LA DIMENSIONE ESISTENZIALE DELL’ISTRUZIONE

SOPRAVVIVERE ADATTANDOSI O VIVERE RIFIUTANDO DI ADATTARSI?

La teoria pedagogica elaborata da Dewey non convince Biesta perché è imperniata sulla capacità dell’individuo di adattarsi all’ambiente circostante; tuttavia, obietta Biesta, la vita non può essere circoscritta alla sopravvivenza per adattamento, la vita non può essere solo sopravvivenza. Perciò, Biesta ritiene che nonostante gli insegnamenti di Dewey riscuotano ancora molto favore presso i pedagogisti di oggi, come in passato, e benché la sua teoria appaia completa e ben articolata, in quanto, Dewey la presenta come una teoria dell’istruzione che coinvolge un processo di ordine sociale o, in ogni caso, intersoggettivo, dove almeno due organismi sono coinvolti attraverso la comunicazione che si instaura tra i due diventando centrale nello scambio che avviene tra organismo e ambiente, essa risulta incompleta e lacunosa dal punto di vista della centralità dell’istruzione esistenziale che preme a Biesta evidenziare.

Infatti, la teoria dell’apprendimento riflessivo che si realizza attraverso l’esperienza coinvolge anche il corpo e fa leva sul fatto che gli organismi acquisiscono sempre nuove abitudini, nuovi schemi di azioni al fine di adattarsi all’ambiente e, quindi, si tratta di un apprendimento funzionale all’ambiente in cui gli organismi di trovano ad interagire. È in questo contesto solamente che, secondo Dewey, l’organismo apprende in una tensione costante di nuovi ambienti dove diventa necessario che acquisisca sempre nuove abitudini per risolvere problemi grazie a quanto appreso precedentemente al fine di ristabilire quel rapporto di transazione ed è così che l’organismo costruisce il proprio sapere.

L’obiettivo intrinseco di questo metodo, quello che Biesta appunto contesta, è di stabilire un rapporto di interazione tranquillo, facile e scevro da ogni sorta di conflitto, pertanto, si rende costantemente necessario un continuo aggiustamento, adattamento all’ambiente circostante. Attraverso il metodo “trial-and-error”, o “l’apprendimento empirico”, l’organismo sperimenta e fa esperienza ma, dice Biesta, ci sono errori che possono anche risultare fatali e a cui non è possibile rimediare e, inoltre, sottolinea Biesta, si dà il caso che non sempre è un bene adattarsi all’ambiente.

Proprio come rilevato nel “paradosso Parks-Eichmann”, sottolinea Biesta, ciò che sostiene Dewey viene perfettamente incarnato da Eichmann, il quale, con il suo adattamento all’ambiente circostante ha dimostrato di aver fatto tesoro dell’apprendimento assimilato; Parks al contrario con il suo rifiuto di adattarsi e opponendosi alla visione di società che le veniva imposta fa saltare del tutto l’assunto, secondo il quale, l’organismo apprende adattandosi all’ambiente.

Parks si oppone con la sua volontà autonoma, rifiuta di accettare che la priorità sia di far sì che tutto si svolga senza problemi e che tutto vada liscio nella transazione tra organismo e ambiente. Eichmann, al contrario, aderendo acriticamente alla lezione appresa, ovvero adattarsi rispettando quell’assunto, rinuncia alla possibilità di dire “no” e quindi è il perfetto prodotto del suo ambiente e incarna il “paradigma della buona educazione” trasmessa dall’ambiente circostante.

Biesta, dunque, rileva che nella visione di scuola che si richiama al pedagogista statunitense manca del tutto la possibilità che lo studente possa rifiutarsi di adattarsi all’ambiente, Dewey non contempla nemmeno questa possibilità che, invece per Biesta è un’eventualità essenziale nel processo di crescita di uno studente proprio per consentire allo studente di sviluppare la dimensione esistenziale dell’istruzione.

