LA DIMENSIONE ESISTENZIALE DELL’ISTRUZIONE

WORLD-CENTRED EDUCATION, G. BIESTA Riflessioni e libere interpretazioni di L. R. Capuana Terza parte.

La questione centrale nel saggio di Gert Biesta, World-Centred Education”, come è stato già osservato,è la “dimensione esistenziale dell’istruzione” che, ci dice l’autore, da anni ormai viene trascurata, se non del tutto dimenticata, nel dibattito pubblico a livello globale.

Il nucleo, del ragionamento del prof. Biesta, si dipana intorno al postulato centrale dell’istruzione, ovvero far sì che il bambino e, successivamente, il giovane, possano crescere come soggetti autonomi, indipendenti da eventuali condizionamenti esterni affinché possano partecipare attivamente a ciò che avviene nel mondo entrando in contatto con esso.

È evidente, allora, che  il mondo come realtà da decodificare e interpretare con discernimento da parte dello studente-soggetto assume centralità dell’agire didattico spostando, pertanto, l’attenzione su ciò che lo studente-soggetto farà con quanto ha appreso una volta diventato adulto e non più su quanto abbia appreso e compreso riducendo tutto alla verifica e alla misurazione di tali risultati che rischiano di diventare forme di controllo e indottrinamento dello studente-soggetto che, a quel punto viene sospinto a farsi esso stesso oggetto anziché sviluppare la propria soggettivazione.

COSA INTENDE BIESTA CON “SOGGETTIVAZIONE”

La soggettivazione di cui parla Biesta non deve essere confusa con “identità” o “personalità”, concetti, che l’autore spiega, essere ben distanti da ciò che a lui preme evidenziare e che chiarisce bene quando, nel quarto capitolo, sottolinea che se, per esempio, parlando di identità si indica “Chi sono” quindi, come vengo identificato dagli altri e come io stesso mi identifico partendo da fattori che risiedono in contesti collegati alla cultura, alle tradizioni e ai costumi cui io faccio riferimento.

La soggettivazione invece, ci dice Biesta, fa riferimento al “Come sono”, ovvero in che modo esisto, come io conduco la mia vita, come tento di rispondere alle varie sollecitazioni derivanti da circostanze in cui mi potrò trovare e come tento di entrare in relazione con ciò che la vita mi pone dinanzi.

Questo aspetto, dice Biesta, comprende in sé anche la questione di ciò che io “farò” con la mia identità e con l’insieme di ciò che ho appreso nel corso della mia vita, con le abilità che ho sviluppato e con le mie competenze; ma allo stesso tempo, ci ricorda Biesta, che ciò significa anche saper gestire i propri limiti, le proprie debolezze e le proprie incompetenze[1].

Allo stesso modo, Biesta chiarisce perché la soggettivazione è diversa rispetto alla personalità della persona che lui ritiene essere un costrutto psicologico che tenta di spiegare le tendenze che sottendono le differenze di comportamento di ognuno di noi. Quindi, per Biesta, la personalità è un concetto esplicativo per tentare di capire perché le persone si comportano in un determinato modo e in tal senso, continua Biesta, è anche un modo per analizzare le persone in qualità di “oggetti” o, per usare un termine più blando, dice, come entità osservandole dall’esterno da una prospettiva altra.

La soggettivazione, al contrario, parte da una prospettiva interiore, in prima persona, per chiedere a se stessi come si sta al mondo. In altri termini se la personalità tende a spiegare, la soggettivazione è un concetto che attiene ad un ordine esistenziale perché riguarda l’io: come io decido di agire o come scelgo di non agire.

Ne consegue che la soggettivazione sfugge del tutto alla tentazione, oggi in voga, di inquadrare lo studente attraverso i test della misurazione della personalità, come sempre più spesso capita applicando la teoria dei “Big Five Inventory” tanto cara all’OCSE, che si adopera per colonizzare i sistemi di istruzione introducendo anche questo tipo di misurazione della personalità degli studenti. Ecco, ribadisce Biesta, la soggettivazione non è certamente l’ennesima categoria entro cui ingabbiare gli studenti ai fini della misurazione delle loro prestazioni[2].

