualità inerente all’istruzione, si chiede Biesta, la risposta che egli dà a questo interrogativo è che, quando si parla di qualità di fatto si sta esprimendo un giudizio su ciò che è bene e ciò che è male, pertanto non si tratta di una questione puramente tecnica, bensì politica, ci dice Biesta. Nel qual caso, continua il nostro, ciò che dovrebbe destare sorpresa è che molti pensano invece di poter ottenere una “buona istruzione” mettendo in campo solo strumenti meramente tecnici senza minimamente tener in considerazione aspetti sostanziali come, ad esempio, i diversi punti di vista che possano entrare in conflitto su ciò che può essere considerato un bene o un male a seconda dei contesti culturali in cui la questione della qualità viene presa in esame; in effetti si tratta di sistemi valoriali perciò per Biesta andrebbe analizzata più da un punto di vista politico che tecnico. Cionondimeno è l’approccio tecnico che predomina il dibattito pubblico e che inevitabilmente sfocia nell’ossessione di trovare “evidenze empiriche” atte a convalidare ciò che funziona.

Inoltre, Biesta rileva che intorno alla questione della qualità nell’istruzione ci sono anche tre equivoci di fondo.

  • Il primo riguarda il fatto che, quando si parla di qualità nell’istruzione si tiri in ballo il duplice concetto di efficacia ed efficienza che, dice Biesta, pur essendo dei valori essi attengono ad ambiti del tutto estranei alla scuola. Si tratta infatti di concetti mutuati direttamente dal mondo aziendale, si tratta dunque del valore attribuito ad una prassi adottata in azienda che deve produrre un determinato risultato economico. Ossia, serve a stabilire quanto funzioni un determinato processo al fine di ottenere ciò che si è prefissato di ottenere (efficacia) e come utilizzare le risorse a disposizione per ottenere i risultati attesi (efficienza). Ma, ci dice Biesta, l’efficacia e l’efficienza sono concetti del tutto neutri rispetto alla prassi da adottare e al risultato da conseguire. Usando una metafora piuttosto brutale si potrebbe dire, continua Biesta, che esistono metodi di tortura efficaci e meno efficaci, tanto quanto ne esistono di efficienti e meno efficienti. Ciò, tuttavia, non significa che la tortura efficace ed efficiente che sia possa essere ritenuta una buona cosa.

La vera domanda da porsi allora in relazione all’istruzione, dice Biesta, non deve riguardare l’efficacia o l’efficienza di una particolare prassi, bensì a cosa debbano servire determinate pratiche e prassi.

  • Il secondo equivoco, a parere di Biesta, riguarda la qualità intesa come ciò che soddisfa il cliente, ovvero dargli ciò che chiede. Anche questo approccio è mutuato da ambito economico-industriale, infatti il primo principio di gestione della qualità enunciato dagli standard di qualità ISO 9000 recita:

il nucleo principale della gestione della qualità è di soddisfare le richieste dei clienti e di sforzarsi di andare oltre le loro aspettative.

(ISO 2015, p. 2), la traduzione è mia.

Sebbene questa sia diventata una consuetudine, ci dice Biesta, anche in ambito scolastico, ovvero dare agli studenti ciò che desiderano. Il problema sorge se questi dovessero chiedere qualcosa di illecito come, ad esempio, le risposte esatte ad un esame, o una dichiarazione scritta che garantisca loro un successo certo (ecco, in Italia quest’ultimo aspetto è addirittura una garanzia data per legge: il successo formativo è introdotto dalla L. n. 53 del 2003, cd. Riforma Moratti che recepisce quanto raccomandato in ambito di istruzione dal trattato UE di Lisbona del 200).