Questa metodologia che, secondo Biesta, non è altro che un processo di adattamento intelligente ad un contesto sempre in movimento, un ambiente dalle condizioni perennemente in evoluzione da intendersi come intelligente sopravvivenza. Tuttavia, ripete Biesta, ciò che in essa manca è che vivere non è solo sopravvivere; è questa possibilità di esistere oltre la sopravvivenza che difetta alla didattica di Dewey.

LA DIMENSIONE ESISTENZIALE DELL’ISTRUZIONE

A questo adattamento acritico Biesta contrappone un’idea di istruzione ben diversa, ovvero, appunto quella dimensione esistenziale dell’istruzione di cui oggi ci si dimentica tanto spesso, una dimensione che chiama in causa proprio quell’agire autonomo che non è il risultato esclusivo dell’educazione ricevuta, del lavoro fatto su una persona; piuttosto si tratta di un’invocazione diretta indirizzata alla persona, ovvero, chiedere: “ehi tu, dove sei?” e pertanto si potrebbe dire che è il primo atto dell’istruzione diretta[1], ossia quella “lezione frontale”, tanto invisa ai pedagogisti seguaci di Dewey. Ed è proprio questa lezione frontale che chiama direttamente in causa lo studente, coinvolgendolo, in prima persona, nel processo d’istruzione. Questa azione diretta, la lezione frontale, è ciò che Biesta ritiene il modello didatticamente più adatto alla crescita dello studente come soggetto e ciò che intende quando fa riferimento all’istruzione come dimensione esistenziale.

Come si è detto nel quarto capitolo del libro Biesta affronta la questione della soggettivazione dello studente e cosa intende effettivamente con il concetto di dimensione esistenziale dell’istruzione. Per illustrare con esempi concreti quale sia la sua filosofia Biesta racconta di una scuola particolare del Dorset, in Inghilterra, esistita tra il 1913 e il 1918 sotto la guida del poco conosciuto Homer Lane.

La scuola in questione si chiamava “Little Commonwealth” e il suo fondatore seguiva i principi democratici della partecipazione e dell’autogoverno. I suoi residenti erano per lo più ragazzi problematici, alcuni persino pregiudicati, e lo scopo della scuola era di offrire loro una seconda, a volte anche una terza e quarta, possibilità di riscatto. Contrariamente a quanto si possa pensare Lane, ci dice Biesta, non fa ricorso a disciplina ferrea o a restrizioni severe improntate ad un regime rigoroso di rieducazione. Egli invece concede a questi ragazzi ampi spazi di libertà; gli restituisce la loro libertà sperando che la usino consapevolmente. Un esperimento, continua Biesta, certamente rischioso dal punto di vista convenzionale e non sempre con esiti postivi e tuttavia, i risvolti non sono stati nemmeno tutti di segno negativo.

L’esperienza di Lane e della sua scuola non è mai stata accuratamente documentata, né Lane ne ha mai dato ampia testimonianza se non in un libriccino pubblicato nel 1928 dal titolo: Talks to Teachers and Parents. L’episodio di cui Biesta ci dà conto si trova in uno dei capitoli di questo testo, ovvero in Misconceptions of Power, alle pagine 159-169 e tratta di ciò che Lane stesso definisce un incidente insolito e complicato dagli sviluppi inaspettati.