Big Five (psicologia) – Wikipedia

E ancora, continua Biesta, la soggettivazione non è nemmeno qualcosa di soggettivo o personale; è il suo opposto. Riguarda il nostro modo di esistere nel mondo e non le nostre opinioni o i nostri principi, piuttosto la soggettivazione si manifesta proprio quando ci troviamo davanti a circostanze o situazioni ben distanti dai nostri principi, quando il mondo che ci troviamo di fronte è altro rispetto a come noi lo vorremmo; quindi, un mondo che non è “nostro” e che ci impone l’oggettiva differenza rispetto a noi e ciò in cui crediamo.

Pertanto, la soggettivazione attiene al modo in cui si interagisce con questa relazione che dà conto della nostra specifica soggettivazione sulla base delle nostre reazioni e azioni. Infine, la soggettivazione non costituisce un percorso sul come diventare, anzi la soggettivazione interviene come interruzione del nostro divenire e ci conduce verso il nostro diventare “soggetti”. È dunque un evento che ha luogo nel qui ed ora e non in un tempo futuro[3].

A tutto ciò bisogna aggiungere, evidenzia Biesta, che il tema della soggettivazione riguarda anche il rischio dell’auto-oggettivazione cui vengono spinti gli studenti, un rischio che oggi è sempre più reale; infatti, dice Biesta, in molti paesi gli studenti vengono incoraggiati – o addirittura viene loro semplicemente imposto – ad assumersi la responsabilità di ciò che apprendono e a tal fine vengono indotti a seguire dettagliate strategie per conseguire questo scopo.

Un approccio questo convintamente promosso dalle teorie psicologiche che fanno leva sull’auto-regolazione, sull’autodeterminazione e che ad un primo sguardo potrebbero apparire come strategie per raggiungere l’emancipazione, ma che dal punto di vista che sta più a cuore a Biesta, quello esistenziale, di fatto questa pratica mira a rendere lo studente stesso oggetto del proprio controllo e della propria misurazione. Il che rappresenta anche una formidabile contraddizione in quanto egli stesso è l’oggetto controllato e controllore al tempo stesso.

Ma, sottolinea Biesta, la soggettivazione non è un concetto morale, né moralista e quindi non è legata al concetto di responsabilità, perché la responsabilità non è una scelta piuttosto qualcosa che ci viene incontro nella vita. La soggettivazione riguarda, invece, la libertà, anche quella di non assumersi alcuna responsabilità.

Citando Zygmunt Bauman, Biesta dice che, “la responsabilità è là prima realtà dell’io”, quindi, continua Biesta, ciò non significa che l’io esiste e poi decide se diventare responsabile o meno. La persona, al contrario, si trova in situazioni in cui può decidere se essere responsabile oppure no. È questa possibilità di scelta, ricorda Biesta, che chiama in causa l’io e la decisione dipende esclusivamente dall’io.

La responsabilità, dunque, è quel “momento” in cui l’io incontra la sua libertà e quindi la sua esistenza in quanto soggetto, dipende poi da come l’io sceglie di porsi di fronte a quella responsabilità, a quella scelta, ed è una scelta che solo l’io può compiere e nessun altro al posto suo[4].

La questione centrale della dimensione esistenziale dell’istruzione allora, dice Biesta, può tornare a guidare il dibattito pubblico solo dopo aver analizzato e indagato tutto ciò che in questi anni ha contribuito ad inquinarlo, distorcendone il lessico impiegato per ragionare di istruzione e, dunque, restituendo precisione linguistica; sgombrando il campo anche da un approccio ideologico di matrice economicista che, incalzando i sistemi di istruzione a livello globale nel perseguire una presunta perfezione determinata dalla spinta concorrenziale di essere tra i primi in classifica, contendendo il podio alla Finlandia, si impone loro di eccellere in efficacia ed efficienza attraverso la misurazione dei risultati delle prestazioni degli studenti perdendo di vista del tutto il fulcro: lo studente-soggetto.

Al fine di mettere in guardia rispetto ai rischi di controllo e di indottrinamento dello studente-persona che, chi si concentra solo sui risultati di apprendimento degli studenti sta facendo correre all’istruzione a livello globale, il professore Biesta illustra ciò che lui definisce, nel terzo capitolo del libro, il “paradosso Parks-Eichmann”.

[1] G. Biesta, World-Centred Education; p. 52.

[2] Ibid.

[3] Ibid., p. 53.

[4] Ibid., pp. 53-54.

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