  • Il terzo equivoco, secondo Biesta, riguarda ciò che lui definisce il problema di ciò che Ball definisce il problema della “performatività” secondo cui gli indicatori di qualità vengono assunti come definizioni della stessa, per cui molte istituzioni scolastiche cinicamente tendono a piegare le loro prestazioni affinché soddisfino gli indicatori per raggiungere in tal modo le prime posizioni delle classifiche internazionali. Quindi, continua Biesta riprendendo quanto già sosteneva in un’altra pubblicazione del 2019, sembrerebbe che nell’era delle misurazioni anche nel campo dell’istruzione, si stia dando valore a ciò che viene misurato anziché tentare di misurare ciò che ha valore, senza, peraltro, dimenticare che non tutto ciò che ha valore possa o debba essere misurato.

Ball Steven J., The Teacher’s Soul and the Terrors of Performativity, 2010, Taylor & Francis online
The teacher’s soul and the terrors of performativity: Journal of Education Policy: Vol 18, No 2 (tandfonline.com)
consultato il 10 aprile 2024

Non tutto ciò che ha valore può o deve essere misurato.

LA QUESTIONE POLITICA: IL RAPPORTO TRA SOCIETA’ E SCUOLA

Per le ragioni sopra esposte allora è evidente che la qualità nell’istruzione non può essere solo legata ad aspetti tecnici e quindi di prassi e pratiche da mettere in atto, di indicatori da soddisfare, men che meno a fattori di efficacia ed efficienza. Al contrario, rileva Biesta, in tutto questo c’è una dimensione politica e chiama in causa chi è deputato a stabilire cosa effettivamente debba essere un’istruzione di qualità, che qualità e che peso assegnarvi.

La dimensione politica dunque introduce, dice Biesta, in modo più chiaro il tema del rapporto tra scuola e società, un rapporto che allo stato attuale deriva, secondo Biesta, da due traiettorie storiche tra loro molto diverse e, a tratti, in netta contrapposizione tanto da provocare una tensione perenne nella scuola di oggi. Analizzare questi aspetti del passato serve a chiarire, da una parte la situazione controversa in cui versa la scuola oggi e, dall’altro, a mettere in luce il rapporto esistente tra scuola e società.

Della transizione avvenuta in passato da società prevalentemente agricola ad una industriale si è perso il valore educativo che rappresentava la trasmissione di saperi per emulazione da una generazione più anziana a quella più giovane. Ciò determina una necessità inedita, ovvero la creazione di istituzioni deputate all’istruzione di bambini e giovani. Un sistema, quindi, di istruzione formale attraverso cui le nuove generazioni possano appropriarsi di saperi e conoscenze che li mettano in condizione di affrontare il loro futuro e la loro partecipazione attiva in seno alla società.

Posta in questi termini, continua l’autore, ciò che salta subito all’occhio è che la scuola di oggi è diretta emanazione della società. Deve, quindi esistere in sua funzione e, dunque, la scuola deve svolgere un “ruolo” importante per la società, il che implicitamente significa che la società è legittimata ad avere delle aspettative nei confronti della scuola, di conseguenza ha anche il legittimo diritto di accertarsi che la scuola fornisca effettivamente ciò che la società richiede.

Non a caso, nel dibattito pubblico in corso, è del tutto prevalente un’idea di qualità di istruzione che ben rappresenta questa visione di scuola. Perciò non c’è da stupirsi, secondo Biesta, se si pone così tanta enfasi sugli apprendimenti misurabili da parte dell’industria mondiale delle misurazioni; ragionando, allora per paradossi, dice Biesta, si può persino arrivare a pensare che, se l’unico compito della scuola è di essere funzionale alla società, se è, cioè, quello di servire la società, che questo compito lo svolga un’istituzione pubblica o una privata non è poi così diverso, purché il compito venga svolto.

Se si prende per buona e definitiva questa funzione sociale assegnata alla scuola va da sé allora che è sufficiente un approccio tecnico per perfezionare pratiche e prassi scolastiche affinché se ne possa dare conto con trasparenza e al fine di soddisfare tutte le pretese avanzate dalla società nei confronti della scuola.

