LA DIMENSIONE ESISTENZIALE DELL’ISTRUZIONE

IL PARADOSSO “PARKS-EICHMANN”

Come si vedrà con ulteriore chiarezza più avanti, ciò che l’autore mette in discussione in queste pagine illuminanti è l’approccio costruttivista, imposto all’istruzione, secondo cui, come sostenuto dal pedagogista statunitense John Dewey, non è possibile insegnare in forma diretta ma solo attraverso quella indiretta, attraverso l’esperienza. Al contrario, Biesta ritiene che gli esseri umani interagiscano con l’esterno partendo da se stessi, perciò, l’esempio che ci viene da fuori, la cultura trasmessa, viene comunque rielaborata autonomamente.

Il paradosso Parks-Eichmann viene usato da Biesta per dimostrare che se si parte dal presupposto – per altro ancora adottato da tante scuole, tanti college e tante università, oltre che in tante ricerche – che l’istruzione debba produrre ben precisi risultati ed esiti definiti a priori, posto che si eseguano determinate azioni didattiche; e se si parte dal presupposto che più stretto è il legame tra didattica ed esiti e più efficace sarà il conseguimento dei risultati e degli esiti attesi; bene, dice Biesta, seguendo questo ragionamento, allora la scelta autonoma di Rosa Parks di contravvenire alle disposizioni di legge in vigore per gli afro-americani nello stato dell’Alabama del 1955, si configura come un fallimento totale dell’istruzione impartita a R. Parks.

Viceversa, quella di Eichmann di limitarsi ad eseguire gli ordini ricevuti senza mai metterli in discussione, senza alcuno scrupolo per le conseguenze che tali ordini avrebbero avuto su milioni di esseri umani inermi, rappresenta un perfetto successo. Eichmann si è comportato esattamente come il sistema si aspettava. Quindi, con Parks il sistema ha fallito, mentre con Eichmann ha dato prova di assoluta efficacia.

Ciò che Biesta, a mio parere, intende evidenziare è che l’approccio costruttivista, accennato sopra, non tiene conto delle scelte individuali delle persone poste dinnanzi a circostanze, eventi, situazioni imprevedibili e fuori contesto e come le persone reagiscono attingendo alla propria istruzione, cultura, ma anche al proprio modo di essere, di stare al mondo partendo da se stessi[1].

APPRENDERE COSA, A CHE SCOPO E CRESCERE COME?

Dal mio punto di vista, già dal titolo del saggio, World-Centred Education, l’autore si pone in netta polemica con la teoria pedagogista oggi maggiormente in voga, ovvero quella che ritiene imperativo mettere lo studente al centro dell’azione didattica, student-centred, e spiega bene perché a suo parere è del tutto fuori luogo questa visione dell’istruzione elencandone nel dettaglio i motivi.

Innanzitutto, riprendendo quanto già accennato in apertura di queste riflessioni, Biesta mette in discussione concetti che giudica vaghi ed espressi con un lessico impreciso come, ad esempio, “imparare” e “crescita”[2], i quali senza un ulteriore approfondimento di significato lasciano il tempo che trovano.

L’istruzione non è solo legata a ciò che gli studenti imparano. Il suo scopo è di dare agli studenti gli strumenti necessari perché possano diventare soggetti autonomi ed indipendenti; da qui, appunto, la dimensione esistenziale dell’istruzione da cui, secondo Biesta, deriva la soggettivazione degli studenti, quindi, limitarsi a sostenere che il suo scopo sia l’apprendimento degli studenti e la loro crescita come persone non significa granché se non si chiarisce “apprendere cosa, a che scopo e crescere come”.