L’episodio che Biesta analizza l’ho riassunto così: un pomeriggio, all’ora del thè, Lane si trova con uno dei ragazzi residenti, che chiama Jason, uno dei più turbolenti con precedenti penali e che più volte ha tentato di scappare. Il ragazzo manifesta un certo disagio di cui Lane si rende subito e conto, quindi sperando di placarlo, gli propone di candidarsi alle elezioni di autogoverno insieme ad alcuni amici per tentare di cambiare ciò che non lo soddisfa della scuola. Jason, tuttavia, risponde che vorrebbe essere lui a gestire direttamente la scuola; quindi, Lane gli chiede cosa farebbe se ricoprisse quel ruolo. A quel punto il ragazzo, dopo una breve esitazione risponde che vorrebbe “fracassare quelle stupide cose” indicando le tazzine e i piattini da thè, “è roba da donne o da femminucce” ma non per ragazzi come lui. Lane, allora, gli dice di farlo se ciò può renderlo felice, gli porge pure l’attizzatoio ed effettivamente Jason distrugge tutto. Gli altri ragazzi presenti alla scena allora accusano Lane di aver istigato Jason a comportarsi in quel modo, se lui non avesse sfidato Jason non sarebbe accaduto. Jason, sentendosi spalleggiato, rafforza quest’interpretazione dicendo che lui non può sottrarsi ad una sfida perché non è un vigliacco. Tra l’altro, aggiungono i ragazzi, che quegli oggetti non appartenevano nemmeno a Lane e quindi lui non avrebbe avuto alcun diritto di farli distruggere.

Inaspettatamente Jason diventa l’eroe della situazione e Lane l’istigatore. Lane, a quel punto, si toglie l’orologio da polso e lo mette in mano a Jason dicendogli che lo sfida a distruggere anche quello. Il ragazzo guardandosi intorno e vedendo le facce ansiose dei suoi compagni cambia improvvisamente espressione mostrando tutta la sua disperazione, solleva il braccio come per lanciare l’orologio nel camino e intanto guarda Lane quasi sperando che lui all’ultimo momento intervenga facendo valere il suo ruolo autoritario in modo da sollevarlo da ogni responsabilità e dargli l’illusione di aver vinto.

Quell’attimo di esitazione “aveva portato in superficie, il vero Jason e infatti, alla fine rifiuta di fracassare anche l’orologio dandosi arie di magnanimità per nascondere l’imbarazzo”. Il mattino seguente Jason chiede a Lane di poter lavorare nel laboratorio di falegnameria e quando Lane gliene chiede il motivo Jason risponde sorridendo che vuole guadagnarsi dei soldi per ripagare gli oggetti che Lane aveva distrutto la sera prima.

Biesta sottolinea che questo resoconto non ha lo scopo di mostrare il risultato positivo ottenuto da Lane con questo giovane sedicenne particolare, piuttosto vuole evidenziare che l’approccio adottato da Lane è un chiaro esempio di ciò che Biesta intende come istruzione volta alla soggettivazione del discente.

Lo scopo dell’istruzione dev’essere quello di emancipare lo studente attraverso lo sviluppo del pensiero critico. È lo studente che deve capire autonomamente cosa fare di se stesso anche grazie a quanto appreso, come diventare soggetto attivo della propria vita e non oggetto dei condizionamenti esterni. Lo studente come soggetto deve comprendere come frenare i propri impulsi e gestire i propri desideri individuali ed egoistici; soggetto, dunque, che si assume la responsabilità delle proprie azioni come fa Rosa Parks in modo autonomo e consapevole.

Il docente allora ha il compito di interpellare direttamente lo studente, di richiamare la sua attenzione, quel: “Ehi, tu!” che usa Biesta serve a chiamare in causa lo studente; “tu” per indicare la persona direttamente e non altri. È un invito esplicito e come tale può anche essere rifiutato, ci ricorda infatti Biesta, e bisogna tenere in considerazione anche un eventuale rifiuto, è un diritto di chi viene interpellato rispondere con un “No” e sottrarsi.

Riconoscere questo diritto, continua Biesta, sancisce appunto l’inizio di un’istruzione che contempla anche la dimensione esistenziale perché è, appunto, una scelta autonoma e libera e sottolinea che non può esserci alcuna forma di istruzione senza la partecipazione libera e autonoma da parte dello studente e che quando si parla di istruzione non ci si riferisce ad una mera prassi che si può realizzare semplicemente procedendo per passaggi ben definiti in cui il primo conduce al secondo e ad altri successivi fino a giungere al compimento secondo uno schema preparato in partenza che deve dare determinati esiti prescritti.

[1] Direct education nell’originale

© L. R. Capuana

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