Tuttavia, ci ricorda ancora Biesta, che questa visione della scuola si scontra con un’altra traiettoria storica, quella secondo cui la scuola deve innanzitutto garantire agli alunni e agli studenti il tempo necessario non solo per apprendere contenuti, per acquisire sapere e conoscenza; ma il tempo per assimilare, rielaborare attraverso cui, alunni e studenti, imparano anche a conoscere se stessi e come entrare in relazione con il mondo. Questa tradizione storica è quella, ci ricorda Biesta, che deriva dal concetto di schole, ovvero garantire il tempo libero per dedicarsi allo studio.

Allo stato attuale ci troviamo di fronte a questa duplice e contrapposta concezione di scuola. Da una parte la scuola chiamata a soddisfare i desiderata della società, dall’altra una scuola da tutelare dai condizionamenti sociali, da tenere come luogo a parte dove alunni e studenti possano avere il tempo per crescere e coltivare le loro aspirazioni anche culturali. 

Diventa quindi essenziale, per Biesta, riuscire a coniugare queste due opposte esigenze. Dal suo punto di vista questa impresa è possibile solo se si ribalta il quesito iniziale chiedendosi non più quale scuola serve alla società, piuttosto quale società serve alla scuola. 

Di certo, per quanto riguarda Biesta, la scuola non ha affatto bisogno dell’attuale società dei consumi compulsivi indotti da un sistema economico-politico capitalista che insegue come unico scopo della vita l’immediata gratificazione di ogni desiderio, impulso individualista. Anzi, continua Biesta, la scuola deve essere quel luogo che tramanda ai bambini e ai giovani la capacità di frenare proprio quegli impulsi dettati da un bisogno smodato di soddisfazione narcisista e infantile che è anche ciò che caratterizza in modo sconcertante la società odierna.

È attraverso la conoscenza e il sapere che si creano a scuola che le nuove generazioni possano imparare a gestire le loro passioni o i loro desideri per diventare soggetti autonomi e non meri oggetti manipolati da un sistema che si nutre proprio del bisogno perenne di gratificazione immediata. Ed è per tutte queste ragioni, conclude Biesta, che l’istruzione è necessaria e che deve essere in grado di contemperare il suo aspetto utilitaristico con quello esistenziale anche per tutelare la tenuta democratica della società attuale.

Trovo molto efficaci i seguenti passaggi del libro di Gert Biesta a tal proposito:

La società degli impulsi, per dirla in altri termini, non è minimamente interessata al fatto che le persone possono essere soggetti, al contrario essa trae maggiore vantaggio economico dal fatto che esse rimangono oggetti in balia dei loro impulsi. La seconda conclusione a cui si giunge è che la società compulsiva ha totalmente eroso quelle istituzioni che in passato erano in grado di aiutare le persone – o, piuttosto, che servivano come luoghi dove la gente si aiutava reciprocamente – ad innalzarsi al di sopra dei propri desideri, delle proprie voglie, le persone si aiutavano reciprocamente ad avere desideri o voglie, e non ad essere, incarnare, essi stessi i loro desideri e le loro voglie.

È qui che la democrazia entra in campo, infatti si potrebbe sostenere che appunto la democrazia – a differenza del populismo – ha il compito di prendere in considerazione i desideri dei singoli individui, dei gruppi sociali in modo da giungere ad una sintesi capace di andare incontro ai bisogni di tutta la società rifuggendo quei desideri che è impossibile soddisfare, per esempio perché mettono sotto pressione o che minacciano i valori democratici chiave, come la libertà e l’uguaglianza. A differenza da quanto propugnato dal populismo in democrazia non si può sempre ottenere ciò che si desidera. (Biesta 2014b), che non è il motivo per cui la democrazia è difficile da mantenere, piuttosto il motivo per cui la democrazia sta diventando sempre meno popolare in un’epoca in cui viene continuamente ripetuto che non vi sono limiti.

G. Biesta, World-Centred Education – A View for the Present, p. 23. La traduzione è mia

© L. R. Capuana


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