Pertanto, non è nemmeno sufficiente dire che lo studente debba essere messo al centro dell’azione didattica perché, da un lato, l’istruzione presuppone l’esistenza almeno di due soggetti: uno preposto a ricevere un’istruzione – che non ha chiesto di ricevere, e su questo punto Biesta si sofferma a lungo per chiarire questo rapporto di “dare e avere”  –, l’altro soggetto coinvolto ha il compito di “dare”, “offrire”, di “impartire”; ma il punto di questo suo ragionamento, a mio parere, è che, a differenza del mero “apprendere” e della mera “crescita” – che tra l’altro, aggiunge opportunamente Biesta, possono avvenire anche se lo studente è autodidatta – l’istruzione è una relazione tra due persone. Da una parte il discente che riceve e dall’altra il docente che dà; una relazione in cui non è il discente a scegliere, a decidere cosa debba ricevere o come riceverlo; tanto più, continua Biesta, che il discente non chiede affatto di essere istruito; è piuttosto la società che stabilisce che i bambini e i giovani debbano ricevere un’istruzione.

Ne consegue allora, secondo il nostro, che è necessario capire se è giusto che la scuola soddisfi le aspettative della società e quindi sia al suo servizio, oppure se è vero il contrario, ovvero, se non sia più opportuno che sia la società al servizio della scuola, soprattutto in virtù del fatto che la posta in gioco non è in realtà solo l’istruzione delle nuove generazioni, bensì proprio la tenuta democratica delle nostre società.

IN POLEMICA CON IL COSTRUTTIVISMO E JOHN DEWEY

È la scelta personale, cioè il fatto che ognuno di noi sceglie autonomamente come rapportarsi alla realtà che ci circonda, che fa la differenza; proprio come dimostrato dalle diverse scelte compiute rispettivamente da Parks e Eichmann che sono esemplificative del rischio insito all’idea che la didattica debba dare determinati risultati ed esiti.

Eichmann è la chiara dimostrazione che quei risultati attesi si sono concretizzati come previsto, ma nel peggior modo possibile; mentre, al contrario, le scelte autonome e personali di Parks, andando in direzione opposta a quella prevista dalla pedagogia costruttivista, hanno dato prova del fatto che l’esperienza si costruisce anche attraverso il modo in cui ogni persona decide di agire messa di fronte a situazioni, circostanze ed eventi ben precisi e non tutti prevedibili.

Nel caso di Parks, dice Biesta, c’è stata una presa di posizione autonoma, Parks, in quella data circostanza e in quel preciso istante, ha deciso di rigettare l’ordine sociale vigente al tempo; ha messo in discussione con il suo personale rifiuto di obbedire ad un ordine l’autorità costituita. In questa analisi Biesta dimostra che ci possono essere diversi modi di stare al mondo e quello di Eichmann, ad esempio, è quello di colui che è disposto a sottomettere la propria libertà di scelta, il suo diritto di dire “io” e di scegliere in autonomia per delegare quindi la propria libertà ad un ordine sociale esterno. Parks, invece, fa la scelta inversa[3].

Sicché, continua Biesta, da un certo punto di vista pedagogico ciò che non viene preso in debita considerazione è che la persona è soggetto agente e che nonostante l’istruzione ricevuta, l’educazione ricevuta che insieme costituiscono il suo bagaglio culturale ha facoltà di scelta a prescindere, perciò, riprendendo quello che afferma lo studioso tedesco, Dietrich Benner, Biesta ritiene che l’istruzione non ha a che fare con chi siamo e come si diventa ciò che siamo, in quanto, per Biesta, ciò attiene alla nostra identità; bensì essa ha a che fare con “come siamo, come esistiamo e come tentiamo di condurre la nostra vita, cosa faremo con ciò che siamo diventati, con ciò che abbiamo imparato e con le abilità che avremo acquisito o le competenze che avremo sviluppato, ma anche con le nostre incompetenze, con le nostre lacune e con ciò che non sappiamo fare. Quindi, anziché di identità bisogna parlare di soggettivazione, dei nostri tentativi di esistere come soggetti della nostra vita e non come oggetti che subiscono influenze esterne”[4].

In tal senso è fuorviante, continua Biesta, limitarsi a ritenere l’istruzione come il prodotto di un processo didattico efficace misurabile attraverso i risultati e gli esiti degli apprendimenti conseguiti[5].

[1] World-Centred Education, pp. 26-28.

[2] Learning and development nell’originale

[3] World-Centred Education, p. 29.

[4] Ibid.

[5] Ibid. p. 30.

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